Storia

Giornata internazionale degli scacchi: un gioco che assomiglia a una battaglia

Dalla nascita nell'India del VI secolo alle sfide nella Guerra fredda del '900, da secoli alfieri e pedoni si affrontano nella "guerra degli scacchi".

In occasione della Giornata internazionale degli scacchi ripercorriamo la Storia di questo antico gioco, che ci affascina ancora oggi, attraverso l'articolo "La guerra degli scacchi" di Paolo Fiorelli, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Origini oscure. Perché mai, alla fine di una partita in cui il re avversario subisce un attacco mortale, si esclama "Scacco matto"? Il termine viene probabilmente dal persiano Shah Mat, cioè "Il re è morto". E, poi, l'alfiere è davvero un cavaliere? No. Si tratta di una errata traduzione del termine al-Fil, ovvero "l'elefante". Non sono le uniche curiosità della millenaria storia degli scacchi. La loro stessa origine è oscura: le prime tracce ci portano in India, nel VI secolo d.C. Da qui, attraverso varie trasformazioni, raggiunsero la Persia, l'Arabia e finalmente il mondo occidentale, con l'espansione dei Mori in Spagna, a partire dal 711.

Scopo del gioco. In India il gioco si chiamava Chaturanga ed era molto simile alla versione che si pratica oggi: 64 caselle (ma tutte dello stesso colore; la ripartizione in bianche e nere avverrà solo attorno all'Anno Mille) e 16 pezzi per parte, come quelli moderni. Nessun dubbio invece sul significato allegorico del gioco: rappresenta una guerra e vi sono simboleggiate le quattro parti di un esercito dell'epoca (carri, elefanti, cavalieri e fanti).

Leggende. Se poche sono le certezze sulle origini, le leggende abbondano. La più nota è quella del re indiano che, per ringraziare il bramino che aveva inventato gli scacchi, gli offrì ricchezze e palazzi. Ma il monaco rispose: "Mi basta che tu metta un chicco di riso sul primo quadrato della scacchiera, due sul secondo, quattro sul terzo, e così via...".

Il re si stupì per la modestia della richiesta. Ma poi scoprì che per soddisfarla non sarebbero bastati secoli di raccolti: i chicchi dovuti erano più di 18 miliardi di miliardi, per la precisione 18.446.744.073.709.551.615. Per fortuna il bramino si accontentò di aver insegnato al re i rischi dell'imprudenza: accettò una ricompensa più ragionevole.

Distrazione strategica. Giunti in Europa grazie agli Arabi, gli scacchi si diffusero in tutte le corti, ed entrarono a far parte della formazione di nobili, dotti e cavalieri. Comprensibile il perché: erano sia un esercizio di strategia e comando, sia un ammaestramento morale (stimolano logica e pazienza). Eppure subirono periodicamente gli anatemi degli ecclesiastici più radicali. L'accusa era sempre la stessa: gli scacchi rischiavano di distogliere il cristiano dal suo dovere, quello di dedicarsi a Dio.

Gioco d'azzardo. Inoltre al tempo era diffusa la pratica di scegliere le mosse con l'aiuto dei dadi, per velocizzare le partite e dare più possibilità di vittoria ai giocatori deboli. Ciò favoriva le scommesse e trasformava gli scacchi in un gioco d'azzardo. Ecco allora le condanne di Pier Damiani (1061), cardinale di Ostia: denunciò a papa Alessandro II un vescovo di Firenze che aveva fatto le ore piccole davanti alla scacchiera, rapito da un gioco "disonesto, assurdo e libidinoso".

Al rogo! Poi fu il turno di san Bernardo di Chiaravalle che nel 1128, stilando la regola dei Templari, vietò loro questo passatempo. Nel 1212, in occasione del Concilio di Parigi, la Chiesa ribadì il veto. Le scacchiere, con dadi, carte e vesti sontuose, finirono vittime dei "roghi delle vanità", che la Chiesa ordinò più volte durante tutto il Medioevo. Nell'anno 1426, in una predica tenuta a Siena, san Bernardino lodò a gran voce uno dei suoi frati, Matteo da Cecilia, per aver bruciato "duomila settecento tavolieri in uno dì a Barzelona, che v'erano di molti che erano d'avorio, e anche molti scachieri, e convertì molte anime". Nel 1496 e 1497 fu Girolamo Savonarola a ordinare due simili "bruciamenti di vanità" in piazza della Signoria a Firenze.

