D'Annunzio: il Vate armato

Gabriele D'Annunzio non si accontentò della fama letteraria: voleva essere ricordato anche come eroe di guerra. Ecco come si impegnò a diventarlo. 

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D'Annunzio durante il volo su Vienna (1918). Furono lanciati 50.000 volantini con il testo, solo in italiano, di D’Annunzio. Altri 350.000, invece, riportavano uno scritto del giornalista Ugo Ojetti, più didascalico, tradotto anche in tedesco.

A cavallo tra l'Ottocento e il primo ventennio del Novecento, Gabriele D'Annunzio (1863-1938) era lo scrittore più alla moda di tutta Europa. Non che chiunque lo ammirasse. Oggi come allora, o lo si amava o lo si detestava, senza mezze misure. Perché lui, per primo, non era uomo da "grigio". Eccelleva, ed eccedeva, in tutto: come artista (scrittore e poeta prolifico), come amante (donnaiolo incallito ed erotomane), come collezionista (accumulò tesori e 30mila libri rari), come esteta-viveur (visse fino all'ultimo al di sopra dei propri mezzi, accumulando debiti su debiti). Con mille talenti e un grande ego, è impensabile immaginarlo ai margini della vita politica e militare dell'epoca. E infatti, anche su questo fronte, si impose da protagonista.

 

Gabriele D'Annunzio, il Vate, il volo su Vienna
D'Annunzio a bordo dell'aereo Caponi Ca3, nell'agosto del 1917 durante i preparativi per il volo dimostrativo su Vienna.

Subito in armi. Quando l'Italia entrò nel primo conflitto mondiale, nel maggio del 1915, D'Annunzio, fervente interventista, chiese di essere richiamato al servizio attivo. Una richiesta insolita (il poeta aveva 52 anni suonati), ma, anche grazie all'influenza dell'allora direttore del Corriere della Sera - nonché suo amico - Luigi Albertini, ottenne il via libera. Lo scrittore vedeva nella guerra la grande occasione per tramutare in azione il suo estetismo: avrebbe coniugato il suo mito di uomo di cultura con l'aspirazione eroica del superuomo. Così partì per il fronte come tenente dei Lancieri di Novara. Il suo compito era prevalentemente propagandistico, e prevedeva continui spostamenti da un corpo all'altro come ufficiale di collegamento e osservatore. Il gennaio del 1916, in qualità di ufficiale operatore al fianco del tenente Luigi Bologna, avrebbe dovuto volare su Trieste per lanciare manifesti propagandistici.

Ma all'altezza di Grado, a causa delle avverse condizioni del tempo, fu costretto a un atterraggio di fortuna. L'aereo urtò violentemente sull'acqua e poi contro una duna sabbiosa. D'Annunzio fu sbalzato dal sedile e nella caduta si ferì l'occhio e la tempia destra. Ricoverato in ospedale, fu costretto a sottoporsi a lunghe cure per non perdere completamente la vista. Ma si riprese, e il 13 settembre 1916, con un occhio bendato, partecipò al bombardamento aereo di Parenzo.

 

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Le tante (e inedite) vite dei grandi della Storia su Focus Storia 156 (settembre 2019). | Focus Storia

In trincea. L'anno successivo, invece, condivise con i fanti la vita di trincea. Il 12 maggio 1917 prese parte alla decima battaglia dell'Isonzo, dove ebbe la soddisfazione di veder messa in atto una sua idea: sostenere coi bombardieri dal cielo l'assalto della fanteria. Gli aerei si levarono in volo al momento dell'attacco, infondendo coraggio ai fanti lanciati all'assalto. Funzionò, e il 28 maggio la battaglia fu vinta. D'Annunzio cambiò nuovamente cappello e, nei panni di inviato di guerra, raccontò sul Corriere della Sera gli avvenimenti al fronte.

 

La beffa dei buccari. Tra i reportage più celebri c'è quello sulla famosa Beffa di Buccari, a cui il poeta prese parte tra il 10 e l'11 febbraio del 1918. Fu un'azione di valore più che altro simbolico che avrebbe dovuto risollevare gli animi dell'esercito italiano dopo la disfatta di Caporetto. Ecco come la descrisse il D'Annunzio giornalista: "Credo che di rado uomini furono così compiutamente pronti a un'azione disegnata. Nulla manca; tutto è previsto. L'indugio non ci giova più; ci logora [...]. Ed ecco il meglio della beffa. Ripassiamo davanti a Prestenizze, ci ricacciamo nella strozza del nemico! Le sentinelle non tirano più. Non possono credere a tanta impertinenza. Certo la nostra sfacciata manovra le mette nel dubbio che si tratti di naviglio austriaco".

