Storia

Gli affreschi dell'Età dell'Ozio in mostra all'Hermitage

Oltre 200 tra oggetti e affreschi recuperati dalle ville d'ozio e marittime di Stabiae, l'odierna Castellammare di Stabia, sono in mostra in questi giorni a San Pietroburgo, al museo...

L'Età dell'Ozio all'Hermitage
Oltre 200 tra oggetti e affreschi recuperati dalle ville d'ozio e marittime di Stabiae, l'odierna Castellammare di Stabia, sono in mostra in questi giorni a San Pietroburgo, al museo dell'Hermitage. Come ci sono arrivati? Come si salva un affresco danneggiato, come lo si separa dalla parete che l'ha tenuto su per duemila e passa anni? Lo abbiamo chiesto a Angela Vinci, coordinatrice della mostra Otium Ludens, e a Luigi Giordano, restauratore.

Raymond Zreick, 14 gennaio 2008

L'esposizione all'Hermitage coincide con la riapertura completa della Bosphorus Halls (foto), area del museo progettata in stile "pompeiano" nel XIX secolo, dall'architetto Leo von Klenze.


Molto tempo prima di diventare il padre di tutti i vizi, l'ozio si chiamava otium ed era tutta un'altra cosa: era il tempo dello studio e della riflessione, apprezzato e desiderato nella Roma repubblicana al punto che Plinio il Vecchio ne parlava dicendo che «serve di più essere ozioso che non fare nulla». Soprattutto se ciò avveniva nelle cosiddette "ville d'ozio", lontane dalla capitale, dove consoli, senatori e studiosi oziavano coltivando le loro inclinazioni.

Per valorizzare Stabia e creare un Parco archeologico di Stabiae antica e di un campus di ricerca, è stata creata una Fondazione onlus italo/americana, la Restoring Ancient Stabie (Ras). Nel suo programma c'è una partnership con l'Università del Maryland, con workshop organizzati negli edifici della ex Facoltà archeologica Salesiana, dove ora si organizzano campus universitari in accordo con facoltà di tutto il mondo. La Ras ha in preparazione anche un master in archeologia in collaborazione con prestigiose università italiane (per ulteriori informazioni: www.stabiae.org).

FONDAZIONE RAS
Erano costruzioni splendide, alcune riempite dei tesori conquistati ai quattro angoli del mondo conosciuto, altre arredate e decorate con elegante semplicità. Dopo cinque secoli di splendore l'epoca d'oro della repubblica finì, attorno al 30 a.C., e un centinaio di anni più tardi, nel 79 d.C., ci pensò il Vesuvio a seppellire tutto - ozio, cittadini e ville - sotto a diciassette secoli di cenere.

In anteprima dal passato
Otium Ludens, l'esposizione inaugurata all'Ermitage di San Pietroburgo (Russia) il 7 dicembre 2007, mette in mostra oltre duecento tra affreschi e oggetti provenienti dalle ville di Stabiae, e per un buon numero di questi reperti è stata una prima assoluta davanti al pubblico. «Tutti gli affreschi sono stati restaurati in occasione della mostra, alcuni grazie ai fondi raccolti con la campagna "Adopt a fresco", lanciata negli Usa dalla Fondazione Ras», racconta a Focus.it Angela Vinci, che ha allestito le opere in Russia. «Se ci saranno i fondi», prosegue, «altri saranno restaurati ed esposti in nuove mostre. A conclusione della tappa russa, il tour porterà questi reperti in Cina e a Hong Kong in occasione delle Olimpiadi e poi in Australia e Giappone». Ecco la loro storia.


SOMMARIO
.: pg. 1) L'Età dell'Ozio all'Hermitage
:: pg. 2) Gli affreschi: i minatori del passato
:. pg. 3) Gli affreschi: archeologia e restauro in chiave moderna

GUARDA ANCHE LA FOTOGALLERY
:: Storia e archeologia: gli affreschi della Stabia romana in mostra all'Hermitage

Gli affreschi dell'Età dell'Ozio: i minatori del passato
Nel 1950 l'area archeologica di Castellammare di Stabia è stata scoperta per la seconda volta. Il merito va al preside della scuola media di Stabia, Libero d'Orsi, che, aiutato da un bidello e un meccanico, riportò alla luce la "villa di Arianna" (che in epoca borbonica, quella dei primi scavi, era stata chiamata "villa della Venditrice di Amori"): da questo sito provengono molte delle opere esposte all'Hermitage.


I primi scavi nell'area di Calstellammare di Stabia risalgono al XVIII secolo, quando le ville vengono localizzate, più o meno contemporaneamente alle aree di Ercolano e Pompei. Nel 1748 Carlo di Borbone inizia gli scavi e sottrae dalle ville di Stabia un gran numero di affreschi e oggetti che finiscono nelle sue residenze e nelle case della nobiltà napoletana (la maggior parte di queste opere è oggi conservata al Museo archeologico nazionale di Napoli). «Le tecniche di recupero di quell'epoca erano molto grossolane», racconta Luigi Giordano: «si scavava un pozzo fino a raggiungere il pavimento dell'edificio sepolto, poi si proseguiva come in miniera,

Durante gli scavi iniziati a partire dagli anni '50 sono stati ritrovati intatti e perfettamente agibili molti di questi cunicoli, con una gran quantità di materiale di risulta ammassato al centro delle stanze.