Riabilitati. Ogni volta, però, la tempesta si placava in fretta: il gioco era troppo amato nelle corti e tra il popolo per poter essere davvero vietato. E finalmente, con l'arrivo sul soglio papale, nel 1513, di Leone X, grande appassionato e protettore dei giocatori, le cose migliorarono. Estensi, Angioini, Aragonesi: nel Rinascimento non c'era corte d'Europa che non sfoggiasse il proprio campione. Fu allora che fece la sua comparsa la figura del giocatore professionista. Quello dello scacchista, in pochi anni, divenne un mestiere redditizio. Ruy López, monaco di Segura (Spagna) e campione a lungo imbattuto, godeva di una rendita vitalizia di 2mila corone annue: nel 1561 pubblicò l'Arte degli scacchi, unendo informazioni storiche e teoriche sul gioco.

Star della scacchiera. Dall'Italia gli rispondevano le imprese di Leonardo da Cutro, che di fronte al re di Spagna Filippo II sfidò Ruy Lopez, battendolo, nel più celebre match dell'epoca. Furono loro, insieme a Paolo Boi detto "il siracusano e Giulio Cesare Polerio "l'abruzzese," star della scacchiera. Nel 1608, con gli elogi agli scacchi firmati san Francesco di Sales nell'Introduzione alla vita devota, il gioco si poteva dire riabilitato definitivamente.

Così riabilitato che il Trattato del nobilissimo gioco de Scacchi, pubblicato a Roma nel 1619 dallo scacchista Gioacchino Greco, supererà le 50 edizioni in tutta Europa. L'Illuminismo non poté che esaltare la componente razionale degli scacchi, e i caffè di Parigi si riempirono di seguaci di François-André Danican Philidor, musicista e campione, detto "il Mozart degli scacchi".

Tornei mondiali. Ma bisognò aspettare l'epoca moderna per il primo torneo internazionale, organizzato in occasione dell'Esposizione Universale di Londra nel 1851. Attirò i migliori giocatori dell'epoca (anche per il ricco montepremi in palio) e il successo aprì la strada al primo campionato del mondo, negli Usa del 1886.

Legami politici. Nel secolo scorso, però, gli scacchi si arricchirono di un nuovo aspetto: quello politico. Basti pensare a quello che è stato definito "il match del secolo". L'incontro si disputò nel 1972 tra il campione del mondo, il sovietico Boris Spasskij, e lo sfidante americano Robert James Fischer, detto "Bobby".

C'era la Guerra fredda e le due superpotenze cercavano di superarsi in tutto. Gli scacchi, poi, erano un fiore all'occhiello del regime sovietico. Già nel 1914 lo zar Nicola II aveva creato il titolo di Grande maestro. Nell'Urss se ne fece una sorta di sport nazionale, con centri e scuole finanziati dallo Stato. C'era da garantire una supremazia che durava da quasi mezzo secolo.

La sfida del secolo. Contro i russi arrivò la sfida solitaria di un americano geniale. Un uomo senza tradizione, scuola o allenatori di livello alle spalle. Chi avrebbe vinto il match di Reykjavik, in Islanda? Anche la sede scelta era, simbolicamente, a metà strada tra i due mondi contrapposti. Fischer era un enigma: psicologicamente instabile, conduceva un gioco imprevedibile. Fino all'ultimo non era sicuro di giocare: per convincerlo ci volle l'intervento del segretario di Stato americano, Kissinger. Dall'altra parte del tavolo, la pressione su Spasskij era spaventosa. Vinse l'americano e i russi persero lo scettro dopo 35 anni. Fischer fu però una meteora: avanzò richieste folli per giocare ancora e uscì di scena.

Un gioco da computer. Nel 1975 Anatolij Karpov riportò a Mosca il trofeo. Contro Deep Blue. Fine partita? No. Passati i tempi in cui una buona mossa veniva discussa dai teorici anche per decenni, i computer cominciarono a "imparare" un gioco che sembrava pensato apposta per i software. Nel 1997 un campione sovietico, Garry Kasparov, perse di nuovo un match contro un americano.

Non un uomo, ma un computer progettato apposta dalla Ibm: si chiamava Deep Blue e scrisse la prima pagina di un nuovo capitolo, tutto tecnologico, dell'immortale gioco degli scacchi.

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

20 luglio 2023 Focus.it
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