Storia

Khomeini: il dittatore che traghettò l’Iran dallo scià alla sharia

Il 24 settembre 1902 nasceva Khomeini, il dittatore che nel 1979 in Iran fece crollare la monarchia di Reza Pahlavi, trasformando il Paese in una Repubblica islamica.

Il 24 settembre 1902, 120 anni fa, nasceva Khomeini, il dittatore che trasformò l'Iran in una Repubblica islamica. Ripercorriamo l'ascesa del carismatico leader della rivoluzione iraniana attraverso l'articolo Dallo shah alla sharia di Biagio Picardi, tratto dagli archivi di Focus Storia.

La scintilla della rivoluzione. «È sempre il potere a provocare la rivoluzione. (…) Ciò avviene quando tra i personaggi dell'élite si instaurano il senso di impunità e la convinzione di poter fare qualunque cosa, di potersi permettere tutto», così scriveva il grande inviato di guerra polacco Ryszard Kapuscinski (1932-2007). Parole che si adattano  alla perfezione al caso iraniano. Eppure, al di là delle cause e del processo di incubazione, la rivoluzione che spazzò via in poco più di un anno una monarchia millenaria, presenta tratti anomali. La scintilla, innanzitutto. Scriveva sempre Kapuscinski: «Il popolo pazienta e tace. (…) Tirerà le somme nel momento debito. La scelta di questo famoso momento è uno dei massimi enigmi della Storia». In questo caso il limite della pazienza venne valicato in modo imprevedibile: la fatidica goccia fu un articolo. L'8 gennaio 1978 il quotidiano governativo Ettelaat pubblicò un editoriale che denigrava il principale oppositore dello scià (in persiano Shah) Pahlavi (1919-1980), l'ayatollah Ruhollah Khomeini.

Il teologo era in esilio dal '63 in Iraq. Dall'inizio degli anni '70 aveva svoltato radicalmente – nei seminari, più che in pubblico – nell'interpretazione della dottrina sciita, diventando una spina nel fianco per il regime. Predicava la fine della soggezione religiosa al potere temporale: l'islam sciita doveva mettersi alla testa delle forze rivoluzionarie e prendere il potere. Una visione populista, venata di marxismo, che contrariò il clero ortodosso e alcuni ceti sociali, ma fece presa su studenti, intellettuali e masse stremate. Fu la miccia dell'incendio fondamentalista, degenerato fino alle conseguenze odierne dell'Isis.

Divampa l'incendio. «Khomeini rese il fondamentalismo islamico una forza politica che avrebbe modificato i piani dei musulmani dal Marocco alla Malaysia», annota l'esperto di politica mediorientale Vali Nasr. Per tornare alla scintilla iniziale: l'articolo accusava l'esule di essere una spia, un debosciato, un omosessuale, per di più straniero, in quanto suo nonno era originario dell'India. E scatenò la protesta dei suoi studenti. I seminaristi di Qum scesero in strada, con l'appoggio del clero anziano e dei mercanti dei bazar. Chiesero il ritorno di Khomeini, il rilascio dei prigionieri politici, la rottura delle relazioni con le potenze imperialiste, la libertà d'espressione.

Vi furono scontri con la polizia e 70 morti. Così si mise in moto la valanga: ondate di manifestazioni. Lo scià provò a usare sia il bastone che la carota: chiuse i casinò, ripristinò il calendario islamico, sciolse il partito unico istituito nel '75; ma proclamò anche la legge marziale e arrestò i leader dell'opposizione.

Reza Pahlavi
Il sovrano Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980). © Everett Collection / Shutterstock

Inizia la carneficina. L'8 settembre 1978 lo scià autorizzò la polizia a sparare sui dimostranti confluiti in piazza Jaleh, a Teheran: la carneficina, passata alla storia come il "Venerdì nero", rafforzò il fronte dell'opposizione. A ottobre un'ondata di scioperi paralizzò il Paese. Pahlavi giocò allora una carta che si rivelò un errore fatale: il 12 ottobre autorizzò Khomeini a trasferirsi a Parigi. E da lì, i suoi appelli alla rivolta risultarono ancora più efficaci. Ma perché la situazione in Iran s'era fatta così esplosiva? Facciamo un passo indietro. Si è detto che il successo del khomeinismo si deve alla fusione di tre ingredienti: nazionalismo, populismo e radicalismo religioso. Nei primi anni '70, dopo la guerra del Kippur, i profitti dell'industria petrolifera erano schizzati alle stelle, ma la ricchezza restava nelle mani di un'élite ristretta: tecnocrati, manager, militari, notabili.

