Storia

Nell'invasione della Manciuria armi e trincee anticiparono la Prima guerra mondiale

120 anni fa i giapponesi invasero la Manciuria. Iniziò la Guerra russo-giapponese, che segnò il declino degli zar e impose al mondo il Sol Levante.

Nel 1904-05 la Guerra russo-giapponese segnò il declino degli zar e impose al mondo il Sol Levante. L'invasione della Manciuria nell'articolo "Sfida in Estremo Oriente" di Aldo Carioli, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Armi segrete? "Nel Giappone l'elemento militare si forma mediante la selezione, che s'inizia fin dall'infanzia e a cui sono soggetti tutti, ufficiali e soldati". Che siano stati proprio la ferrea disciplina e lo spirito di sacrificio da samurai le armi segrete che nel 1904-05 diedero la vittoria all'impero del Sol Levante nella Guerra russo-giapponese non è dimostrabile. Era però questa la convinzione di un osservatore molto particolare, l'ingegnere navale italiano Lorenzo D'Adda, e pioniere del reportage di guerra. Era uno dei fotografi e giornalisti stranieri accreditati presso l'alto comando nipponico, che stava cercando di aprirsi al mondo occidentale e attirare le simpatie dei governi europei.

Anticipo della Grande guerra. Da quella posizione privilegiata D'Adda documentò la vita quotidiana delle truppe giapponesi in trincea (che anticipava di 10 anni quella sperimentata in Occidente con la Prima guerra mondiale) ma anche i bombardamenti dell'artiglieria, gli assalti, i feriti, i morti. Divenne così un testimone diretto del primo grande conflitto del Novecento.

Penisole fatali. Le due potenze in campo non potevano essere più diverse. Da una parte lo sterminato Impero russo guidato dallo zar Nicola II. Dall'altra il microimpero del Sol Levante, potenza emergente e oggetto misterioso per il resto del mondo: solo da una trentina d'anni aveva aperto le porte del suo arcipelago all'Occidente, grazie alla nuova dinastia dei Meiji. In mezzo, la terra contesa: un pezzo della Cina in balia dei signori della guerra che rispondeva al nome di Manciuria.

Strategico. L'Estremo Oriente era un obiettivo prioritario dello zar Nicola II. Dal 1897, grazie a un accordo con il Celeste Impero, la Russia poteva contare sulla base commerciale e militare di Port Arthur, in Manciura appunto. «Quella guerra fu l'inevitabile scontro, in una regione in cui le rispettive mire si sovrapponevano, fra due nazioni in espansione» spiega lo storico israeliano Rotem Kowner dell'Università di Haifa, tra i massimi studiosi della Guerra russo-giapponese. «La costruzione della ferrovia Transiberiana, iniziata nel 1891, era il segno tangibile della spinta russa verso l'Estremo Oriente. Il Giappone doveva assolutamente evitare che la Russia estendesse la sua influenza sul debole Regno di Corea, penisola strategica per il controllo dei commerci verso il Pacifico Settentrionale».

Vittoria inaspettata. Le ostilità iniziarono il 10 febbraio 1904 con una doppia dichiarazione di guerra.

I russi rifiutavano di lasciare Port Arthur (oggi Lushun, Repubblica popolare cinese) come previsto da una serie di accordi. Un primo attacco navale contro Port Arthur si risolse in un nulla di fatto. Ma dopo lo sbarco delle truppe nipponiche in Corea tutto cambiò. Fra l'aprile e l'agosto del 1904 i soldati che avevano impressionato D'Adda per la loro disciplina inanellarono 7 vittorie su 7 scontri. A fine luglio Port Arthur era sotto assedio e il 2 gennaio 1905 era caduta.

Sottovalutati. «Fin dall'inizio Nicola II, da cui dipendevano tutte le decisioni, e i suoi generali sottovalutarono i giapponesi», spiega Kowner. «Come gran parte degli occidentali li ritenevano un "popolo bambino", effeminato e inferiore. Pur essendo informati sulla corsa agli armamenti nipponica, non credevano che avrebbero attaccato veramente».

