La chirurgia plastica, eredità della Grande Guerra

Le prime tecniche moderne della disciplina furono messe a punto per ricostruire i volti sfigurati dei soldati durante la Prima Guerra Mondiale.

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Il laboratorio di Francis Derwent Wood per la costruzione di maschere per i soldati sfigurati.

Le trincee della Prima Guerra Mondiale proteggevano i corpi, ma non le teste e i volti dei soldati che si sporgevano, ed erano il primo bersaglio del fuoco nemico. Molti sopravvivevano ai colpi di artiglieria, al prezzo però di rimanere orrendamente sfigurati al volto per tutta la vita. La chirurgia plastica moderna si può considerare nata in quelle circostanze atroci, proprio per tentare di ricostruire i volti  dei combattenti devastanti dalle schegge di granata.

 

Immagini di un volto ricostruito con le tecniche di Harold Gillies.

Solo una maschera, prima. All’inizio, l’unica possibilità  era ricucire alla meglio dove si poteva e poi coprire le parti del volto rimaste troppo sfigurate con una maschera di metallo. Nacquero dei veri e propri laboratori, a metà tra atélier artistico e studio medico, per creare degli artefatti che consentissero almeno un parziale ritorno  alla vita civile. In Inghilterra, lo scultore Francis Derwent Wood dette vita a un servizio specifico per i soldati, ricostruendo in maniera meticolosa il volto e la fisionomia originale. Si serviva di foto precedenti al ferimento e organizzò un laboratorio che impiegava tre scultori.

 

A Parigi, (qui un video dell'epoca) un servizio simile fu messo in piedi dalla scultrice americana Anna Coleman Ladd, che sul finire della guerra aveva realizzato maschere per 185 soldati.

 

Interventi chirurgici. Ben più difficile era però ricostruire chirurgicamente i volti devastati, e a questa attività si dedicò un medico di origini neozelandesi, Harold Gillies, considerato uno dei padri della chirurgia plastica. Aveva visto dei tentativi di trapianto di lembi di pelle svolti pionieristicamente a Berlino e a Parigi, ed era convinto che la tecnica potesse funzionare.

Il laboratorio di Anna Coleman Ladd | Archives of American Art

Fondò un intero reparto di ospedale per la ricostruzione dei volti dei soldati all'ospedale di Sidcup, nel Kent, dove negli anni della Grande Guerra e in quelli immediatamente successivi, migliaia di soldati furono sottoposti agli interventi. Il primo grande afflusso di feriti e sfigurati ci fu dopo la battaglia della Somme, quando arrivarono lì oltre duemila soldati con il volto da risistemare.

 

La tecnica di Gillies consisteva nell’innestare lembi di pelle a forma tubolare dalle parti sane del corpo della stessa persona, che riducevano molto il rischio di infezioni e di rigetto. Per mantenere la vascolarizzazione, le parti di pelle rimanevano inizialmente attaccate al sito da cui venivano prelevate, per esempio la fronte o una spalla.

Frammenti di proiettile (erano queste schegge a produrre le più gravi ferite) estratti dal corpo di un soldato.

Gli specchi erano banditi nel reparto di Gillies, anche perché, nonostante il progresso delle tecniche chirurgiche, l'impatto di quei volti devastati (e anche delle ricostruzioni) era spesso terribile da un punto di vista psicologico. Si considera che proprio tra i soldati sfigurati al volto si siano registrati i maggiori tassi di depressione e di tentativi di suicidio rispetto a quelli già alti degli altri combattenti della prima guerra mondiale.

 

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01 Gennaio 2015 | Chiara Palmerini