Storia

L'intelligenza emotiva di Einstein: un cervello da Nobel, insofferente alle regole

Il 18 aprile 1955 moriva Albert Einstein. Sulle tracce della sua vita privata, scopriamo che uomo, padre e marito è stato il genio della fisica.

Albert Einstein era una "testa calda" che amava la vita, la fisica, le donne e... odiava le regole, conosciamo meglio il lato umano del geniale fisico attraverso l'articolo "Genio ribelle" di Maria Leonarda Leone, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Icona pop. C'è una foto, famosa al pari dell'aureola di capelli scompigliati che gli circondava il viso, che descrive bene che tipo fosse il celebre fisico tedesco Albert Einstein (1879-1955): lui, ultrasettantenne, che fa la linguaccia all'ennesimo fotografo in cerca di un suo sorriso da immortalare. Questo era il padre della teoria della relatività: anticonformista, scanzonato, irriverente. E intollerante con chi cercava di limitare la sua libertà. "Non ho particolari talenti, sono soltanto appassionatamente curioso", diceva di sé: facile a dirsi, quando tutto il mondo ti considera il genio che ha rivoluzionato il modo di concepire e interpretare l'universo.

Leggenda. E infatti, a oltre un secolo da quando gli fu assegnato il Nobel, la sua leggenda non si appanna. «Einstein è l'unica icona pop il cui mito è in continua crescita: a differenza di Che Guevara o i Beatles icone pop come lui, quello che ha fatto durante la sua vita viene ancora studiato, le sue idee teoriche vengono verificate sperimentalmente e ci rivelano sempre cose nuove», conferma Gabriella Greison, fisica, scrittrice, attrice teatrale e divulgatrice scientifica.

PIGRO E TESTONE. Ma se le sue qualità di scienziato sono innegabili, che cosa possiamo dire invece di Albert, l'uomo dietro il fisico, il primogenito di una benestante famiglia ebrea, lo studente ribelle, il marito infedele, il padre con i sensi di colpa? Fu una persona come tante, con i suoi pregi, i suoi difetti e le sue passioni. Quali? Amava la musica e la solitudine, per esempio, ma anche fumare la pipa, perché "contribuisce a formulare giudizi calmi e obiettivi sulle faccende umane", fare lunghe passeggiate immerso nei suoi pensieri e andare in barca a vela, "l'unico sport che non richiede alcuno sforzo fisico".

Sopra le righe. Fin da ragazzo era stato ostile a regole e imposizioni, timido, disordinato, appassionato, smemorato, autoironico, allegro, dotato di senso dell'umorismo e di un'irresistibile risata simile a "un ruggito amichevole"; era sarcastico, a volte arguto al limite del cinismo, caparbio all'inverosimile. "Quando si imbatteva in un problema teorico", ricordava il matematico Banesh Hoffmann, uno dei suoi colleghi all'Institute for Advanced Study di Princeton (Stati Uniti), dove a Einstein era stata affidata, nel 1933, la cattedra di Fisica teorica, "si alzava tranquillamente e, camminando su e giù per la stanza, attorcigliando attorno al dito una ciocca dei lunghi capelli grigi, diceva nel suo strano inglese: 'I vil a little t'ink' (ci penzerò un po')".

Rock star della fisica. Proprio in America, dove si era trasferito definitivamente abbandonando la Germania di Hitler, era diventato la rockstar della scienza che tutti conosciamo. «All'epoca aveva già conquistato, grazie ai suoi studi sull'effetto fotoelettrico, il Nobel per la fisica rimasto vacante nel 1921 (e assegnato al fisico tedesco nel 1922) e la fama conseguita alla formulazione della teoria della relatività. Parlava direttamente con i capi di Stato, interveniva alla radio e sui giornali sulle questioni di attualità più importanti», spiega Greison. «In questa seconda parte della sua vita, Einstein sentì la necessità di sostenere le minoranze, gli oppressi, i dimenticati: ebrei, neri, nativi americani. Le sue frasi cult nascono tutte in America: è lì che è diventato un saggio».

GENIO INCOMPRESO. Poi, a dieci anni, arrivò la passione per la matematica, instillatagli dallo zio Jacob. Ma, come spesso accade ai più dotati, le sue conoscenze superiori alla media si rivelarono un ostacolo alla vita scolastica. Abituato com'era astudiare da solo ciò che gli interessava e a porsi mille domande, Albert trovò insopportabile il Liutpold Gymnasium di Monaco: le lezioni da imparare a memoria, l'autoritarismo degli insegnanti e la ferrea disciplina imposta agli studenti lo indispettivano. «Era una testa calda, in continua polemica contro le regole della geometria degli antichi greci e le leggi della fisica allora note», racconta Greison. «Una volta un professore gli urlò: "Con la sua sola presenza lei distrugge il rispetto della classe nei miei confronti"».

