Cultura

L'infanzia infernale nell'Inghilterra dell'800

In occasione della Giornata dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, ricordiamo le terribili condizioni di vita dei bambini inglesi durante la Rivoluzione industriale.

Charles camminava scalzo per le fetide strade di Londra. La sua giacchetta era rattoppata e i pantaloni consumati erano ormai troppo corti: per fortuna era dimagrito, così, a parte la lunghezza, gli stavano ancora. Abituato com'era a studiare e a essere accudito, non riusciva ad abituarsi a quella vita: furono i peggiori mesi della sua vita e lo segnarono per sempre. Tanto che Charles, che di cognome faceva Dickens, quando diventò scrittore raccontò nei suoi romanzi ciò che aveva vissuto: la vita della maggior parte dei bambini poveri d'Inghilterra, tra il '700 e l'800.

fabbriche e miniere. Nel 1837, quando la regina Vittoria salì al trono, tre quarti della popolazione del Regno era occupata nelle fabbriche e nelle miniere. Il fervore tecnologico che aveva accompagnato lo sviluppo dell'industria inglese un'ottantina d'anni prima luccicava, ma non era oro. "La rivoluzione industriale in Gran Bretagna si sviluppò nell'anarchia, senza alcun programma metodico, senza intervento dei poteri pubblici, né di organizzazioni operaie o padronali" ha scritto lo storico francese Jacques Chastenet. Nei centri industriali i poveri in cerca di lavoro aumentarono e i proprietari delle fabbriche furono liberi di giocare al ribasso: lavorava chi costava meno. I salari caddero in picchiata: per sopravvivere, dovevano lavorare anche i bambini.

Focus Storia 84
Tratto dall'articolo Infanzia perduta di Maria Leonarda Leone, pubblicato su Focus Storia 84. © Focus

Lustrascarpe e spazzini. Quasi nessuno di loro andava a scuola e anche chi seguiva le lezioni domenicali non sapeva né leggere né scrivere. Del resto il tempo per lo studio era poco: già a tre anni, maschietti e femminucce affollavano strade e marciapiedi, dandosi da fare nei modi più ingegnosi per tirar su qualche spicciolo. È facile immaginarli chini a lustrarscarpe, a vendere i giornali, uccidere topi, raccogliere stracci e immondizia, intenti a spazzar via fango e letame di cavallo dagli incroci. «Raramente una di queste attività permetteva di guadagnare più di qualche scellino al giorno, eppure si trattava di mestieri ereditari, cui i genitori addestravano i figli dall'età più tenera" prosegue Chastenet. E i marciapiedi erano anche il regno delle prostitute: a Londra, nell'800, la maggior parte di loro aveva tra i 12 e i 22 anni.

Ma in un'ipotetica lista nera dei lavori per minori, al primo posto c'era quello dello spazzacamino. Il film Mary Poppins sulla tata magica, che sui tetti londinesi canta e balla con i suoi amici coperti di fuliggine, ha reso tutto più poetico, ma nella realtà le cose andavano diversamente. A quattro anni, i bimbi cominciavano a calarsi nei comignoli o ad arrampicarsi lungo le strettissime canne fumarie dei camini per ripulirle con raspa e scopino: chi si fermava a metà strada, in preda al panico o vittima della stanchezza, veniva incoraggiato con punture di aghi ai piedi o, alle brutte, con un bel fuoco acceso sotto al sedere.

venduti alle famiglie. Ogni giorno così, dieci volte avanti e indietro, gomiti e ginocchia piagati dal continuo sfregare sui mattoni, colpi di tosse e occhi infiammati. E poi ustioni, cancro ai polmoni, schiena e caviglie deformate dal peso dei sacchi di fuliggine. O la morte, precipitando al suolo. E la sera? Venduti dalle famiglie o presi dalla strada, gli spazzacamini dormivano per terra in una cantina, buttati su sacchi di iuta. Il padrone concedeva loro solo due bagni l'anno, uno a Natale l'altro a Pentecoste, e una mezza ciotola di pappa d'avena al giorno, per evitare che, ingrassando, non riuscissero più a infilarsi nei buchi fuligginosi larghi meno di una trentina di centimetri.

