Storia

I Neanderthal accudivano i bambini con sindrome di Down

Un bambino Neanderthal con sindrome di Down sopravvisse fino all'età di 6 anni: le analisi dei suoi resti indagano la nascita dell'altruismo.

Gli archeologi che hanno studiato i suoi resti l'hanno soprannominata "Tina": era una bambina, o un bambino (non è possibile stabilirlo con certezza) Neanderthal con sindrome di Down, che più di 146.000 anni fa, anche grazie alle cure della sua comunità, riuscì a sopravvivere fino all'età di 6 anni. I suoi fossili, ritrovati nella grotta di Cova Negra in Spagna, svelano un aspetto nascosto, ma intuibile, delle società Neanderthal: la capacità di prendersi cura dei più vulnerabili, senza aspettarsi nulla in cambio.

ossa che "parlano". Il ritrovamento, descritto in un articolo pubblicato su Science Advances, è avvenuto in un sito archeologico della Spagna orientale noto dagli anni '20 del Novecento, e occupato dai Neanderthal a più riprese tra i 273.000 e i 146.000 anni fa. In mezzo a tanti resti animali, il team di scienziati guidati dall'antropologa Mercedes Conde Valverde dell'Università di Alcalá, in Spagna, ha individuato un frammento appartenuto a un ominine: un pezzo di osso temporale dalla base laterale del cranio che include parti anatomiche dell'orecchio interno.

Una storia recuperata. Gli scienziati sono partiti dalle TAC del reperto per creare un modello 3D dell'osso. Che ha rivelato due cose: che il fossile era appartenuto a un Neanderthal, con ogni probabilità un bambino, o una bambina, di almeno 6 anni e comunque non più di 10; e che il piccolo, o la piccola, aveva la sindrome di Down o trisomia 21, una condizione caratterizzata dalla presenza, nel codice genetico, di una copia supplementare di un cromosoma chiamato cromosoma 21.

Lo si intuisce da una serie di caratteristiche delle ossa dell'orecchio interno tipiche delle persone con sindrome di Down, come la riduzione della coclea, essenziale per l'udito, e una serie di anomalie nei canali semicircolari, tre tubicini ricurvi che regolano il senso dell'equilibrio e la percezione della posizione del capo. 

Amato per anni. "Tina", la chiameremo così anche noi, doveva avere serie difficoltà di udito e deambulazione: per le sue caratteristiche vestibolari doveva soffrire di vertigini quando stava in piedi. Altre manifestazioni della sindrome di Down non intuibili dalle ossa potevano aver provocato disabilità intellettive e difficoltà nell'allattamento e nell'ingestione di cibi. Eppure - come si legge nel titolo d'impatto dello studio scientifico, The child who lived: Down syndrome among Neanderthals? ("Il bambino che visse: sindrome di Down tra i Neanderthal?"), la piccola, o il piccolo, arrivò fino all'età di 6 anni in un'epoca in cui superare l'infanzia, anche senza bisogni speciali, era tutt'altro che scontato.

Non siete soli. Non solo Tina, ma anche la madre ebbero dunque bisogno di tutto l'aiuto gratuito e disinteressato della loro comunità: e a questo bisogno i Neanderthal di Cova Negra risposero per almeno sei anni. La scoperta conferma l'esistenza di comportamenti altruistici e compassionevoli nei nostri "cugini", caratteristica già emersa in passati studi.

Per esempio, nella grotta di Shanidar in Iraq sono stati trovati i resti di un uomo adulto Neanderthal con un braccio parzialmente amputato, problemi alla vista e all'udito e una gamba danneggiata, che visse altri 10 o 15 anni dopo aver riportato queste ferite. Dunque, un uomo che fu a lungo assistito. Alcuni studiosi hanno tuttavia fatto notare che una persona di quell'età avrebbe potuto compensare le cure ricevute, per esempio con le conoscenze accumulate con l'esperienza. 

Ragionamenti complessi. Di un bambino è invece più facile pensare che venisse accudito semplicemente perché stava a cuore alla comunità, e non perché ci si aspettasse di essere "ripagati" in termini materiali o con vantaggi utilitaristici.

Non solo: la capacità di prendersi cura porta con sé l'abilità di pianificazione complessa e la capacità di pensiero astratto. Per rispondere ai bisogni dell'altro bisogna capire la gravità della situazione, comprendere in anticipo le sue necessità, pianificare le cure e ciò che esse richiedono. Bisogna saper ragionare nel futuro.

29 giugno 2024 Elisabetta Intini
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