Storia

In guardia! Ti sfidiamo... a duello

Per secoli i gentiluomini hanno risolto le loro divergenze in duelli rigidamente regolati. Ecco come si svolgevano allora (e come si possono far rivivere oggi).

Nel 1536, a Modena, veniva dato alle stampe il trattato di scherma intitolato Opera nova de Achille Marozzo bolognese, mastro generale de l’arte de l’armi. Scritto dallo spadaccino Achille Marozzo, è l’opera più rappresentativa della scherma rinascimentale secondo lo stile della scuola bolognese che spodestò nel ’500 la scuola tedesca dominante nel Medioevo.
Oggi in Italia alcune scuole di scherma si allenano seguendo proprio gli insegnamenti di Marozzo. Tra queste l’associazione Accademia Cangrande della Scala di Verona (www.accademiacangrande.com) che da 10 anni ricostruisce i duelli usando armi e abiti realizzati sulla base di disegni e documenti d’epoca.

VIAGGIO NEL TEMPO
Le esercitazioni, dirette in palestra dall’istruttore di scherma sportiva Andrea Cestaro, si svolgono con l’Opera nova alla mano. Si provano (solitamente con le adeguate protezioni e copie delle armi in legno) duelli nei vari stili: con la spada da sola o abbinata ad altre armi “d’accompagnamento” come il brocchiere (piccolo scudo dal diametro di 30 cm e dal peso di circa un chilo), la cappa (un corto mantello molto usato nel ’500) e il pugnale. Ma anche con armi inastate, come il lanciotto, la partigiana, lo spiedo e la ronca.

CHE SFIDA!
Ma il manuale del Marozzo non è solo tecnico: il maestro forma l’allievo anche sul codice cavalleresco e sulla procedura del duello giudiziario. Che fare, per esempio, se si veniva chiamati a duello e ci si voleva sottrarre? Ricevuto il guanto, simbolo della sfida in quanto rappresentava la più importante protezione per la mano che brandiva l’arma, si dovevano presentare giustificazioni validissime per tirarsi indietro. Pena l’accusa più disonorevole, l’infamia. E non serviva nemmeno tirare le cuoia. Se lo sfidato moriva prima del duello, si chiamava un medico a verificare che il decesso non fosse stato causato dalla paura. In tal caso, il giudice decretava vincitore il sopravvissuto.

Qui sotto potrai vedere alcuni filmati in cui il duello rinascimentale è rifatto dagli schermitori dell'Accademia Cangrande della Scala di Verona. In guardia!

Duello di cappa e spada
In una mano la spada e nell’altra la cappa. Il piccolo mantello che i nobiluomini usavano nel '500 era usato sia per distrarre l'avversario che per colpirlo. Veniva avvolto al braccio non armato e lanciato all'occorrenza. Guarda il duello:

Duello di spada sola
La spada usata per questi duellli era lunga circa 110 cm e pesava poco più di un chilo. Lo stesso tipo di arma, anche se più consistente nel peso e nella lunghezza, era usata in ambito militare dai cavalieri e per questo era chiamata "spada da cavallo". Guarda il duello:

Filmati realizzati in collaborazione con l'Accademia Cangrande della Scala di Verona
Video di Marco Casali
Montaggio di Salvatore la Forgia
Supervisione di Anita Rubini

Duello di spada rinascimentale a due mani
La spada rinascimentale è di grosse dimensioni (un metro e mezzo di lunghezza e due chili e mezzo di peso) veniva maneggiata a due mani. Oltre che per i duelli era utilizzata in battaglia da alcuni reparti di soldati chiamati spadonieri. Guarda il duello:




Duello di spada e brocchiere
Il brocchiere è un piccolo scudo da impugnare del diametro di circa 30 cm e del peso di circa un chilo: era molto maneggevole e veniva portato appeso alla cintura. Il "brocco" posizionato al centro dello scudo serviva a ferire l'avversario. Unito alla spada garantiva un maggiore sbarramento nei confronti dei colpi sferrati dall’avversario. Copriva inoltre le aree del corpo scoperte, soprattutto la mano armata e la testa. Era usato anche per colpire l’avversario nelle fasi di a corpo a corpo. Guarda il duello:



