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Storia

Che cosa sono le Idi Marzo e come è stato ucciso Giulio Cesare?

La vera storia del crimine più famoso dell'antichità: cosa è successo alle 11 del 15 marzo del 44 a.C., le Idi di Marzo. E le vere ultime parole di Cesare.

In largo Argentina, a Roma, dove oggi si trova una fermata dei mezzi pubblici e dove più di duemila anni fa si trovava la Curia di Pompeo, sede provvisoria del Senato distrutto da un incendio, il 15 marzo del 44 a.C. si consumò la fine di Giulio Cesare.

Il dictator si lasciò convincere da Decimo Bruto a presentarsi ai senatori, nonostante i presagi avversi e i tentativi di uno schiavo, del maestro Artemidoro di Cnido e dell'aruspice Spurinna, di metterlo in guardia.

Stando alle fonti (assai posteriori), alle ore 11 del mattino Giulio Cesare uscì di casa senza scorta e percorse la Via Sacra di Roma tra due ali di folla acclamante. Arrivato nella Curia, mentre Trebonio, un congiurato, tratteneva il generale Marco Antonio con una scusa, il dictator venne circondato dai cesaricidi.

Tullio Cimbro si gettò ai suoi piedi, come per implorarlo, tirandogli la toga: era il segnale convenuto dei congiurati. Publio Casca colpì Cesare con il pugnale, ferendolo: «Scelleratissimo Casca, che fai?», reagì il dictator, colpendolo a sua volta. Poi gli altri congiurati gli furono addosso. Quando vide brillare la lama del suo Marco Bruto, Cesare cadde ai piedi della statua di Pompeo, suo nemico nella guerra civile del 49 a.C., e morì colpito da 23 coltellate.

Tu quoque, Brute, fili mi. Di sicuro Cesare non pronunciò a Marco Bruto, riconoscendolo tra i suoi assassini, la famosa frase Tu quoque, Brute, fili mi ("anche tu, Bruto, figlio mio?"). Lo scrittore latino Svetonio (70-126) riferisce che, morendo, Cesare disse in greco Kai su teknòn (anche tu, figlio), perché quella era la lingua dell'élite romana. Ma questa versione dei fatti è poi messa in dubbio dallo stesso Svetonio, secondo il quale Cesare, in quel fatidico giorno delle idi di marzo del 44 a. C., emise solo un gemito, senza riuscire a profferire parola.

La frase in greco (tradotta in seguito in latino con l’aggiunta del nome di Bruto) ebbe però fortuna: oltre allo sgomento di Cesare nel vedere Marco Giunio Bruto, suo pupillo, tra i congiurati, esprime il dramma universale del tradimento.

I senatori fuggirono in preda al panico. I congiurati si sparpagliarono per informare il popolo. E il corpo restò nell'atrio dell'edificio per ore, prima che tre schiavi lo caricassero su una lettiga per riportarlo a casa.

Tratto da Le ultime ore di Giulio Cesare su Focus Storia 159 (gennaio 2020), disponibile in digitale. Leggi il nuovo Focus Storia in edicola.

14 marzo 2018 Focus.it
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