Storia

Gabriele D'Annunzio: da "ardito" a megalomane isolato

Gabriele D'Annunzio sognava fin da bambino di vivere come un principe rinascimentale, ma finì per autonconfinarsi nel lussuoso esilio del Vittoriale.

Nasceva 160 anni fa Gabriele D'Annunzio, icona vivente e protagonista di imprese di guerra tanto velleitarie quanto clamorose, che finì i suoi giorni confinato nel lussuoso esilio del Vittoriale. Ripercorriamo la sua storia, dalle "luci della ribalta" fino all'isolamento di Gardone Riviera, attraverso l'articolo "Nella gabbia dorata" di Lidia Di Simone, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Cronaca di un declino. Nel novembre 1921 usciva, per l'editore Treves, il Notturno di Gabriele D'Annunzio. L'opera, un diario intimistico, era stata scritta nel 1916, dopo l'incidente di volo che lo aveva reso quasi cieco. La perdita dell'occhio aveva acuito i suoi altri sensi, come scriveva il poeta abruzzese, potenziando il tatto e l'udito, che lo facevano sentire un "orbo veggente". Così si firmava nei messaggi al suo editore e a Benito Mussolini. Il 1921, anno cruciale per il Vate, si era aperto con l'ingresso al Vittoriale, la magione sul Lago di Garda dove avrebbe finito i suoi giorni.

Gabriele D'Annunzio - Vittoriale interni
Gli interni del Vittoriale degli italiani, la magione di Gabriele D'Annunzio a Gardone Riviera (Bs). © trabantos / Shutterstock

Eroe scomodo. Quel luogo sarebbe diventato il rifugio dell'eroe di guerra ormai scomodo per il regime che il duce stava costruendo, ma anche lo scrigno della sconfinata cultura di D'Annunzio e il museo che ne avrebbe esaltato le gesta. La villa di Gardone Riviera si sarebbe trasformata, grazie a una montagna di soldi arrivata dai contratti editoriali e da finanziamenti governativi, nel monumento al Vate. Ma era una prigione dorata dalla quale lo scrittore non voleva e forse non doveva uscire.

Marcia su Roma. L'anno seguente, il 28 ottobre 1922 le squadre fasciste marciarono su Roma. Mussolini aspettava a Milano l'esito degli eventi, e neanche D'Annunzio c'era. Eppure, durante la presa della città di Fiume, era stato proprio lui a progettare una marcia sulla capitale. Che cosa era cambiato nel frattempo?

VITTORIA MUTILATA. Il 12 settembre 1919, compiendo il blitz per l'annessione della città dalmata, D'Annunzio aveva dato voce ai delusi della Grande guerra. L'Italia aveva sacrificato oltre 600mila uomini, mandando in trincea anche i coscritti più giovani di tutto il conflitto, i "ragazzi del '99". Ma ora si ritrovava con un debito pubblico alle stelle, i reduci disoccupati e derisi per le strade e i grandi scioperi che agitavano le città, con gli operai che occupavano le fabbriche e sognavano la rivoluzione, spaventando chi temeva lo spauracchio "rosso" del comunismo.

Un'amara vittoria. Il Paese si era seduto al tavolo dei vincitori, ma senza ottenere tutto quanto promesso alla vigilia della guerra dal Patto di Londra. Quella italiana era una "vittoria mutilata", secondo l'espressione coniata dallo stesso D'Annunzio.

Fra le rivendicazioni c'era parte della Dalmazia con la città di Fiume, ma ci aveva pensato il presidente americano Woodrow Wilson a tacitare le ambizioni del nostro Paese: la città era il porto naturale dei croati e doveva andare alla nascente Jugoslavia.

La presa di Fiume. Ignorando le ragioni della politica, D'Annunzio progettò l'annessione di Fiume al Regno d'Italia, mettendo tutti davanti al fatto compiuto. Avvisò Mussolini con un biglietto: "Mio caro compagno, il dado è tratto. Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d'Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante. Ma non è possibile differire. Ancora una volta lo spirito domerà la carne miserabile". Marciò alla testa di una legione e occupò Fiume e Zara. E siccome era quello che oggi definiremmo un "rottamatore", promise qualcosa di più di un bottino di guerra: una rivoluzione.

CITTÀ DI VITA E D'ARTE. Mentre in Dalmazia D'Annunzio accendeva gli animi con la sua oratoria, a Roma il presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti cercava di sfruttare l'eco dell'impresa. Ai giovani seguaci del poeta poco importava, loro stavano vivendo l'utopia. L'occupazione dei legionari dannunziani durò 16 mesi, durante i quali fu proclamata la Reggenza italiana del Carnaro (il braccio di mare di fronte a Fiume), che introdusse una costituzione libertaria fondata sull'uguaglianza, sul socialismo rivoluzionario, sulla distribuzione dei beni e sul primato del bello: innovativa, secondo la moderna storiografia. Il porto dalmata si trasformò quasi in una comune, una "città di vita, città di arte", una sorta di anticipazione del Sessantotto.

Disobbedienza (in)civile. Lo storico Giordano Bruno Guerri, che ha ricostruito quell'esperienza nel libro Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione. Fiume 1919-1920 (Mondadori), scrive che «fu anzitutto una "controsocietà" sperimentale in contrasto sia con le idee e i valori dell'epoca sia con quelli del fascismo». Nel novembre 1920 il nuovo capo del governo Giovanni Giolitti firmò il Trattato di Rapallo, che stabiliva i confini dei regni italiano e jugoslavo. Poi diede ai legionari un ultimatum, inascoltato.