Duello con il roncone
In questo stile di duello si combatte con il roncone, un'arma d'asta dotata di una parte finale molto tagliente, con la quale il duellante tenta di colpire l'avversario. Guarda il duello:



Filmati realizzati in collaborazione con l'Accademia Cangrande della Scala di Verona
Video di Marco Casali
Montaggio di Salvatore la Forgia
Supervisione di Anita Rubini

Ma quando è nata la consuetudine di redimere liti e questioni a filo di spada? Nelle prossime pagine vi spieghiamo origini e sviluppi di questo modo di amministrare la giustizia privata che ha una storia millenaria.

Se il reato di diffamazione si punisse ancora come si faceva un secolo fa, oggi i giornalisti di gossip rischierebbero molto più che qualche scaramuccia in tribunale. Il giornalista francese Charles de Perrières, che in un suo articolo pubblicato nel 1880 aveva osato criticare l’attrice di teatro Sarah Bernhardt, fu sfidato a un duello di spada da un amico della diva. E ne uscì piuttosto malconcio.
«Nell’800 fiorirono le sfide a duello per diffamazioni – presunte o reali – a mezzo stampa. Persino Gabriele d’Annunzio, per una questione giornalistica, il 30 settembre 1885 rimediò cinque centimetri di ferita alla testa» racconta Marco Cavina, docente di Diritto medioevale e moderno all’Università di Bologna.

Tribuna politica.
Ma nell’800 la cronaca pullulava anche di duelli politici ben più pericolosi dei battibecchi che siamo abituati a vedere a Porta a porta. Basti pensare a Felice Cavallotti, deputato socialista e acerrimo nemico dell’ex presidente del Consiglio Crispi, che morì nel 1898 per mano, armata di sciabola, di un parlamentare di parte governativa, il conte Ferruccio Macola: il duello fu combattuto a condizioni durissime a causa della gravità delle offese che i due si erano scambiati. Ma la consuetudine di risolvere sul filo di una lama le questioni pubbliche e private ha origini molto più antiche. «Anche se va detto che il duello d’onore non è stato materialmente inventato da nessuno: è piuttosto l’espressione di un certo tipo di società, animata dall’antica etica cavalleresca e feudale che resistette in Europa per almeno mezzo millennio» precisa Cavina.

Assalti barbarici.
Facciamo dunque un passo indietro. «Innanzitutto bisogna distinguere i diversi modelli di duello» spiega Cavina. «C’è quello più famoso, il duello d’onore, che visse la sua stagione più gloriosa nel ’500, ma che già nel ’300 era diventato lo strumento per risolvere le controversie al di fuori di qualsiasi intromissione “statale”. A lasciargli il passo era stato il duello ordalico (dal tedesco urteil, “verdetto”) per prova di verità, eredità della tradizione germanica, in cui nel Medioevo si chiamava direttamente Dio a dare il suo giudizio su chi aveva ragione e chi no.
Altra cosa era poi il duello in torneo, sospeso tra gioco, addestramento alle armi e regolamento di conti; una pratica questa che avveniva per lo più in ambiente militare». Il primo a comparire in Europa fu proprio il duello giudiziario, portato dall’orda barbarica che avanzava laddove l’Impero romano cominciava a sfaldarsi. Nel 100 d. C. lo storico Tacito aveva raccontato nel Germania l’abitudine delle tribù in procinto di farsi guerra di catturare uno dei nemici e di sfidarlo in un “singulare certamen” il cui esito sarebbe servito da presagio per le sorti della battaglia.

