Storia

Galileo Galilei: lo scienziato scomodo che pagò care le sue scoperte

460 anni fa nasceva Galileo Galilei, lo scienziato pisano che ridisegnò il cosmo, la Terra e ogni sapere, ma pagò a caro prezzo il suo metodo scientifico.

A tu per tu con Galileo Galilei, il più grande genio scientifico del Rinascimento, nell'articolo "Lo scomodo Galileo" di Maria Leonarda Leone, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Una storia di successi. Il gruppetto di notabili veneziani che, sudando copiosamente, si era inerpicato fin sulla loggia del campanile veneziano di San Marco si raccolse intorno a Galileo Galilei, l'organizzatore del bizzarro ritrovo. In quella calda mattinata di fine agosto, nell'anno 1609, i loro occhi furono catturati dall'ultimo degli strumenti usciti dall'officina in Borgo dei Vignali, a Padova, dove l'ingegnoso matematico pisano dava forma alle sue idee.

Si trattava di un sottile tubo di metallo con le estremità chiuse da lenti, lungo poco più di mezzo metro e rivestito, per l'occasione, di cotone color cremisi: uno di quei "vetri prospettici" realizzati da poco in Olanda ma, a detta dello stesso Galilei, "rifatto migliore". Gli astanti potevano appurarlo, guardandoci dentro: ecco il campanile della basilica padovana di Santa Giustina, le case di Marghera, addirittura i volti delle persone che salivano e scendevano dalle gondole attraccate a Murano… Fu un trionfo, che pochi giorni dopo si ripeté in Senato, di fronte al doge.

IL "CANNONE OCCHIALE". Ma più che quel celebrato "nuovo artifizio", che rendeva gli oggetti nove volte più grandi e tre volte più vicini, a cambiare il futuro della scienza fu la decisione del suo costruttore di puntare il "cannone occhiale" verso il cielo, dopo averlo trasformato, con combinazioni di lenti sempre più potenti, in uno strumento astronomico. Così, in virtù di un'idea scopiazzata e della sua estrema curiosità scientifica, tra il 1609 e il 1610 Galileo ridisegnò il cosmo, la terra, l'astronomia, l'astrologia, la filosofia e quasi ogni ambito del sapere. «Galileo è stato colui che, prima di tutti, ci ha fatto capire che l'universo come si credeva di conoscerlo non è mai esistito», conferma lo storico Massimo Bucciantini, nel saggio In un altro mondo (Il Saggiatore).

Rivoluzione scientifica. Ma come ci riuscì? Con una rivoluzione: trasformò la scienza in un sapere pratico, invece che contemplativo, basato sull'osservazione diretta della realtà e sui dati ottenuti con esperimenti condotti "senza mai supporre come vero quello che si deve spiegare". Gettando le fondamenta del moderno metodo scientifico sperimentale, di cui è ritenuto il padre. "Che una tesi sia contraria all'opinione di molti non m'importa affatto, purché corrisponda alla esperienza e alla ragione", predicava ai suoi studenti dell'Università di Pisa, dove, nel 1589, grazie ad alcune conoscenze, aveva ottenuto la cattedra.

Sicuro del suo metodo, si permetteva di dubitare persino delle teorie sulla natura e sul cosmo del filosofo greco Aristotele (IV secolo a.C.): teorie che nessuno, per quasi due millenni, aveva osato mettere in discussione, ancor più da quando la Chiesa le aveva usate per sostenere la verità rivelata dalle Sacre Scritture.

A PADOVA. "Quelli che imparano non sanno mai le cose dalle loro cause, ma le credono solamente per fede, cioè perché le ha dette Aristotele. Se poi sarà vero quello che ha detto Aristotele, sono pochi quelli che indagano", notava il pisano – che ovviamente faceva parte del gruppetto di "santommasi" – inimicandosi i colleghi più tradizionalisti. Ma è probabile che non avrebbe smentito molte di quelle teorie se, nel 1592, non fosse finito a insegnare nel prestigioso e anticonformista Studio di Padova. «La Repubblica di Venezia consentiva la circolazione di merci e idee come non avveniva in nessun'altra città italiana e in gran parte dell'Europa», spiega Bucciantini. «Vi si respirava ancora un'aria di libertà intellettuale che tanto preoccupava gli emissari dell'Inquisizione».

Spirito libero. Il posto ideale per l'inquieto Galileo, che qui visse, parole sue, "li diciotto anni migliori di tutta la mia età". Eclettico e di mente vivace, ma anche perennemente in bolletta da quando suo padre, morendo (1591), gli aveva lasciato da mantenere il resto della numerosa famiglia, non si limitò a esercitare il suo ruolo istituzionale. Dopo avere trasformato la propria casa in una specie di convitto per studenti, aprì la famosa "officina" da cui, di lì a poco, sarebbe partita la rivoluzione scientifica. Per far cassa, costruì un'infinità di strumenti più o meno utili e si dedicò persino agli oroscopi su commissione.

L'INQUISIZIONE. Proprio quest'ultima pratica, considerata in odor di eresia, gli fruttò la prima brutta esperienza con l'Inquisizione, nel 1604: la denuncia, da parte di un ex collaboratore, di professare l'astrologia divinatrice e di "vivere hereticalmente", dato che "in cambio de andare alla messa andava da quella sua putana Marina veneziana [Marina Gamba, con cui, all'inizio del Seicento, ebbe tre figli illegittimi, ndr]". Erano accuse gravi per l'epoca, ma il Senato della Repubblica teneva molto a quell'utile inventore, al punto che insabbiò il dossier prima che giungesse a Roma.

