Storia

L'Italia ai tempi di Tangentopoli

Il 17 febbraio 1992, con l'arresto di Mario Chiesa, scoppia la bufera di Tangentopoli: dopo, l'Italia non sarà mai più la stessa.

Nel 1992 un operaio guadagnava mediamente un milione di lire (516 euro). Una tazzina di caffè costava 700 lire (37 centesimi), un litro di benzina 1.500 (78 cent.), un grammo d'oro 13.800 (7,12 euro). Una tangente: 7 milioni (3.615 euro). Tanto pagò Luca Magni, piccolo imprenditore che aveva partecipato all'appalto per le pulizie lanciato dalla casa di cura Pio Albergo Trivulzio, nota a Milano come "Baggina". A incassare, Mario Chiesa, messo al vertice dell'istituto dal PSI, il Partito socialista italiano, che in quel momento esprimeva l'uomo più potente d'Italia: Bettino Craxi.

Quando Magni si rivolse ai carabinieri perché non in grado di pagare la seconda tranche dello stesso importo (per completare il "consueto" 10% dell'appalto di 140 milioni), si scoperchiò una pentola il cui contenuto avrebbe travolto l'Italia della Prima Repubblica.

GLI ELEMOSINIERI. Quella tangente era solo la punta di un enorme iceberg che prese - non a caso - il nome giornalistico di Tangentopoli. Quando sarà tutto chiarito si scoprirà, fra le altre cose, che in una riunione del dicembre 1991 "gli elemosinieri", come venivano chiamati dalla stampa i segretari amministrativi dei partiti, avevano stabilito le percentuali spettanti a ognuno: 25% alla DC (Democrazia cristiana), 25 al PSI, 25 ai ministri in carica dei partiti minori, 25 al PCI-PDS - Partito comunista italiano, poi Partito democratico della sinistra - in questo caso non in contanti, ma come commesse per le cooperative. Una sorta di "manuale Cencelli" (la spartizione di incarichi basata su interessi politici anziché sul merito) anche per le tangenti, insomma. Mario Chiesa sapeva tutto, ma teneva duro. Non parlava. Non disse una sola parola neppure quando il pubblico ministero Antonio Di Pietro gli pizzicò dei soldi in Svizzera, frutto di una tangente di noti marchi di acque minerali.

L'ACQUA DEL MARIUOLO. "L'acqua minerale è finita", sibilò Di Pietro al difensore di Mario Chiesa, senza che quello muovesse un muscolo del viso. Poi però Craxi scaricò Chiesa, definendolo tra l'altro "un mariuolo". E allora fu davvero l'inizio della fine. "Io mariuolo?": l'urlo dell'ex presidente del Pio Albergo Trivulzio echeggiò per tutta la Procura. Poi, tornato tranquillo, Chiesa si sedette e, pacatamente, annunciò di voler fare una dichiarazione spontanea. E parlò. Per sette giorni, riempiendo centinaia di pagine di verbale. Quando finì, iniziarono gli arresti.

Tangentopoli - Antonio Di Pietro
Il pubblico ministero Antonio Di Pietro. © Antonio Nardelli / Shutterstock

IL "J'ACCUSE" DI CRAXI. Nel suo lungo e articolato discorso alla Camera del 3 luglio 1992, Craxi sostenne - senza essere smentito da nessuno - che tutti sapevano e tutti godevano di un malcostume inaugurato fin dall'immediato dopoguerra e diventato sistema. A riprova dell'intreccio politica-affari databile fin dai tempi della ricostruzione, basta ricordare la "scandalosa" frase di Enrico Mattei, il padre-padrone dell'Eni eliminato nel 1962 con un omicidio mascherato da incidente aereo (e sul quale, dal punto di vista giudiziario, non è stata ancora detta l'ultima parola): "I partiti? Ma io i partiti li prendo come i taxi. Li chiamo, ci salgo sopra, poi pago la corsa e scendo quando sono arrivato".