Niente a che vedere con i fortunati undicenni che trovavano un impiego come paggio, cameriere, lacchè, aiuto stalliere o garzone di bottega. Trottavano per molte ore – se un piccolo muratore doveva faticare 64 ore a settimana in estate e 52 in inverno, ai domestici ne toccavano ben 80 – ma il posto di lavoro era buono. Soprattutto a confronto con le miniere e le fabbriche, dove, nel 1851, erano impiegati rispettivamente 40mila e 240mila bambini sotto i 15 anni. Nelle gallerie sotterranee, i bambini entravano già intorno ai cinque anni e solitamente non ne uscivano prima dei 25.

Bambina che lavora in miniera nell'Inghilterra dell'Ottocento
I ragazzini venivano attaccati ai carrelli della miniera come bestie da tiro. © Wikipedia

come bestie da tiro. «Non erano i proprietari della miniera ad assumerli, ma i capisquadra, che spesso riscattavano così i prestiti fatti ai genitori» spiega Chastenet. I ragazzini venivano attaccati ai carrelli della miniera come bestie da tiro, ma i cunicoli erano così bassi che dovevano strisciare o camminare carponi, trascinando almeno 150 chili di peso. Dove la testa sfregava sul soffitto, i capelli non crescevano più. «Non ho altri vestiti che quelli con cui lavoro: pantaloni e una giacca strappata. Tiro i vagoncini sotto terra per una distanza di una mezza lega fra andata e ritorno. Li tiro per undici ore con una catena attaccata alla cintura. […] Qualche volta, quando non vado abbastanza in fretta, mi battono», raccontò la dodicenne Patience Kershaw nel 1842, ai membri di una commissione d'inchiesta sul lavoro minorile.

I più piccini dovevano invece manovrare le valvole di aerazione nei pozzi della miniera, al buio con i piedi a mollo nell'acqua. La paga settimanale era di tre scellini, la stessa cifra riscossa ogni giorno da un uomo adulto. «Devo lavorare senza luce e ho paura. Vado a lavorare alle quattro e a volte alle tre e mezza del mattino e finisco alle cinque e mezza della sera. Non vado mai a dormire. Qualche volta canto quando c'è luce, ma non al buio: non oso in quel caso», confessò agli ispettori la piccola Sarah Gooder, otto anni appena.

senza sosta. Operaie, ricamatrici e biancheriste erano sfruttate proprio come lo sono oggi, per esempio, i cucitori di palloni in Pakistan: «Le ore abituali di lavoro vanno dalle otto del mattino alle undici di sera in inverno, dalle sei del mattino a mezzanotte d'estate. Se c'è un grande ballo in un palazzo dell'aristocrazia o ricevimento a corte accade spesso all'operaia di rimanere impegnata per venti ore consecutive» si legge in un rapporto ufficiale, datato 1844. E gli stipendi erano di poco superiori a quelli dei giovani nelle miniere.

Case popolari dell'Ottocento, tratto da
Le case popolari di Londra nell'Ottocento nel dipinto "London A Pilgrimage"(1872) di Gustave Dorè. © Wikipedia

incatenata al lavoro. Ellen Clark, 10 anni, operaia in una fabbrica di sigari, doveva rollare cartine e tabacco dalle 7 di mattina alle 8 e mezza di sera, con tre pause di un paio d'ore in tutto. All'inizio l'avevano tenuta incatenata al banco di lavoro perché non scappasse e, una volta che era troppo assonnata, il supervisore l'aveva portata in un angolo della stanza, l'aveva presa per le gambe e immersa in una cisterna di ferro piena d'acqua. Poi l'aveva rispedita al suo posto. I bimbi più piccoli, svelti e agili, erano pagati per infilarsi tra gli ingranaggi, ripulire i macchinari e sistemare viti e bulloni.

Chi denunciava pubblicamente gli abusi compiuti su di loro riceveva risposte da mal di stomaco: «Sarebbe pericoloso lasciare i ragazzi in ozio. Del resto in miniera possono distrarsi disegnando col gesso sulle pareti delle gallerie» sosteneva, a metà dell'Ottocento, il due volte membro del parla - mento Richard Cobden. Mentre un primo ministro di Sua Maestà, il liberale lord Melbourne, sospirava con tipico aplomb inglese: «Oh questi poveri ragazzi... se mi poteste lasciare in pace con questi poveri ragazzi!».

20 novembre 2020
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