Cultura

Un giallo storico risolto: Cangrande della Scala morì avvelenato

Le analisi paleopatologiche sul corpo mostrano che il condottiero ghibellino amico e mecenate di Dante morì per ingestione di digitale in dosi tossiche.

Cangrande della Scala, il signore di Verona amico e protettore di Dante, fu davvero avvelenato. A risolvere il giallo sulla morte improvvisa e in giovane età, per una misteriosa “febbre”, del condottiero ghibellino è stato un gruppo di “paleodetective”. Facendo l’autopsia sul corpo dell’uomo, e analizzandolo con le tecniche tipiche della patologia forense, i ricercatori dell’Università di Pisa guidati da Gino Fornaciari hanno scoperto tracce di una pianta velenosa, la digitale, in quantità sufficienti a uccidere un uomo.

La statua di Cangrande all'interno della fortezza scaligera di Castelvecchio.

Morte in tre giorni. Cangrande, che regnava su Verona dal 1308, morì improvvisamente a Treviso nel 1329, a 38 anni. Vi era entrato pochi giorni prima da conquistatore, dopo un assedio durato alcuni mesi. Le fonti storiche ipotizzano anche l’avvelenamento, ma venne dato più credito alla possibilità di una morte naturale, un’infezione contratta bevendo acqua contaminata.

Ora l’esame sul corpo sembra porre fine alla questione: a uccidere Cangrande fu un decotto, o un infuso, di foglie di gelso o camomilla in cui era stata sciolta della digitale, Digitalis purpurea o lanata. La pianta era nota nel Medioevo per essere velenosa. Solo nei secoli successivi fu scoperto che, alle giuste dosi, possedeva importanti proprietà curative, principi attivi con proprietà antiaritmiche sul cuore.

Pollini come indizio. La tomba di Cangrande è stata aperta nel 2004. Sul corpo, trovato in ottimo stato di conservazione, sono state eseguite radiografie digitali e Tac, autopsia e analisi tossicologiche e palinologiche, cioè per lo studio dei pollini.

Con la Tac, i ricercatori hanno individuato nell’esofago un composto denso, probabilmente cibo rigurgitato poco prima della morte. È stato l’esame sui pollini a rivelare che nel contenuto intestinale era presente una grande quantità di polline di camomilla, gelso nero e, a sorpresa, di digitale. I principi attivi della pianta, la digossina e la digitossina, sono stati trovati anche in campioni di feci e in quelli di fegato, in concentrazioni tossiche.

Il corpo di Cangrande sottoposto a Tac.

«Risulta difficile stabilire se l’avvelenamento di Cangrande fu causato dall’ingestione accidentale di foglie di digitale, scambiate erroneamente per qualche altra pianta edibile, o se l’avvelenamento fu intenzionale» ha spiegato Fornaciari. «Certo le cronache dell’epoca riferiscono alcuni dettagli che supportano quest’ultima ipotesi, come ad esempio che il suo medico fu accusato di avvelenamento e fu giustiziato».

28 gennaio 2015 Chiara Palmerini
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