I traumi di guerra nel cervello, non nella mente

Secondo un nuovo studio, sarebbero i danni al tessuto cerebrale causati dalla forza d'urto delle esplosioni a spiegare la sindrome dei reduci di guerra.

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Un soldato si ripara durante un'esplosione controllata in Afghanistan.|Shamil Zhumatov/Reuters

Oltre a quelle evidenti, ci sono ferite invisibili riportate dai soldati esposti alle terribili esplosioni in guerra e sui campi di battaglia. Finora, i problemi di memoria, la depressione, l’insonnia degli ex-combattenti e reduci di guerra erano state considerate traumi di natura psicologica. Ora uno studio ipotizza che all’origine possano esserci lesioni fisiche al cervello provocate dagli effetti dell’onda d’urto delle esplosioni.

 

Il vento degli obici. Ad accusare sintomi come forte depressione, ma anche problemi cognitivi e di memoria, e insonnia, erano stati prima i reduci del Vietnam, poi i militari che hanno combattuto in Iraq e Afghanistan. Ma questa costellazione di disturbi apparentemente legati ai combattimenti era nota fin dalla Prima guerra mondiale: gli inglesi avevano coniato il termine shellshock, mentre in Italia la malattia che colpiva i soldati nelle trincee era chiamata vento degli obici, con un preciso riferimento alla deflagrazione delle bombe (vedi anche Quando la guerra fa ammalare).

 

Solo nel 1980 fu coniata l'etichetta disturbo post-traumatico da stress (PTSD la sigla inglese) per definire l’insieme di sintomi che colpiscono i combattenti, ma anche le persone che hanno fatto esperienza di eventi drammatici o catastrofi naturali che hanno messo a rischio la loro vita. L’ipotesi era che si trattasse degli effetti sulla mente dell’esposizione a traumi terribili.

 

 

Cicatrici nel cervello. Il nuovo studio, pubblicato su Lancet Neurology, sembra invece dare ragione a un’idea nel tempo abbandonata, e cioè che siano davvero dei danni cerebrali causati dalle esplosioni a provocare i sintomi. Per la ricerca, un gruppo guidato dall’autorevole anatomopatologo americano Daniel Perl ha esaminato il cervello di 8 ex soldati deceduti, ad alcuni anni di distanza dall'essere stati esposti a un’esplosione. Nel loro tessuto cerebrale sono state identificate particolari lesioni, non visibili alla Tac e alla risonanza magnetica, e diverse da altri danni noti provocati da traumi alla testa. Secondo gli autori dello studio si tratterebbe di piccole lesioni cicatrizzate in aree cerebrali importanti per il sonno, la memoria e le funzioni cognitive.

 

Soprannominato dai soldati tedeschi "Langer Max", questo grande cannone da 380 mm montato su rotaia poteva sparare proiettili esplosivi da 750 kg a oltre 34 km di distanza: per l'epoca era un'arma micidiale. | National Archive/Official German Photograph of WWI

Analisi post-portem. Il New York Times Magazine racconta come Perl si sarebbe accorto per la prima volta di qualcosa di strano analizzando post-portem il cervello di un militare. Ha attirato la sua attenzione dei minuti segni marrone, simili a polvere, e segno evidente di cicatrici, che durante la sua carriera non aveva mai notato in nessun reperto. Il tessuto cerebrale apparteneva a un soldato che nel 2009 si era trovato a pochi passi da un kamikaze che si era fatto esplodere. Il militare era sopravvissuto all’esplosione, ma aveva cominciato ad accusare i sintomi classici del disturbo post-traumatico da stress, ed era poi morto due anni dopo, apparentemente per una overdose di farmaci.

 

In attesa di conferme. L’ipotesi, già avanzata anche in anni più recenti ma sempre lasciata cadere, è che l’onda d’urto di una esplosione, o di esplosioni ripetute, possa provocare dei danni caratteristici al cervello visibili solo all’analisi del tessuto cerebrale dopo la morte. Lo studio sembra confermarlo, ma serviranno altri dati per dire se davvero il vento degli obici può essere all’origine della malattia dei reduci di guerra.

 

15 Giugno 2016 | Chiara Palmerini