SANTA RAGIONE
L’ordalia, consolidandosi e diffondendosi, diventò uno strumento giudiziario, dove dall’esito dello scontro fra uomini armati si coglieva la sentenza inappellabile della divinità: chi vinceva, lo faceva sotto l’occhio garante di Dio. Dante Alighieri, che fu uno degli ultimi sostenitori della monomachia (o “giudizio di Dio”, com’era anche chiamato) quale massima forma del diritto, scrisse nel De monarchia che “ciò che si acquista con il duello, si acquista di pieno diritto”. Tra Duecento e Trecento questo sistema era tuttavia agli sgoccioli, attaccato da chi considerava un peccato mortale sfidare Dio a manifestare la sua volontà a comando. Ma affossato soprattutto dai costi notevoli che implicava allestire la macchina-duello (che includeva giudici, campioni professionisti che si sfidavano al posto dei due litiganti, un campo che fungesse da ring messo a disposizione da un signore). Non da ultimo emergeva sempre più l’esigenza di accentrare l’amministrazione della giustizia.

GIUSTIZIA D'ÉLITE
Nonostante ciò, il cavaliere continuò a difendere a spada tratta (e non è un modo di dire) il suo angolo di giustizia privata. Nel ’300 si era ormai imposta l’idea che fosse diritto e dovere del gentiluomo riparare personalmente all’ingiuria subita e che esistesse una giustizia basata su quel che massimamente distingueva il nobile, l’onore. Senza ricorrere a campioni da far combattere per sé, la singulare tenzone diventò un affare di casta. Per la verità lo era già nel Medioevo anche il duello ordalico, visto che Federico Barbarossa, nella Constitutio de pace tenenda (1156), aveva assecondato l’evoluzione di questa istituzione come privilegio di ceto cosicché, per poter sfidare un aristocratico, bisognava dimostrare di essere suo pari. E un secolo dopo, Federico II, che come re di Sicilia voleva invece limitare il ricorso al duello giudiziario, si rivolse senza mezzi termini a “cavalieri e nobili del nostro regno”.

VADEMECUM
A contatto con la cultura italiana del Quattro-Cinquecento il duello d’onore raggiunse la dignità di vero processo, ma valido solo se permesso formalmente dall’autorità pubblica. Tanto che diventò materia di gran discussione tra i giuristi. Uno dei cavilli su cui ci si accapigliava riguardava l’identificazione del provocatore e del provocato, una differenza non da poco visto che a chi veniva sfidato spettava la scelta del campo, del giorno e dell’arma (che poteva essere comunicata all’avversario anche il giorno stesso della sfida). Oltre alla decisione di protrarre lo scontro al primo o all’ultimo sangue. Insomma, vantaggi evidentemente non da poco.
I termini della sfida venivano resi pubblici attraverso i “cartelli” con cui, a distanza, i duellanti se ne dicevano di tutti i colori. Prima di arrivare allo scontro c’erano poi altri passaggi obbligati: stabilire un giudice, solitamente un signore locale che potesse concedere un campo su cui combattere, e uno o due arbitri, di solito nobili, uomini d’armi o giuristi. I duellanti nominavano i “padrini”, avvocati che ne tutelavano i diritti coadiuvati da un notaio, un armaiolo e dagli amici di parte (i “confidenti”). Tutte queste formalità distinguevano il duello lecito da quello “alla macchia” che poteva scoppiare senza troppi complimenti tra le teste più calde.

SCINTILLE
Ma che cosa provocava il disonore e quindi l’ira del cavaliere? «La peggiore offesa era il mancato rispetto della parola data, che poteva voler dire anche insidiare la moglie altrui. Ma a volte bastava molto meno, uno sguardo storto e piccole provocazioni in seguito alle quali il nobile non poteva esimersi dal difendere il suo onore e quindi il suo diritto a far parte del suo stesso ceto» spiega Cavina. “Molte volte mi offende alcuno passandomi innanzi nello entrar di una porta, talhora mettendosi nel più degno luogo et più alto della strada, sovente occupandomi una segg