Trent'anni fa, Tangentopoli fece venire a galla quella collaudata rete di corruzione che coinvolgeva tutto il sistema politico. Sotto la guida del procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli, i sostituti Di Pietro, D'Ambrosio, Boccassini, Davigo, Spataro, Greco, Colombo e Parenti gestirono l'inchiesta poi chiamata Mani pulite, che toccò tutti i vertici della politica italiana. Oltre al segretario del PSI, Bettino Craxi, altri nomi eccellenti del partito finirono nella rete del pool della Procura di Milano. A cominciare dal ministro della Giustizia, Claudio Martelli, passando per l'ex sindaco di Milano Carlo Tognoli e il sindaco in carica Paolo Pillitteri (cognato di Craxi).

Fu travolta anche la Democrazia cristiana, con il suo segretario amministrativo, Severino Citaristi. Poi toccò a Giorgio La Malfa, segretario del PRI (Partito repubblicano italiano), a Renato Altissimo del PLI (Partito liberale italiano), a Primo Greganti, il "Compagno G" del PCI. Oltre che a Umberto Bossi, segretario della Lega Nord, che ammise i contributi ricevuti dalla Montedison. Provvedimenti giudiziari di diversa natura raggiunsero big del mondo della finanza. Ma a fare scalpore furono soprattutto le rivelazioni di Sergio Cusani, braccio destro dell'imprenditore Raul Gardini (poi suicida), che svelò quella che passerà alla Storia come "la madre di tutte le tangenti": 150 miliardi di lire versati da Enimont a tutti i partiti.

QUALCOSA DI NUOVO. Il bubbone della corruzione affaristica-politica travolse alla fine degli anni Novanta persino la Germania. Helmut Kohl, il cancelliere artefice della riunificazione tedesca, fu costretto a dare le dimissioni. A differenza di quanto accaduto ai partiti governativi italiani, però, la CDU (Unione cristiano democratica, il partito di Kohl) non solo non venne azzerata, ma è rimasta al vertice della politica nazionale, come dimostra il lungo "regno" di Angela Merkel. Ciò significa che, forse, Tangentopoli non fu la causa, ma l'effetto della caduta della Prima Repubblica.

Se gli scandali succedutisi dalla nascita della Repubblica non minarono alle fondamenta il sistema economico-politico italiano (si pensi allo scandalo Lockheed negli anni Settanta, allo IOR (Istituto per le opere di religione) e al Banco Ambrosiano e alle morti di Roberto Calvi e Michele Sindona...) vuol dire che nel 1992 accadde qualcosa di inedito. L'inedito era l'affacciarsi dell'antipolitica, ovvero di un "antisistema partitico" che avrebbe preso sempre più spazio, e che si aggiungeva alla fine del mondo bipolare nato dopo il 1945.

LA FINE DELLA STORIA. Mentre il sistema andava in tilt, la mafia organizzava un attacco frontale allo Stato, che aveva nei giudici il bersaglio finale. Gli eventi più drammatici: gli attentati mortali a Falcone e Borsellino, in quello stesso 1992. Erano i giudici a rappresentare l'idea di Stato nel momento in cui Tangentopoli si concludeva con un bilancio da capogiro: 4.525 persone arrestate, 25.400 avvisi di garanzia, 1.100 tra parlamentari e politici arrestati o inquisiti.

La politica, dopo questo attacco concentrico, ne uscì delegittimata. Tanto più che sulla bilancia di quegli anni va messa anche la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, e il più o meno contemporaneo crollo dell'Urss e dei regimi comunisti. Uno shock anche per l'Italia, che aveva il partito comunista più importante di tutto l'Occidente. Le dinamiche, i rapporti, gli equilibri costruiti durante la Guerra fredda, dal 1989 non avevano più ragion d'essere, e i partiti che avevano guidato l'Italia per quattro decenni perdevano la contrapposizione ideologica che li aveva sostenuti. Tangentopoli diede la spallata finale, azzerando l'intera classe politica. Da quel momento in avanti sarebbero emersi e si sarebbero affermati cesarismi di vario genere: il protagonismo personale sostenuto da un nuovo linguaggio, una nuova comunicazione. Il resto è attualità.

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Questo articolo è tratto da "Con le mani in pasta" di Pino Casamassima, pubblicato su Focus Storia 184 (febbraio 2022).

16 febbraio 2022
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