Guardando a Occidente. Lo scià era diventato la sentinella degli interessi occidentali, americani in particolare, nell'area del Golfo e aveva decuplicato le spese in armamenti. L'Iran era il secondo Paese esportatore di greggio al mondo e possessore del 95% delle riserve mondiali di gas, ma manteneva redditi pro capite, tassi di alfabetizzazione e di mortalità infantile da fondo classifica. Imprese, burocrazia e risorse erano nella capitale, ma le campagne languivano nella miseria.

Succeduto al padre nel 1941, lo scià aveva perseguito la modernizzazione forzata del Paese, la Rivoluzione bianca, un'occidentalizzazione dei costumi che gli aveva inimicato vari ceti. La riforma agraria non aveva creato una classe di piccoli proprietari e aveva scontentato il clero, depredato dei propri latifondi. Non solo: lo scià aveva scippato ai religiosi il monopolio dell'istruzione spedendo volontari ad alfabetizzare la popolazione rurale. Nel '67 si era autoproclamato imperatore ridimensionando il ruolo storico dell'islam. Aveva legalizzato divorzio e aborto, elevato l'età minima del matrimonio per le donne, concesso loro il diritto di voto, limitato la poligamia. La frattura tra Palazzo e società si era allargata nel '75 quando, in risposta al successo elettorale del partito d'opposizione (Mardom), il sovrano aveva abolito il sistema bipartitico e instaurato il partito unico, il Partito della rinascita: un partito-Stato.

Era l'attacco finale all'apparato clericale.

Tutti contro. Lo scià rivendicava a sé il ruolo di guida spirituale e imponeva il servizio militare ai seminaristi. La caccia ai dissidenti nei bazar gli inimicò anche i commercianti, storicamente legati alle moschee. A dicembre iniziarono le diserzioni nelle forze armate. Il 13 gennaio '79 due milioni di iraniani scesero in piazza invocando le dimissioni del premier-fantoccio Bakhtiyar, l'abdicazione del tiranno e il rientro di Khomeini. Lo scià, prostrato dalla malattia, s'arrese e il 16 gennaio lasciò il Paese. Subito dopo Khomeini rimpatriò e l'11 febbraio prese il potere. La vittoria era costata tremila vite. Fu nominato un governo provvisorio guidato dal laico liberale Bazargan, ma da subito si creò un doppio Stato, con centinaia di comitati rivoluzionari, un tribunale della Rivoluzione e gli ulema (membri del clero sciiti) in concorrenza con le autorità locali.

Addio monarchia, nasce la repubblica. Khomeini istituì anche un corpo di guardie, i pasdaran. A fine marzo un referendum popolare sancì la nascita della Repubblica islamica. Il 22 ottobre lo scià lasciò il Paese e fu accolto dagli Stati Uniti. L'episodio rinfocolò il sentimento antiamericano degli iraniani. Il 4 novembre '79 un gruppo di studenti rivoluzionari che voleva l'estradizione dell'ex imperatore occupò l'ambasciata americana a Teheran prendendo in ostaggio 63 funzionari. La "crisi degli ostaggi" (conclusasi dopo 444 giorni) dette il colpo di grazia al governo Bazargan. In balia delle forze clericali, il premier abrogò unilateralmente l'accordo militare con Washington, che reagì congelando i depositi iraniani nelle banche americane. Bazargan si dimise e Khomeini si fece proclamare guida suprema, ovvero massima autorità del Paese. In assenza del messia atteso da secoli (il cosiddetto Dodicesimo Imam), ne prendeva le veci.

Islamizzazione forzata. Uno strappo che fece gridare molti sciiti all'eresia. Iniziò così quel processo di islamizzazione forzata, quel giro di vite sulle libertà individuali e i costumi, specie quelli femminili, che è ancora sotto gli occhi di tutti. Con effetti drammatici per la nazione più occidentalizzata dell'area mediorientale. Una schizofrenia sociale, una sofferenza clandestina di milioni di persone, giovani in particolare, che hanno studiato e girato il mondo. Stretti nella morsa di costrizioni arcaiche e con la modernità nel cuore.  

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24 settembre 2022
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