Galileo 1, Chiesa 0. Ma la partita era appena all'inizio. Dieci anni dopo, il frate domenicano Tommaso Caccini pareggiò i conti, rendendo noto al Sant'Uffizio che lo scienziato contraddiceva le Sacre Scritture, affermando che "la Terra non è il centro del mondo, né immobile, ma da sé si muove".

Com'era arrivato, il pisano, a quella convinzione? Torniamo al 1609. Dal giorno della celebrata impresa sul campanile di San Marco, Galileo aveva fatto passi da gigante nello studio dell'Universo: col suo cannocchiale aveva osservato anche la superficie lunare, i satelliti di Giove, le fasi di Venere, gli anelli di Saturno e persino le macchie solari.

Teoria eliocentrica. E da ognuna di queste scoperte, in parte descritte nel 1610 nel suo trattato-best seller, il Sidereus Nuncius ("l'annuncio sugli astri"), aveva ricavato prove a sostegno della teoria eliocentrica (secondo cui il Sole è immobile al centro del cosmo e la Terra gli ruota intorno insieme agli altri pianeti), elaborata più di mezzo secolo prima dall'astronomo polacco Niccolò Copernico. Non era stato un colpo di testa improvviso, ma un coming-out in piena regola, dopo anni di copernicanesimo silenzioso. Ed era stato seguito da un'ulteriore consapevolezza: il cielo e la terra non erano, come si riteneva allora, due mondi radicalmente diversi, tanto perfetto e immutabile il primo, quanto imperfetto e variabile il secondo. No: sottostavano entrambi alle stesse leggi della fisica. La Chiesa drizzò le antenne.

PERICOLOSO. «Le novità celesti mettevano in grave pericolo l'ordine millenario. E facevano risuscitare dalle viscere dell'inferno autori "dannati" come Giordano Bruno, bruciato come eretico solo 15 anni prima», scrive Bucciantini. «Il ricordo delle teorie del nolano su "infiniti soli e infiniti mondi" era sempre vivo e la Chiesa era pronta a sbarrare la strada a chiunque tentasse di fondare nuove cosmologie che mettevano in dubbio l'universalità e la centralità di Cristo, negando il dettato delle Scritture che parlavano "di un solo mondo e di un solo genere umano"». La denuncia di frate Caccini sfondò quindi una porta aperta.

All'indice. Da anni le autorità ecclesiastiche osteggiavano la teoria copernicana, che si contrapponeva al sistema geocentrico (in cui la Terra si trova al centro dell'Universo, che le ruota intorno), elaborato partendo dalle teorie del solito Aristotele dall'astronomo Claudio Tolomeo (II secolo d.C.). Perciò, prendendo due piccioni con una fava, pochi giorni prima che il De revolutionibus orbium coelestium di Copernico finisse nell'Indice dei libri proibiti (1616), il papa ordinò al cardinale Roberto Bellarmino, già giudice nel processo a Giordano Bruno, di "convocare Galileo e di ammonirlo di abbandonare la suddetta opinione [le teorie copernicane, ndr]; e se si fosse rifiutato di obbedire, [...] di fargli precetto di abbandonare del tutto quella dottrina e di non insegnarla, non difenderla e non trattarla".

SFIDA APERTA. Troppo sicuro delle proprie idee, dell'appoggio dei suoi amici potenti e del favore del granduca di Toscana Cosimo II de' Medici, su cui finalmente era riuscito a far colpo, il neo nominato "matematico e filosofo" dello Studio di Pisa sottovalutò la pericolosità di quella prima formale ammonizione. "Chi meno intende e sa, tanto più risolutamente discorre", lamentava due anni dopo ne Il Saggiatore, una critica (pubblicata esattamente quattro secoli fa, nell'ottobre del 1623) alla scienza "di sistema", aggrappata alle antiche convinzioni e incapace di accettare le nuove scoperte.

Rottura con la chiesa. La goccia che fece traboccare il vaso papale cadde nel 1632. Nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, cercando di difendere le teorie copernicane, Galileo mise in bocca le tesi a favore del sistema tolemaico, e anche alcune affermazioni del pontefice al riguardo, al protagonista meno sveglio: il filosofo aristotelico Simplicio, "semplice" di nome e di fatto. Urbano VIII non la prese bene: come raccontò l'ambasciatore fiorentino Francesco Niccolini, "proroppe Sua Santità in molta collera e all'improvviso mi disse ch'anche il nostro Galilei avava ardito d'entrar dove non doveva".

IN GINOCCHIO. Il pisano, "veementemente sospetto d'eresia", ricevette l'ordine di comparire davanti al commissario generale del Sant'Uffizio e il 20 gennaio 1633 fu costretto a mettersi in lettiga per raggiungere Roma. Qui venne arrestato, interrogato e, il 22 giugno, condannato dagli inquisitori. Inginocchiato sul pavimento di dura pietra, per sopravvivere ritrattò la propria teoria, maledicendo "i suddetti errori ed eresie".

Esilio. Il "carcere formale ad arbitrio nostro" venne commutato in un ergastolo dorato, che egli passò ai domiciliari nella sua villa di Arcetri. La "pena salutare" della recita settimanale dei salmi penitenziali fu delegata alla figlia, suor Maria Celeste, ma la vera punizione, per Galileo, fu aver perso la vita che amava, in mezzo a studenti e accademici, amici e ammiratori. Gli rimase, però, la solita indomita curiosità scientifica: ormai ultrasettantenne, nonostante l'umiliazione dell'abiura, gli acciacchi e la cecità, continuò a indagare l'Universo. Sempre convinto, come aveva scritto coraggiosamente nel 1613, che le Sacre Scritture avessero l'obiettivo d'insegnare "come si vada al cielo. Non come vada il cielo".

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

15 febbraio 2024 Focus.it
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