Ragionavano più o meno così: se i loro guerrieri si vestono da donna, con il kimono da samurai, come possono essere pericolosi? Un errore di valutazione che D'Adda non avrebbe commesso. Va detto però che l'inviato italiano godeva della massima libertà d'azione tra i giapponesi, il che lo aiutò a farsi un'idea. Pericolo di spionaggio, in lui, i generali nipponici non ne vedevano: in fondo erano stati ingegneri italiani a installare i grandi obici Ansaldo da 280 mm puntati contro Port Arthur.

sfida logistica. D'Adda, nel suo reportage, fotografò anche linee ferroviarie per il trasporto di artiglierie, vagoni carichi di munizioni e di rifornimenti. «La sfida fu anche logistica, altra anticipazione delle guerre a venire», spiega Kowner. «Nessuno dei belligeranti combatteva nel proprio Paese. Il Giappone poteva rifornire le truppe via mare, mentre la Russia doveva inviare i reparti a 10mila chilometri dalla propria capitale usando un'unica linea ferroviaria». Quel treno portò oltre 200 mila soldati dello zar fino a Mukden.

Disfatta. In 16 mila non tornarono a casa. «In quella battaglia furono schierati circa mezzo milione di soldati, un numero senza precedenti nella storia militare». Il reportage di D'Adda mostra i prigionieri di guerra russi di quella battaglia. Ma anche i villaggi semidistrutti: alla fine del conflitto le vittime civili, tutte cinesi, saranno circa 20mila.

Dal Baltico al Mar Giallo. Per tentare di scongiurare il peggio lo zar aveva fatto salpare la flotta dal Mar Baltico alla volta del Mar Giallo. «Fu un'impresa epica», commenta Kowner. Raggiunta Tangeri (Marocco) una parte delle navi entrò nel Mediterraneo, passò il Canale di Suez e fece rotta sul Madagascar.

Stessa destinazione per il resto della flotta, al comando dell'ammiraglio Rožestvenskij, che però circumnavigò l'Africa. Non per niente l'ammiraglio era soprannominato "Cane pazzo".

Battaglia navale. Riunita in Africa Orientale, la flotta del Baltico non riuscì a ottenere dai francesi (che controllavano il Madagascar) il carbone per proseguire. Rimase inchiodata là due mesi, con gli equipaggi sull'orlo dell'ammutinamento. Solo un anno dopo la partenza, nel maggio del 1905, arrivò a Tsushima. «Avevano superato enormi difficoltà e navigato per 30 mila chilometri solo per affrontare una sconfitta», spiega l'esperto. Le navi giapponesi erano meglio corazzate, l'ammiraglio Togo che le comandava si rivelò uno stratega inatteso e l'impresa dei marinai russi non servì a niente. «Tsushima fu la più grande battaglia navale dai tempi di Trafalgar (vinta un secolo prima dagli inglesi di lord Nelson contro la flotta franco-spagnola, ndr). Fu anche l'ultima volta in cui un singolo scontro navale cambiò i destini di un'intera flotta e di una guerra. La marina russa, che fino al giorno prima era la terza al mondo (le prime due erano quella britannica e quella tedesca) perse due terzi delle sue navi».

Reportage di guerra. Tra le foto di D'Adda ci sono anche quelle dell'ammiraglio Togo – l'eroe di Tsushima che aveva stravinto scegliendo una tattica vivamente sconsigliata (perché troppo rischiosa) dai manuali militari – e quelle delle navi russe colpite. Sarebbero stati gli ultimi scatti di guerra del reportage.

Chi sale e chi scende. La mediazione degli Stati Uniti (altra stella nascente del XX secolo) portò al trattato di pace firmato a Portsmouth (Usa) il 5 settembre 1905. «Per il Giappone la conseguenza più immediata fu il controllo sulla Corea, annessa all'impero dal 1910 al 1945. E quella vittoria divenne un argomento formidabile per la propaganda nazionalista nipponica». Nicola II invece portava a casa un vergognoso 12-0. Non poteva vantare neppure mezza vittoria, aveva speso un capitale in una sfida giudicata dai più inutile e si trovò a fare i conti con una popolazione che non era disposta a pagare per quella cantonata.

Errore di valutazione. «Lo zar, come ogni russo medio del suo tempo, continuava a definire i giapponesi "scimmie"» conclude Kowner. «E anche dopo il disastro gli ufficiali attribuirono la sconfitta, come dichiarò un generale dell'alto comando russo, "ai nostri errori, alla nostra cecità e non al valore del nemico" ».

Se avessero guardato da vicino e senza pregiudizi le "scimmie giapponesi", come aveva fatto D'Adda, avrebbero capito che si sbagliavano di grosso.

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

8 febbraio 2024 Focus.it
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