Il ritrovamento del relitto dell'incrociatore italiano da Barbiano

Le immagini della spedizione "Altair 2007" che, nelle acque di Capo Bon (Tunisia), ha ritrovato il relitto dell'incrociatore leggero Alberico da Barbiano, affondato dagli Inglesi il 13 dicembre...

Le immagini della spedizione "Altair 2007" che, nelle acque di Capo Bon (Tunisia), ha ritrovato il relitto dell'incrociatore leggero Alberico da Barbiano, affondato dagli Inglesi il 13 dicembre 1941.
La spedizione, capitanata da Andrea Ghisotti, storico collaboratore di Focus recentemente scomparso e massimo esperto italiano di relitti, aveva 8 punti possibili d'affondamento da controllare con l'ecoscandaglio, punti forniti dal nostro Istituto Idrografico e da pescatori locali. Dopo vari tentativi, hanno trovato tracce su un tratto di fondale a 70 metri di profondità. Bisognava però scendere a dare un'occhiata e le condizioni dell'immersione erano problematiche a causa di una forte corrente.
A 60 metri di profondità hanno iniziato a vedere una grossa massa sul fondo. Era un relitto, non c'erano dubbi.

A seguire, la storia raccontata da Andrea Ghisotti della "maledetta" spedizione italiana affondata nel '41.


E' passata alla storia come una tragica disfatta, causata da un inspiegabile ordine di rientro all’ultimo momento. Ma ora una spedizione ha fatto luce su come si svolse lo scontro navale di Capo Bon, nella quale, il 13 dicembre 1941, navi alleate affondarono due incrociatori italiani, uccidendo 817 persone. Una pagina nera, nella storia della Marina, riscritta grazie all’impegno dei ricercatori Andrea Ghisotti, Pietro Faggioli Stefano Ruia, Daniele Bianconi. Che nel 2007, dopo un lungo studio, sono riusciti a fare luce sulla dinamica di questa battaglia, restituendo l’onore al comandante della flotta italiana, l’ammiraglio Antonino Toscano , e ritrovando il relitto di uno degli incrociatori, l’Alberico da Barbiano, nelle acque tunisine.

Convogli. Ma che cosa avvenne quella notte? E perché questo scontro segnò i destini della guerra? Il 1941 fu un anno durissimo per la Marina italiana: il 21 ottobre, la Gran Bretagna aveva inviato a Malta la “Forza K”, un gruppo di navi che affondavano sistematicamente i convogli italiani diretti alle colonie in Africa. In un solo mese, era arrivato a destinazione meno del 40% dei carichi di carburante e di armi. Era la “guerra dei convogli”, organizzata per indebolire le forze dell’Asse  in Africa.
Di fronte al rischio che le truppe inglesi avanzassero in Libia, impossessandosi dello strategico porto di Bengasi, a dicembre il governo italiano aveva deciso di inviare un grosso carico di munizioni e carburante a bordo di navi veloci.
La missione fu affidata a 2 incrociatori leggeri: l’Alberico da Barbiano e l’Alberto di Giussano. Le navi dovevano caricare viveri, materiali e armi nei porti di Brindisi e di Palermo, per poi dirigersi a Tripoli il 9 dicembre, costeggiando la Tunisia.
Ma l’operazione partiva male. Le navi che dovevano scortare gli incrociatori (Bande nere e Climene) erano in panne: così la scorta fu affidata alla sola torpediniera Cigno.
In più non era possibile la copertura aerea da Tripoli, perché in Libia mancava il carburante per gli aerei. Così fu deciso di caricare sui due incrociatori diverse tonnellate di benzina per aerei, ma non nelle solite lattine impiegate per il trasporto su unità da guerra, bensì in fusti, la cui tenuta non era oltretutto ermetica. I fusti furono caricati in coperta, nella zona poppiera: un carico esplosivo, che rendeva gli incrociatori vulnerabili a ogni attacco, sia aereo che navale.
In totale il carico imbarcato era di 100 tonnellate di benzina avio, 250 di gasolio, 600 di nafta e 900 di viveri, oltre a 135 militari destinati a Tripoli: un equipaggio di 1.504 persone, più 155 a bordo del Cigno.

Al ralenti. La missione era pericolosa: lo scafo degli incrociatori leggeri non era idoneo per resistere ai siluri né ai tiri d’artiglieria. E l’unico loro punto di forza, la velocità (potevano toccare i 37 nodi, pari a 68,5
km/h), era sacrificato: per risparmiare nafta in modo da poterne scaricare di più a Tripoli, fu imposta la velocità di 22 nodi (40,7 km/h).
Così, non volendo giocare la carta della velocità, si cercò in tutti i modi di tenere segreta la missione. E, per evitare incontri con i ricognitori provenienti da Malta, si era decisa una rotta più a occidente delle isole Egadi. L’arrivo a Capo Bon era previsto alle 2:00 del 13 dicembre; poi si doveva puntare alle isole Kerkennah, dove la 4a Divisione doveva incontrarsi con le torpediniere Calliope e Cantore, per essere scortata fino a Tripoli, con arrivo previsto alle 13:00.
Per proteggere la spedizione, la Marina dispose alcuni pattugliamenti aerei lungo a est e a ovest di Capo Bon. Un ricognitore avvistò 4 cacciatorpediniere britannici a 60 miglia da Algeri, diretti a Capo Bon. E i tedeschi avevano avvisato il comando italiano che di notte alcuni piroscafi inglesi avrebbero lasciato Malta per Gibiliterra. Per i caccia la Marina italiana calcolò la loro ora di passaggio a Capo Bon: ipotizzando una velocità costante a 20 nodi (quella calcolata dai ricognitori) sarebbero arrivati alle 5:00, se avessero aumentato a 28 nodi alle 3:00, un’ora dopo gli italiani. Così non fu considerato necessario annullare la missione o accelerare la velocità di navigazione.