GALLERIE SOTTERRANEE
aprendo stretti cunicoli che seguivano il tracciato dei muri.» Quanto agli affreschi, più che di recupero si dovrebbe parlare di asportazione! Sulla parete, si interveniva infatti prima col piccone, per delimitare l'area fino a una profondità di 3-5 centimetri, poi si lavorava... di sciabola! Gli spadoni venivano infilati e spinti dietro alla picconatura, per fare leva e staccare infine il pezzo di muro. Niente di più lontano dall'idea dell'archeologia moderna, che tende invece a portare alla luce l'intero sito, a recuperare le sue caratteristiche originali e, se possibile, a mantenere tutto dove si trova. «I pozzi di quei primi scavi venivano poi chiusi», prosegue Giordano: «in parte appunto perché non c'era un concetto di recupero archeologico, ma soprattutto per proteggere i tesori che potevano ancora essere nascosti nelle antiche abitazioni seppellite dall'eruzione del Vesuvio.» Nel 1782 gli scavi borbonici furono interrotti, e fino al 1950 nessuno pensò più all'antica Stabia romana.

Una diversa idea di archeologia
Negli anni '50 del secolo scorso il concetto di recupero archeologico era cambiato.

Un'ala della Bosphorus Halls, dove sono esposti gli affreschi di Stabia (allestimento e foto di Angela Vinci e Salvatore Abbate).
E, pur essendo ancora lontani dalle tecniche attuali, alcune operazioni, come il distacco degli affreschi, erano portate a termine con maggiore rispetto per la costruzione. Alcune soluzioni erano tuttavia ancora grossolane. Luigi Giordano commenta così il lavoro dei suoi lontani predecessori: «l'intonaco distaccato, per esempio, veniva steso e fissato su lastre di cemento... A quell'epoca non si teneva conto delle differenze chimiche tra i vari supporti utilizzati, e diverse opere ne soffrirono.»


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:: pg. 2) Gli affreschi: i minatori del passato
:. pg. 3) Gli affreschi: archeologia e restauro in chiave moderna

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:: Storia e archeologia: gli affreschi della Stabia romana in mostra all'Hermitage

Gli affreschi dell'Età dell'Ozio: archeologia e restauro in chiave moderna
L'obiettivo è quello di mostrare i reperti così come sono. Si interviene solamente quando il loro stato di conservazione è tale per cui si rischia di perderli, e in questi casi le aggiunte moderne devono sempre essere perfettamente riconoscibili.


Oggi la tendenza è quella di lasciare tutto in loco, ma dove è necessario intervenire lo si fa con tecniche molto più perfezionate e rispettose. Innanzi tutto, prima di iniziare qualunque operazione, vengono fatti tutti i rilievi grafici e fotografici necessari al corretto riposizionamento dell'opera nel suo contesto.

L'affresco è dipinto su intonaco fresco. Con questa tecnica i colori penetrano in profondità nella calce, e l'eventuale distacco dell'opera si porta via qualche centimetro di muro: perciò si parla di "stacco". Una pittura murale, invece, viene applicata su muro secco: per separarla dal muro si incolla sull'intonaco il "velatino" (vedi testo principale) e poi si... strappa!

LO STACCO
E LO STRAPPO
Dopo l'eventuale restauro, «che può anche essere un semplice consolidamento, per salvare opere fortemente degradate», dice Giordano, l'affresco viene rimesso nel suo ambiente, separato di pochi centimetri dalla "sua" parete, fissato a uno speciale supporto. Dove il pubblico lo vedrà.

La velatura
Il primo vero intervento è la velatura, che serve a tenere insieme l'affresco durante le fasi successive: sul muro viene steso un tessuto (in genere, garza) e sopra, per fissarlo, uno strato di colla "reversibile" (ossia che può essere successivamente sciolta e rimossa). Si delimita l'area - ma non a picconate! - e la si puntella con una tavola di legno ricoperta di juta che servirà a portare in orizzontale l'affresco dopo il distacco. Poi, con molta pazienza, per separare l'intonaco dal muro si usano speciali spatole lunghe fino a 1 metro e che ancora oggi, per rispetto della tradizione, si chiamano "sciabole". Questa fase, lenta e delicata, può durare anche alcuni giorni. La superficie distaccata, appoggiata alla tavola e portata in orizzontale, viene ripulita dalla malta in eccesso e consolidata con un'emulsione di resina acrilica. Su questa superficie, che è la parte posteriore dell'affresco, viene appoggiato e incollato, con resina epossidica, un pannello spesso 3-4 centimetri in vetroresina e alluminio "alveolare", chiamato così per la struttura interna a nido d'ape, che lo rende leggero ma molto resistente alle deformazioni e alle variazioni di temperatura. La struttura viene rovesciata e l'affresco può finalmente essere liberato dalla velatura. Se devono essere usati stucchi o altri materiali per coprire la restante superficie di alluminio, la rifinitura non riproduce mai l'aspetto del muro originale: la differenza tra nuovo e vecchio deve essere evidente, esattamente come gli eventuali interventi integrativi della pellicola pittorica, per preservare l'autenticità dell'opera.

Un'ala della Bosphorus Halls, dove sono esposti gli affreschi di Stabia (allestimento e foto di Angela Vinci e Salvatore Abbate).

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15 gennaio 2008
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