I veri pellerossa

In pochi conoscono la storia di Edward S. Curtis, il leggendario fotografo che ha dedicato la sua vita (1868-1952) agli indiani d'America.Tra la fine dell'800 e i primi decenni del '900, Curtis ha attraversato il vasto territorio degli Stati Uniti e del Canada per conoscere le popolazione degli Indiani d'America, registrarne le voci e i canti, raccontarne le storie e soprattutto fermare sulla pellicola, volti e ritratti. Queste foto eccezionali documentano un’epoca ormai leggendaria e un popolo di circa 10 milioni di individui, divisi in centinaia di tribù, spazzato via in soli 200 anni dai "visi pallidi". Scopri tutti i falsi miti sui Pellerossa.

Una pattuglia armata dei Sioux Brulè (1908).
Prima dell’arrivo degli europei, le tribù potevano anche essere in conflitto fra loro, ma non avevano una politica espansionista. I conflitti erano in genere lotte sporadiche, e avevano per lo più radici territoriali e rituali: si basavano su antiche inimicizie fra tribù (come fra Sioux e Pawnee). E i giovani, senza motivi seri (i nemici erano “nemici e basta”), come iniziazione facevano incursioni, a cui seguivano rappresaglie.
Ma c’erano alcuni meccanismi che controllavano l’aggressività: incontrare uno del proprio segno animale (la cui fratellanza superava quella tribale), scongiurava il combattimento. E se ci si uccideva in battaglia, occorrevano lunghi rituali di purificazione: i pellerossa preferivano così ferire piuttosto che uccidere.

L'apsaroke Due Fischi, razziatore di cavalli sioux. Ferito, fu curato dalla medicina sciamanica con un falco.
Quando conobbero i bianchi, i nativi americani erano nella loro epoca d’oro. Anche grazie al cavallo, che contribuì al loro sviluppo riducendo distanze e fatiche, facilitando la caccia e la difesa. Eppure il cavallo selvatico era da tempo estinto in Nord America.
Questi equini erano stati reintrodotti, senza volerlo, dagli spagnoli insediati in Messico. Un gruppo di cavalli, scappato nel 1600 da un forte, si rinselvatichì nelle pianure nordamericane, dando origine alla razza dei mustang. I nativi americani, senza sapere che fosse possibile (non avendo mai visto qualcuno che cavalcasse) dal 1700 riuscirono ad addomesticarli. E inventarono anche un proprio stile di cavalcata. All’arrivo dei bianchi, i Pellerossa erano circa 20 milioni: poi ne rimasero solo il 10%, fra guerre, carestie ed epidemie.

I nativi americani avevano nomi di animali, ma l’animale tutelare poteva cambiare durante la vita.
Pancia d’Orso, ritratto in questa foto, raccontò così a Curtis come aveva avuto la pelle dell’orso e il suo nome. «Arrivai su una rupe. Sotto di me vidi 3 orsi. (...) Attesi finché il secondo fu vicino al primo e feci fuoco. L’orso più lontano cadde, la pallottola aveva attraversato il corpo del primo per conficcarsi nel cranio del secondo. Il primo, ferito, mi caricò e io sparai, spezzandogli la spina dorsale. Un rumore mi ricordò del terzo orso: correva ringhiando ed era a soli 6 passi da me. Sparai col fucile che toccava il suo petto. Quello con la schiena spezzata si trascinava ancora. Mi avvicinai per dirgli “Sono venuto per cercarti, amico mio, per tenerti sempre con me”. E sparai».

Il grande capo Tre Cavalli ripreso da Curtis intorno al 1905.
Il capo non veniva inteso all'occidentale, era un semplice portavoce. Si ritiene che la Costituzione americana abbia preso spunto anche dalla democrazia degli Irochesi.

Questo indiano piegan è ritratto con ascia-pipa, piume di rapace, pelli di ermellino, artigli di grizzly, ossi di cervo.
I Pellerosa avevano 1.100 lingue. E fra tribù diverse si capivano a gesti. Salutavano con “hog”, che gli inglesi trascrivono con “haug” e gli italiani pronunciano (e scrivono) “augh”, sbagliando.

Un piccolo della tribù dei Nasi Forati, anche noti col nome francese di Nez Percé. Vivevano nell'odierno Idaho, principalmente di caccia e di pesca e si dedicavano all'allevamento dei cavalli.
Ma perché venivano chiamati Pellerossa? alcune tribù che si cospargevano di terra per proteggersi dal sole.

Una ragazza della tribù dei Nespelem che abitavano all'estremo ovest.
I nativi americani usavano i segnali di fumo? Sì, ma avevano 1.100 fra lingue e dialetti, tanto che svilupparono un complesso linguaggio gestuale per capirsi fra tribù diverse. I Cherokee inventarono un alfabeto (68 segni fonetici), forse l’ultimo a comparire nel mondo in epoca moderna. Nel 1828 uscì il primo giornale in lingua scritta indiana, il Cherokee Phoenix, dedicato alla loro causa.

