Storia

Giacomo Casanova: professione seduttore. Tra i voti sacerdotali e la giurisprudenza scelse il sesso

Giacomo Casanova è sinonimo di sciupafemmine, ma la vita del più noto libertino fu molto altro. Quasi prete, quasi avvocato... tante carriere e una sola passione: il sesso.

Avventuriero, seduttore, playboy ante litteram. È questa l'immagine che tutti hanno di Giacomo Casanova, sedicente cavaliere di Seingalt. Eppure, per gli storici, il libertino veneziano non fu un cinico ingannatore di femmine. Anzi, c'è chi sostiene che non fu per niente un "dongiovanni" perché i suoi sentimenti verso le donne furono sinceri. Ripercorriamo la vita di Giacomo Casanova attraverso l'articolo "Le avventure di Casanova" di Federico Di Trocchio, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Un tipo tranquillo. La verità è che la principale vocazione di Casanova fu coltivare il proprio piacere e godersi la vita senza lavorare. Per quanto paradossale possa sembrare oggi, aspirava alla tranquillità e in fondo anche al conforto di una famiglia, senza però dover penare per sbarcare il lunario. Ma poiché la sua estrazione sociale non gliene forniva i mezzi, dopo aver tentato vari mestieri capì che l'unico modo per realizzare questo suo progetto era diventare avventuriero: visse di espedienti e talvolta di truffe, ma fu anche quasi avvocato, quasi prete, quasi ufficiale di marina, quasi tante altre cose.

Carriere abbandonate. Nato a Venezia il 2 aprile 1725, ufficialmente da due attori del Teatro San Samuele (Gaetano Casanova e Giovanna Farussi detta Zanetta), probabilmente da una relazione extraconiugale della madre con il nobile Michele Grimani, fu avviato alla carriera ecclesiastica. Nel 1740 ricevette la tonsura e in seguito prese gli ordini minori. Ma, incaricato di tenere una predica nella chiesa parrocchiale di San Samuele, fece scena muta e svenne. Si dedicò allora a studiare legge all'Università di Padova, ma quello di avvocato rimase solo uno dei tanti mestieri che non fece: abbandonò gli studi prima della laurea. Tentò, per pochi mesi, la carriera militare imbarcandosi su una nave in missione a Corfù e Costantinopoli, ma l'esperienza finì in nulla. In compenso non ancora diciottenne scoprì una delle sue grandi passioni: il sesso.

Avventure amorose. Due sorelle appartenenti a una nobile famiglia veneziana, Nanette e Marton Savorgnan, lo introdussero alle gioie del piacere e fu come se, a 17 anni, avesse trovato il filo rosso del suo destino. Nel corso di un viaggio a Roma, durante un breve incarico alla corte del vescovo di Martirano (Calabria) Bernardino de Bernardis, ebbe la sua prima importante avventura amorosa. Lucrezia, moglie di un avvocato napoletano che viaggiava nella stessa carrozza, lo accolse ne lletto che divideva con la sorella diciannovenne.

Dalla relazione nacque una figlia, Leonilda, che Casanova rivedrà diciassette anni dopo insieme a Lucrezia. La quale, a sentire lui, gli conservava intatto il suo amore.

Occultista? Fu la sera del 20 aprile 1746, però, che il suo destino parve cambiare. Gli capitò per caso di soccorrere Matteo Bragadin, membro di una delle famiglie patrizie più antiche e potenti di Venezia, colto da un attacco di cuore. Casanova, che a Padova aveva seguito per passione più le lezioni di medicina che quelle di diritto, gli fece un salasso e lo assistette fino alla fine dell'attacco guadagnandosi la gratitudine e la fiducia di Bragadin.

Questi era in realtà uno strano personaggio. Viveva con altri due vecchi signori, Marco Dandolo e Marco Barbaro, con i quali condivideva una passione smodata per la magia e le scienze occulte. I tre si convinsero che il giovane era dotato di poteri taumaturgici e divinatori. Casanova intuì che gli si stava aprendo una strada redditizia e assecondò quello strano terzetto, inventandosi oracoli cabalistici con i quali rispondeva a ogni quesito dei tre. Nel frattempo, tuffandosi nella ricca biblioteca occultistica dello stesso Bragadin, si diede un'infarinatura di saperi magico-alchemici che aggiunse alla presenza di spirito e all'abilità nel conversare.

