Gli antichi Romani cacciavano le balene nel Mediterraneo

Alcune ossa rinvenute in siti romani attorno a Gibilterra appartengono a due specie di cetaceo oggi scomparse dai nostri mari e risalgono a circa 2.000 anni fa. I risultati di uno studio offrono spunti importanti sia agli storici sia ai biologi marini.

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La coda di una balena grigia a San Ignacio Lagoon, nella Baja California (Messico).|FLIP NICKLIN/MINDEN PICTURES/Contrasto

Duemila anni fa le calde acque del Mediterraneo offrivano riparo alle madri e ai cuccioli di due specie di balene da secoli scomparse da queste acque. Gli antichi Romani lo sapevano e - probabilmente - ne approfittavano: l'analisi di alcune ossa di cetaceo ritrovate nella zona di Gibilterra, nelle rovine degli stabilimenti ittici del tempo, suggerisce la possibilità che gli abitanti delle province dell'Impero praticassero la caccia alle balene, sebbene in acque costiere e forse in modo non estensivo.

 

Decimate. Le ossa in questione appartengono a due specie migratorie, la balena franca nord atlantica (Eubalaena glacialis) e la balena grigia (Eschrichtius robustus), che dopo secoli di caccia perpetrata dall'uomo - a partire dai balenieri baschi nel medioevo - sono oggi confinate rispettivamente a una piccola popolazione al largo della costa orientale del Nord America, e al Pacifico settentrionale.

 

Prima dello studio si pensava che il Mediterraneo fosse fuori dalle aree di mare frequentate da questi cetacei. Le ossa di balena non sono spesso considerate negli studi archeologici, perché vengono abbandonate sulla spiaggia e finiscono in mare, che le restituisce a frammenti.

Un gruppo di ricercatori guidato da Ana Rodrigues, ecologa del Functional and Evolutionary Ecology Centre (CEFE) in Francia, ha esaminato una decina di ossa provenienti da cinque siti collegati all'industria ittica dell'antica Roma, quattro attorno a Gibilterra e uno nel nord ovest della Spagna.

 

Un tempo erano di casa. L'analisi del DNA estratto dalle ossa e del collagene (una proteina la cui composizione cambia di specie in specie e che si degrada più lentamente del DNA), ha rivelato che tutte le ossa erano di epoca romana o pre-romana, che due appartenevano rispettivamente a un delfino e a un elefante, ma soprattutto che tre erano di balena grigia e due (forse tre) di balena franca.

 

La scoperta sembra indicare che queste specie fossero un tempo comuni lungo le coste del Mediterraneo, una deduzione coerente con alcuni (infrequenti) riferimenti scritti alle balene, come quelli che si trovano in Plinio il Vecchio: nella sua Naturalis Historia, il naturalista romano (23-79 d. C.) fa riferimento a balene al largo di Cadice (Spagna).

 

Caccia alle balene, in una rappresentazione del 1790. | Wikimedia Commons

 

Pratica antica. I risultati descritti su Proceedings of the Royal Society B, sono importanti almeno per due ragioni. Da un lato descrivono un antico ecosistema scomparso, in cui il bacino riparato del Mediterraneo veniva sfruttato da cetacei migratori per partorire i cuccioli. Dall'altro aprono la possibilità che i Romani, la cui industria ittica prevedeva la caccia di grandi pesci come il tonno, conoscessero anche la caccia alle balene, che forse avvicinavano con piccole barche a remi e arpioni a mano.

 

«I Romani non avevano la tecnologia necessaria a catturare le specie di grandi balene oggi presenti nel Mediterraneo, che prediligono il mare aperto. Tuttavia, la balena franca e quella grigia si avvicinavano molto alla spiaggia, e dovevano costituire obiettivi facili per i pescatori locali», spiega Rodrigues. Ora storici della letteratura e archeologi potranno riesaminare il materiale di studio alla luce di questo dato.

 

Non così comune. Rimane comunque improbabile che i Romani le cacciassero su larga scala: in quel caso i reperti archeologici e storiografici sul tema sarebbero stati più numerosi. Al contrario, nelle fonti letterarie si trovano abbondanti riferimenti a varie specie pescate e mangiate, ma solo vaghi accenni a "mostri marini", o "pesci grassi", che finora non avevano dato nell'occhio.

 

16 Luglio 2018 | Elisabetta Intini