 

Gabriele D'Annunzio, il Vate, uniforme da aviatore
Gabriele D'Annunzio (1863 - 1938) in uniforme da aviatore. È in posa con l’occhio destro bendato: nel 1916 si ferì in seguito a un atterraggio di fortuna.

La "sfacciata manovra" era un'incursione militare della Marina italiana nel porto di Bakar (in italiano Buccari), oggi in Croazia, vicino a Rijeka (Fiume) con un commando di tre Mas, motoscafi armati siluranti. A bordo del Mas 96 c'era D'Annunzio. Le motosiluranti tricolori raggiunsero nella notte la baia di Buccari, dove si trovavano le navi austriache e lanciarono sei missili subacquei. Di questi, cinque restarono inattivi, impigliandosi nelle reti di protezione dei piroscafi alla fonda, mentre uno, esplodendo, fece scattare l'allarme. L'operazione si concluse senza danni materiali per gli austro-ungarici ma con una vittoria morale per gli italiani, che erano riusciti ad aggirare il sistema di difesa nemico.

 

La ritirata. Prima della ritirata, D'Annunzio lasciò in acqua alcune bottiglie ornate con nastri tricolori e contenenti un messaggio beffardo, con un riferimento alla vittoria austriaca di Lissa (1866, durante la Terza guerra d'indipendenza): "In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d'Italia, che si ridono d'ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l'inosabile. E un buon compagno, ben noto - il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro - è venuto con loro a beffarsi della taglia". Per ricordare l'impresa il Vate coniò l'espressione "Memento audere semper" (l'acronimo richiama la sigla Mas): ricordati di osare sempre. La scritta venne incisa sulla tavoletta dietro la ruota del timone del Mas 96, conservato ancora oggi all'interno del Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera, dove D'Annunzio trascorse i suoi ultimi anni.

 

In missione su Vienna. Sei mesi dopo, il 9 agosto del 1918, D'Annunzio si cimentò in un'altra impresa, simbolica e sportiva insieme: il celebre volo su Vienna. Sullo Sva10 (anche questo conservato al Vittoriale), il poeta-pilota sorvolò le Alpi. D'Annunzio aveva studiato fin nei minimi dettagli il gesto aviatorio nonché gli abiti e gli accessori più appropriati: gli occhiali da volo, il passamontagna di lana e la tuta in seta ricoperta di pelliccia. Tentò una prima volta il 2 agosto 1918, ma a causa della nebbia dovette rinunciare.

 

Gabriele D'Annunzio, il Vate, l'impresa di Fiume
D'Annunzio (al centro con il bastone) con alcuni legionari a Fiume, nel 1919. Fino al 3 novembre 2019, a Trieste, nel Salone degli Incanti, la mostra “La Rivoluzione di D’Annunzio a Fiume 1919-1920” racconta il centenario dell'impresa fiumana guidata dal Vate.

 

Il secondo tentativo avvenne l'8 agosto, ma questa volta fu il vento - contrario - a far slittare l'azione. All'alba del 9 agosto D'Annunzio convocò i piloti più fidati, e dal campo di San Pelagio (Padova) partirono undici velivoli: quattro interruppero il volo per avarie, sette proseguirono verso la capitale austriaca. La formazione italiana arrivò su Vienna alle 9:20. I velivoli riuscirono ad abbassarsi a una quota inferiore agli 800 metri e a lanciare 50mila copie del manifesto italiano, preparato da D'Annunzio stesso, che inneggiava alla libertà, alla bandiera tricolore e agli italiani. Da autentico fotoreporter, l'artista documentò anche fotograficamente l'impresa, conscio di quanto grande sarebbe stata l'eco mediatica del volo sulla capitale austriaca. Il 16 giugno 1922, infatti, La Gazzetta dello Sport elesse D'Annunzio "Sportivo dell'anno" e la menzione speciale fu motivata proprio dal volo di quattro anni prima: secondo il giornale, l'impresa aviatoria aveva esaltato lo sport come un mezzo con il quale si poteva vincere la guerra anche senza ricorrere a strumenti di morte.

 

© D'Annunzio: il vate armato è un articolo di Giammarco Menga pubblicato su Focus Storia 156 (ottobre 2019).


 

 

07 Ottobre 2019 | Focus.it