Mago stipendiato. Bragadin decise di adottarlo come figlio e di assegnargli uno stipendio mensile che Casanova continuò a percepire anche nei periodi in cui fu fuori da Venezia. Quel generoso vitalizio gli permise di continuare nella sua condotta licenziosa. Non priva di conseguenze: le forze dell'ordine della Repubblica di Venezia, il 25 luglio 1755, lo arrestarono e condannarono per "gravi offese commesse [...] nei confronti della nostra santa religione". Infine, lo rinchiusero – senza processo, il che ha fatto pensare che dietro a quell'arresto ci fosse una vendetta privata – ai Piombi, la prigione della Serenissima.

Rocambolesca evasione. Il carcere era collocato all'ultimo piano di Palazzo Ducale e doveva il nome al fatto che le tegole che ricoprivano il tetto erano di piombo. La rocambolesca fuga da quella prigione ,in seguito raccontata da Giacomo stesso in uno dei suoi libri, divenne uno degli ingredienti della sua fama postuma. L'evasione (avvenuta circa un anno e mezzo dopo l'arresto) si compì insieme a un compagno di prigionia proprio attraverso i tetti. Fu favorita da una serie di circostanze fortunate e fece molto scalpore (nessuno era mai evaso dai Piombi) ma naturalmente costrinse Casanova a lasciare in tutta fretta l'Italia.

Verso Parigi. Nel gennaio del 1757 Giacomo raggiunse Parigi: aveva 32 anni ed era pronto a conquistare l'alta società francese, realizzando il sogno di un'intera giovinezza: entrare nei salotti che per nascita e censo gli sarebbero stati preclusi. Per debuttare da protagonista sapeva di dover cercare l'appoggio di qualcuno. Giacomo poteva contare su un amico influente, il diplomatico Pierre-François Joachim de Bernis, protagonista al suo fianco di una delle più piccanti avventure raccontate nelle Memorie, il ménage à trois con l'amante dell'ambasciatore (una monaca alla quale la clausura stava un po' stretta). Nominato ministro degli Esteri da re Luigi XV, de Bernis lo raccomandò a due delle persone più influenti dell'epoca: Joseph Paris-Duvernay, potentissimo banchiere, e Jean Nicolas de Boulogne, controllore generale delle finanze dello Stato.

Brillante intuizione. Casanova sfruttò in modo davvero originale queste conoscenze. Li convinse a istituire in Francia il gioco del lotto, messo a punto da due amici italiani, i fratelli Gianantonio e Ranieri Calzabigi. Duvernay e Boulogne avevano infatti un problema: risanare il bilancio reale e ripianare il debito, che lo Stato aveva contratto per costruire la scuola militare voluta da madame Pompadour (la favorita del re). I Calzabigi divennero concessionari del lotto e Casanova si assicurò per l'iniziativa un assegno corrispondente a 200 mila euro attuali, oltre alle percentuali sulle giocate di due botteghini.

Alta diplomazia. Il gioco del lotto dei Calzabigida solo non poteva certo raddrizzare il dissestato bilancio francese. In quegli anni il Regno di Francia aveva accumulato un debito spaventoso. Una quantità enorme di titoli di Stato non poteva essere pagata. Una via d'uscita poteva essere negoziare quei titoli sui mercati esteri, scambiandoli con denaro liquido o almeno con titoli più quotati. Chi fosse riuscito a cavare denaro da quella carta straccia sarebbe stato un benemerito del Regno di Francia. Boulogne e il suo successore Choiseul dovettero pensare che solo un uomo brillante come Casanova avrebbe potuto tentare quella "missione impossibile".

Genio della finanza. Misero il corrispettivo di 200 miliardi attuali in buoni del tesoro nelle mani dell'italiano e lo inviarono ad Amsterdam, allora sede della Borsa più importante al mondo. Introdottosi negli ambienti della massoneria olandese, Casanova riuscì a essere accettato come membro della loggia Beneamata, che riuniva i 24 più ricchi e importanti operatori finanziari del Paese. Il passo successivo fu riunire una cordata di sei banchieri che acquistò i 200 miliardi di titoli francesi a condizioni incredibilmente favorevoli: 100 miliardi in contanti, 7 in valuta cartacea più la cancellazione di un debito che la Compagnia francese delle Indie aveva con quella olandese.