Ritardo. Ma l’Italia non aveva fatto i conti con il servizio di decrittazione britannico “Ultra”, in grado d’intercettare e decifrare i messaggi in codice inviati dalle forze dell’Asse con la macchina Enigma . Gli inglesi seppero tutto nei dettagli, comprese le velocità degli incrociatori, e inviarono contro gli italiani 4 cacciatorpediniere già in rotta verso l’Egitto (Sikh, Maori, Legion e Sweers): dopo aver lasciato Algeri aumentarono la velocità a 30 nodi.
Intanto, le navi italiane (il Cigno in testa, seguito dal da Barbiano e dal di Giussano) arrivarono a Capo Bon alle 3:00 del 13 dicembre: ma la Marina non lo seppe e non ordinò di recuperare il ritardo. Poco prima, alle 2:45, le unità italiane sentirono un rumore d’aereo: era un ricognitore della Raf di Malta, che aveva individuato le nostre navi. La Cigno allertò il da Barbiano con i proiettori luminosi, ma lo scambio fu notato dai cacciatorpediniere britannici, che si stavano avvicinando a Capo Bon a grande velocità. Il comandante Toscano allertò il convoglio: alle 3:20 il da Barbiano invertì la rotta mettendo le macchine alla massima forza e comunicò la manovra alle altre due navi. Il di Giussano lo seguì; il Cigno non se ne accorse e proseguì fino alle 3:25, quando invertì la rotta, restando distanziato a sud.

Siluri. Sul da Barbiano intanto, l’ammiraglio ordinò di aprire il fuoco contro le navi nemiche, ormai distanti solo 300 metri. Ma dal Sikh erano partiti 4 siluri: due colpirono il da Barbiano sulla sinistra, causando un’esplosione e un incendio. Il Legion lanciò 6 siluri, uno dei quali colpì il di Giussano.
Alle 3:26 il Maori si accanì contro il da Barbiano in fiamme, falciando il ponte di comando e lanciandogli contro due siluri, uno dei quali andò a segno. Il da Barbiano, colpito al centro e a poppa, sbandò e affondò in 4-5 minuti, in un inferno di nafta e benzina in fiamme.
Il di Giussano, colpito da un siluro e da due granate, privo di energia per utilizzare le artiglierie, con il centronave sconvolto dallo scoppio del siluro, sbandava sempre più. Prima che l’incendio in sala macchine si propagasse ai fusti di benzina in coperta, il comandante ordinò di abbandonare la nave. Alle 4:42 il di Giussano si spezzò in due e affondò. Il Cigno, mancato dai siluri degli avversari, si prodigò per raccogliere i naufraghi, in condizioni disperate: sulla superficie del mare, piena di nafta, si svilupparono molti incendi, cui si aggiunsero i pescecani giunti sulla zona. Con l’aiuto di pescatori tunisini e di un idrovolante italiano, furono recuperati 687 naufraghi, poi trasportati a Trapani: nello scontro erano morte 817 persone.

Relitto. Ma perché il comandante Toscano decise quel repentino cambio di rotta? «Nessuno l’ha mai spiegato» dice lo storico Giorgio Giorgerini  «anche perché l’ammiraglio e il suo Stato Maggiore riposano da 60 anni nello scafo della nave ammiraglia poggiata sul fondo delle acque tunisine». Gli storici si sono accapigliati per decenni, ipotizzando 3 scenari:

1) Quando era stato avvistato l’aereo della Raf, Toscano aveva deciso di annullare la missione e tornare a Palermo. Un’ipotesi assurda: il governo voleva che la missione fosse portata a termine a ogni costo.

2) La manovra serviva a evitare i campi minati  lungo la costa tunisina: ma anche questa spiegazione non regge, dato che la presenza dei campi minati era già nota.

3) L’ammiraglio aveva avvistato qualcosa a prua: ma a sud non c’era alcuna nave nemica (arrivavano da nord) e se ci fosse stata, sarebbe stata avvistata prima dal Cigno.

Dopo lunghe ricerche storiche e una spedizione in Tunisia (grazie alla collaborazione della Marina militare italiana e del governo tunisino), abbiamo ricostruito uno scenario diverso: l’ammiraglio ordinò un’inversione così repentina perché aveva avvistato qualcosa a dritta, sottocosta, un po’ arretrato. E sapeva bene quanto i suoi incrociatori fossero vulnerabili, con il carico di benzina a poppa: se avesse proseguito a sud, avrebbe esposto la nave al fuoco nemico, senza poter utilizzare le torri poppiere. Così decise di cambiare rotta per puntare la prua verso le navi nemiche, utilizzando i cannoni anteriori.
Un’ipotesi confermata dalla scoperta del sito d’affondamento del da Barbiano, a 1,1 miglia (2 km) di distanza dalla costa: un punto in cui le navi nemiche erano visibili. D’altronde, al momento del lancio dei siluri del Sikh sappiamo, dalle testimonianze dei sopravvissuti, che la distanza tra le 2 navi era ridottissima (300 m). Dunque, nessuna fuga: dopo aver avvistato le navi nemiche, Toscano decise di attaccare per uscire da quella trappola. Ma gli inglesi lo colpirono prima.

Andrea Ghisotti
21 Luglio 2010

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