SPARTIACQUE
Dal Concilio di Trento nel 1563 si levò infatti la più autorevole voce di condanna del duello come strumento legale. Pena per chi lo concedeva (re e imperatori) la scomunica. Per duellanti e padrini, oltre alla scomunica, c’era anche la confisca dei beni e l’infamia perenne. Per chi il duello lo vinceva, infine, arrivava inesorabile l’accusa di omicidio. La censura contro il duello d’onore non era cosa nuova, ma quella della Chiesa si abbatté come un’ascia su questa pratica.
«Vietare il duello giudiziario significava colpire l’arroganza della nobiltà e le sue pretese di un esercizio autonomo della giustizia» spiega Cavina. La presa di posizione fu così efficace che in pochi anni in Italia fu impossibile ottenere un campo per combattere. Sottobanco continuavano però i duelli contra legem (contro la legge), nei confronti dei quali si chiudeva quasi sempre un occhio. Ancora nel ’600 il filosofo Hobbes, nel Leviatano, auspicava un po’ di indulgenza per il duellante, stretto da una parte dalla legge che proibiva il duello e dall’altra dalla società che verteva ancora su valori di ceto e d’onore.

PARI E DISPARI
Nonostante il veto della Chiesa, l’idea che il duello fosse una prerogativa di “casta”, da giocarsi tra pari, fu dunque dura a morire. In piena Età della ragione, quando gli intellettuali erano ormai schierati all’unisono contro il duello considerato alla stregua di una moda crudele, un episodio coinvolse proprio uno dei più illuminati tra loro, Voltaire. Nel 1726, mentre era a pranzo dal duca di Sully, fece volare parole pesanti contro Rohan Chabot, un cavaliere che, qualche giorno dopo, per punirne l’arroganza fece bastonare il filosofo dai suoi servi. Voltaire corse ai ripari prendendo lezioni d’armi e sfidando a duello il cavaliere, nel modo più sfrontato: con un annuncio a teatro. Nel luogo convenuto per il faccia a faccia, però, al posto di Chabot Voltaire trovò le guardie, che lo condussero alla Bastiglia. Il reato di cui fu accusato? Aver sfidato un nobiluomo. L’arditezza gli costò 12 giorni di prigione, dopo i quali fu liberato a una condizione: sparire dalla circolazione.

SFIDA D'ARTI
Ancora nell’Ottocento, in quasi tutta Europa, ufficialmente si promulgavano leggi che proibivano e punivano il ricorso al duello, ma si duellava come esibizione di coraggio o rito d’iniziazione. Non solo. L’artista Henri de Toulouse-Lautrec, pur sfavorito dalle sue deformazioni fisiche, sfidò Henri de Groux, che nel 1890 si era rifiutato di esporre le sue opere nella stessa sala di quelle di Vincent van Gogh, a parer suo un ciarlatano. Nel 1832 il matematico francese Évariste Galois fu ucciso appena ventenne da una pallottola che si era buscato in duello. La notte prima però, sicuro che non sarebbe sopravvissuto all’avversario, sistemò i suoi lavori matematici, ponendo le basi di una teoria che porta il suo nome e che è un’importante branca dell’algebra astratta. In Russia la passione per i faccia a faccia contagiò anche gli uomini di lettere. Nel 1837 lo scrittore Aleksandr Sergeevi? Puškin morì sfidando il presunto amante di sua moglie, proprio come il protagonista di un suo romanzo.

ROSSO SANGUE
Dopo una parabola lunga secoli, il reato di duello è stato cancellato dal codice penale italiano appena una decina di anni fa, nel 1999. Un’ottantina di anni prima anche Benito Mussolini era stato un discreto spadaccino. E pare che annunciasse alla moglie Rachele che un duello era imminente con un “Oggi preparami gli spaghetti”. Il Duce avrebbe così voluto evitare di allarmare i figli facendo passare per sugo il sangue di cui si macchiavano regolarmente le sue divise da duello. Oggi a preoccupazioni del genere si potrebbe assistere solo in Paraguay, dove il duello è ancora lecito.

29 ottobre 2008 Anita Rubini
Tag cultura - storia -
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