Parigi fu ben felice di accettare e Casanova, che aveva intascato una consistente cifra per la mediazione, divenne un inaspettato salvatore della patria.

Bella vita. Ormai certo del suo riscatto sociale, Giacomo affittò una grande villa appena fuori Parigi con tanto di scuderia, lacchè, carrozze e cuochi e la trasformò in un ritrovo per la gaudente società parigina. Aveva una fidanzata ufficiale, Manon Balletti, che aveva giurato disposare, ma alla fine le preferì la compagnia di donne più disinvolte. Se "bellezze mercenarie" come le ragazze della signora Brunet, tenutaria di una nota casa chiusa parigina, si accontentavano di piccoli regali, per le più esigenti attrici e ballerine, si lamentava Casanova, "bisogna avere sempre la borsa pronta". Neppure le amanti borghesi scherzavano. La signora Baret, bella merciaia e giovane sposa, si fece coprire di gioielli e volle che Casanova saldasse i debiti del marito.

Spese pazze. C'erano poi spese straordinarie, come quelle per far partorire in segreto l'amante Giustiniana Wynne. Ma l'attentato più grosso al capitale dell'improvvido genio della finanza venne dal piccolo esercito costituito dalle 20 lavoranti di una industria di tessuti stampati che aveva messo su assieme ad alcuni parenti di Parma. Erano tutte tra i18 e i 25 anni, e discretamente belle. Casanova non seppe resistere. "Mi interessavano tutte, e non avendo la pazienza di procurarmi la loro compiacenza a buon mercato, esse potevano farmi pagare cara la mia curiosità. Bastò a tutte l'esempio della prima per pretendere un appartamento ammobiliato appena s'accorgevano di avermi fatto nascere dei desideri".

Tracollo finanziario. Com'era prevedibile, dopo pochi mesi era sul lastrico. Finì in galera per cambiali false e altre piccole truffe. Uscì quattro giorni dopo grazie alla cauzione pagata dalla marchesa d'Urfé (una delle sue amicizie più utili) e nei mesi successivisi impegnò disperatamente per risalire la china. Ma senza successo.

Faccendiere. L'apogeo del cavaliere di Seingalt era passato. Casanova venne relegato al ruolo, in fondo a lui più congeniale, di faccendiere e agente segreto, anche se non smise maidi presentare grandi (e ignorati) progetti alle corti europee. Propose una versione modificata del gioco del lotto a papa Clemente XIV, l'idea di una tintoria industriale alla Repubblica di Venezia e la costruzione di una fabbrica di sapone alla corte polacca, mentre al re di Spagna suggerì come pacificare la riottosa Sierra Morena. Ma erano progetti campati per aria.

Con la rivoluzione, nel 1789, Casanova perse ogni appoggio e dovette lasciare la Francia.

Uomo di lettere. La Storia aveva ormai archiviato l'età d'oro dei libertini. Giacomo invecchiò sfruttando la sua abilità nel vivere di espedienti finché a 63 anni il conte di Waldstein lo assunse come bibliotecario nel suo castello a Dux, oggi Duchcov, in Boemia, dove redasse le proprie Memorie, pubblicate postume. Non se la passava troppo male: aveva ancora l'uso esclusivo di un appartamento in un castello nobiliare e poteva ancora lamentarsi della servitù. Ed era ancora corteggiato.

Spasimanti fino alla fine. Giacomo Casanova morì il 4 giugno 1798. Due giorni prima, alla sua ultima ammiratrice Elise von der Recke, che reclamava un incontro, rispose con garbo e ironia firmandosi "Casanova morente": "Non mi è più possibile, divina Elisa, resistere oltre alle vostre insistenti preghiere. Se non posso incontrarvi debbo almeno giustificarmi. Sono provvisto di tutti i passaporti spirituali necessari ad un cristiano per entrare, dopo questa vita terrena, nel soggiorno dei beati immortali; ma non vorrei che delle ridicole circostanze turbassero questo importante viaggio".

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

4 giugno 2023 Focus.it
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