A parte figure carismatiche come l’irriducibile Cavallo Pazzo o il diplomatico Nuvola Rossa (nella foto), nate dalla necessità di unirsi contro i bianchi, non c’erano veri capi. Esistevano esperti per la guerra (in genere nati sotto il segno dell’orso), esperti per trovare l’acqua, capi-caccia, capi costruttori di accampamenti, uomini di medicina e così via. Tutte le decisioni venivano prese dai consigli delle tribù. Il capo non veniva inteso all’occidentale, era un semplice portavoce. Si ritiene che la Costituzione americana abbia preso spunto anche dalla democrazia degli Irochesi.

Non tutti erano guerrieri: gli specialisti della guerra erano di solito i nati sotto il segno dell’orso.

“Mitragliatrice” a cavallo. Un indiano apsaroke con arco e freccia, altre due frecce pronte in mano e una in bocca.
Gli Apsaroke (o absaroke), conosciuti anche come Crow, appartenevano al gruppo linguistico dei Sioux ed erano stanziati nelle pianure del Montana e del South Dakota.

Geronimo l’apache. Raccontò a Curtis che il Grande Spirito gli disse: «Nessun fucile dei bianchi potrà ucciderti». Fu un condottiero leggendario (foto del 1905).

L’immagine dei pellerossa nomadi, cacciatori di bisonti è corretta, ma solo per le tribù delle pianure, come Sioux, Cheyenne, Piedineri e Arapaho.
I pellerossa infatti avevano diversi tipi di economie. Per esempio, l’indiano makah del nordovest (foto sopra) era un baleniere (brandisce l’arpione e i galleggianti) e si affidava alla pesca per sopravvivere. I Navajo, nel sud degli attuali Stati Uniti, erano seminomadi che allevavano pecore, e vivevano anche di furti ai danni di altri Nativi americani. Altri predoni erano gli Apache.
I Pueblo, che si spingevano fino in Messico, erano invece agricoltori stanziali, abili nell’irrigazione: coltivavano mais e zucche e lavoravano gioielli d’argento.

Aquila Nera (nato nel 1834) con l’ala del suo rapace. Già guerriero a 13 anni, confessò a Curtis di non essere mai stato un eroe: catturò solo 6 cavalli.
Lo scalpo, per cui i nativi americani sono famosi, era in realtà un cimelio di cattivo gusto inventato da francesi e inglesi per dare un premio per ogni indiano ucciso. Fu solo in seguito adottato dalla resistenza indiana.

Aquila nera, un uomo della tribù dei Nasi Forati, anche noti col nome francese di Nez Percé. Abitavano in capanne di legno. Il Tipì, la capanna tipica dei film western, era l'abitazione dei nativi delle pianure. Quelli del sud abitavano in case di pietra. Al nord in capanne di legno.

Le società indiane non erano assistenziali: i vecchi, benché molto ascoltati, se non autosufficienti erano un peso e in genere lasciavano il gruppo per andare a morire. Nella foto un Navajo.

Un indiano Arapaho fuma una pipa normale (foto del 1910, circa). La pipa della pace, invece, aveva a un suo estremo un’ascia vera, segno di equilibrio fra due opposti, la pace e la guerra. Serviva anche per comunicare con le divinità.

Un uomo della tribù dei Piegan.
La parola totem (in origine ototeman) è l’unica che tutte le lingue europee hanno ereditato dagli idiomi indoamericani.

Tre capi piedineri. Erano nativi delle pianure e prendevano il nome dalle calzature. Vivevano lungo il fiume Bow.

Un villaggio Piegan. I tipì erano la capanna tipica, ma solo dei nativi delle pianure. Quelli del sud abitavano in case di pietra. Al nord in capanne di legno.

Due membri dei Nakoaktok con i costumi tradizionali durante una danza tribale. I Nakoaktok vivevano nella costa occidentale dell'odierno Canada.
Proprio nelle tribù del nord-ovest si usata il Palo-totem: non serviva per i prigionieri, ma a mostrare le effigi degli animali protettori degli avi che originarono la tribù.

Un uomo della tribù degli Apache Jicarilla.
Il termine deriva dalla parola spagnola che significa "piccolo canestro" e che si riferiva alle coppe per bere intrecciate a spirale usate da questo popolo Apache.

Una donna della tribù dei Mohave.

Guerrieri Cheyenne.

Una pattuglia armata dei Sioux Brulè (1908).
Prima dell’arrivo degli europei, le tribù potevano anche essere in conflitto fra loro, ma non avevano una politica espansionista. I conflitti erano in genere lotte sporadiche, e avevano per lo più radici territoriali e rituali: si basavano su antiche inimicizie fra tribù (come fra Sioux e Pawnee). E i giovani, senza motivi seri (i nemici erano “nemici e basta”), come iniziazione facevano incursioni, a cui seguivano rappresaglie.
Ma c’erano alcuni meccanismi che controllavano l’aggressività: incontrare uno del proprio segno animale (la cui fratellanza superava quella tribale), scongiurava il combattimento. E se ci si uccideva in battaglia, occorrevano lunghi rituali di purificazione: i pellerossa preferivano così ferire piuttosto che uccidere.