Studente turbolento. Da allora Albert maturò la sua ribellione alle norme. Per sopravvivere, diceva, la sua curiosità aveva bisogno di libertà. E siccome si vantava di aver ricevuto da Dio "la cocciutaggine di un mulo e il fiuto di un buon segugio", sedicenne riuscì a convincere i suoi: abbandonò il liceo tedesco e si trasferì in Svizzera. Qui si diplomò (1896), prese la nuova cittadinanza e la laurea in matematica e fisica al Politecnico di Zurigo (1900). Nel giro di un quinquennio, quel genio trasandato, che non metteva mai i calzini perché "ho imparato che l'alluce finisce sempre col forarli", spiegò le ali e spiccò il volo. Come? Pubblicando, tutti nel 1905, cinque dei suoi più importanti lavori scientifici, fondamentali nel futuro sviluppo della fisica. Eppure, in quel momento, per lui "le gioie della scienza" furono soprattutto "un rifugio dalle dolorose emozioni personali".

RELAZIONI BURRASCOSE. Emozioni che avevano un nome: Mileva Maric. Gli interessi affini, le promesse e le lettere d'amore che si era scambiato con lei all'università non avevano retto all'impatto con la vita reale: la nascita non programmata di una bambina (1902) e la sua morte un anno dopo, un matrimonio (1903) forse ormai poco sentito, l'arrivo di altri due figli (1904 e 1910), l'ansia di trovare un impiego. Mentre Albert fioriva, votandosi alla scienza, ai nuovi incarichi nelle università di Zurigo, Praga e Berlino e al nuovo amore sbocciato nel 1912 con la cugina divorziata Elsa Löwenthal, Mileva appassiva, imprigionata in un rapporto quasi inesistente."Mi comporto con mia moglie come se fosse una dipendente che non si può licenziare. Ho una camera mia ed evito di stare con lei", scriveva lui all'amante, nel 1913. Ed era vero, alla lettera.

Dalla padella alla brace. Tanto che, alla fine, fu la "dipendente" a dare le dimissioni: il matrimonio scoppiò nel 1914. Mileva tornò a Zurigo con i bambini, Albert rimase a Berlino da Elsa: il giorno di San Valentino di cinque anni dopo, il divorzio diventò ufficiale e, in capo a pochi mesi, Einstein si ritrovò di nuovo sposato, controvoglia, con l'insistente cugina. Amareggiata, Mileva rese difficili i rapporti dell'ex marito con i figli: "quelle tragiche circostanze", confessò in seguito lui al suo biografo Carl Seelig, "mi tormentarono fino alla vecchiaia".

Difficoltà relazionali. Einstein si era ormai reso conto della propria incapacità di condividere l'esistenza con una donna, "un'impresa nella quale per due volte ho fallito". Anche con Elsa, infatti, l'idillio non era durato a lungo. Quel "secondo fallimento" era una donna frivola e socievole: tanto vanitosa quanto miope, a una festa aveva mangiato un fiore scambiandolo per insalata, pur di non indossare gli occhiali. E aveva mantenuto quella stessa scelta stilistica di fronte alle infedeltà del marito.

CHERCHEZ LA FEMME. I flirt con le ragazze furono sempre una delle occupazioni preferite di Albert Einstein.«Gli piaceva la bella vita. Gli piacevano le donne. Era un grande corteggiatore», nota Greison. Nella lunga corrispondenza con la seconda figliastra, Margot, il fisico fece i nomi di parecchie spasimanti, tra le quali Margarita, Toni, Estella, Ethel, "M." e "L.". Le definiva "vizi silenziosi". Senz'altro poco rumorosa fu la sua decennale relazione con la spia russa Margarita Konenkova: venuta per sedurre Einstein e carpirgli segreti sul programma nucleare americano,ne rimase a sua volta rapita.

Le gioie della solitudine. Quando "l'agente Lukas" tornò a Mosca (1945), Elsa era morta già da nove anni. "Mi sento più a mio agio ora, che in qualsiasi altro periodo della mia vita", aveva scritto il vedovo, fresco di funerale. No, il genio non era proprio portato per la vita di coppia: d'altra parte non aveva mai nascosto di essere "un viaggiatore solitario" e di aver "sempre sentito il bisogno della solitudine"

CHE MUSICA MAESTRO! L'unica donna di cui non si stancò mai fu Lina, il nome con cui ribattezzò tutti i suoi violini: suonava da quando aveva sei anni, improvvisava sui grandi pezzi della musica classica e Bach era il suo preferito, perché lo aiutava a ritrovare calma ed equilibrio. Più di una volta, Einstein diede alla musica il merito delle sue intuizioni scientifiche», conclude Greison. «E, in una intervista del 1929, dichiarò che se non fosse stato un fisico, probabilmente sarebbe diventato musicista». Ma chissà se avrebbe avuto lo stesso successo.

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

29 marzo 2023 Focus.it
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