Ci aveva provato anche Wilson, che D'Annunzio aveva sbeffeggiato come l'uomo "dal sorriso dei 32 falsi denti". Così, Giolitti mandò l'esercito a liberare Fiume, e fu un "Natale di sangue". D'Annunzio e i suoi furono bombardati da terra e dal mare, dai cannoni dell'Andrea Doria. Si scrisse che era il primo caso nella Storia in cui un Paese si "autosgomberava".

Il 31 dicembre il poeta firmò la resa e tornò nella sua Casetta Rossa a Venezia.

SEDUTTORE. Di quegli anni tumultuosi Gabriele D'Annunzio era stato un protagonista, l'italiano più conosciuto all'estero, l'uomo che aveva occupato le prime pagine dei giornali con il volo su Vienna e altre imprese belliche, conquistando medaglie al valore e croci al merito. Lo scrittore più acclamato e tradotto, frequentatore di salotti e giornalista, commediografo e amante di una diva mondiale come Eleonora Duse, seduttore e trascinatore della gioventù ribelle, beniamino dei nazionalisti e idolo dei rivoluzionari. Persino inventore di slogan pubblicitari e dello scudetto tricolore – che debuttò a Fiume – da cucire sulle maglie dei calciatori italiani invece dello stemma sabaudo.

Insomma, un arruffapopoli dal fascino inarrivabile, nonostante la calvizie e la bassa statura. Così abile nel coltivare il culto della propria vita, elevata a opera d'arte, che nella città dalmata aveva organizzato un ufficio stampa per comunicare all'esterno la sua impresa. Era stato tutto questo, ma non un fascista.

AMICI O NEMICI? Dopo Fiume il Vate cambiò, limitandosi a osservare, a mandare a Mussolini biglietti di fuoco, poi edulcorati da una manina censuratrice. Lui e Mussolini si erano incontrati alcune volte. Nel 1919, l'anno in cui a D'Annunzio bastava una telefonata per farsi ricevere dal re, il poeta e il giovane direttore del Popolo d'Italia si erano visti al Grand Hotel di Roma. Il Vate considerava Mussolini con fare paternalistico.

Il declino. Poi il rapporto peggiorò. Durante la presa di Fiume, il Vate indirizzò al capo del fascismo una lettera durissima per esortarlo a inviare uomini e soldi: "Mi stupisco di voi... tremate di paura... state lì a cianciare mentre noi lottiamo... E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime e sgonfiatela". La sottoscrizione per i legionari dannunziani era stata aperta, in effetti, per poi essere dirottata sul movimento fascista. Per cui, quando nell'aprile 1921 Mussolini – che si trovava in difficoltà – incontrò D'Annunzio per chiedergli di candidarsi alle elezioni politiche del 15 maggio, il poeta disdegnò l'offerta.

IL VOLO DELL'ARCANGELO. Il 15 agosto 1922 D'Annunzio, Nitti (che il poeta chiamava "Cagoia") e Mussolini dovevano incontrarsi per una pubblica riconciliazione e per valutare l'ipotesi di un governo di largo respiro. Ma due giorni prima il poeta cadde dal balcone della stanza della musica, al Vittoriale. Si salvò per un pelo, restando parecchi giorni tra la vita e la morte.

Sul "volo dell'Arcangelo", come lo definì egli stesso, calò il mistero. Che cosa era successo? Forse un tentato suicidio, forse un attentato ordito da Mussolini? Una possibile, recente ricostruzione tira in ballo la grande passione del Vate, le donne: pare che D'Annunzio stesse ascoltando la musica suonata dalla sua compagna, Luisa Baccara, mentre si intratteneva sul balcone con la sorella di lei, Jolanda. Forse un approccio di troppo scatenò una reazione eccessiva.

escluso. Quale che fosse la verità, quando Mussolini arrivò a Gardone, l'11 ottobre, non venne ricevuto. Il 29 ottobre, a poche ore dalla marcia delle camicie nere sulla capitale, il re conferì al duce l'incarico di formare un nuovo governo. D'Annunzio era fuori gioco. A dicembre Mussolini diede alle stampe il programma del Partito nazionale fascista. Dentro c'erano le idee di D'Annunzio: l'Italia baluardo della civiltà, le corporazioni, la mobilitazione dei giovani.

SORVEGLIATO. Il Vate si autoisolò in mezzo alle opere d'arte e ai libri, con i suoi giocattoli a portata di mano, dall'Isotta Fraschini al motoscafo Mas. Un isolamento dorato. E sorvegliato. Come scrive Raffaella Canovi nel saggio D'Annunzio e il fascismo. Eutanasia di un'icona (Bibliotheka), attorno alla magione c'era un cordone di sorveglianza eccezionale, fatto di polizia e carabinieri. Secondo lo storico Giordano Bruno Guerri, il Vate era ancora un pericolo per il regime.

Gabriele D'Annunzio - Motoscafo Mas
Il Mas 96 giunse al Vittoriale nel 1923. La sigla MAS significa motoscafo-anti-sommergibile, ma il poeta aggiunse Memento Audere Semper, ovvero “ricordarsi sempre di osare”. Con il MAS 96, infatti, aveva compiuto un raid militare, tra il 10 e l’11 febbraio 1918, ricordato come la “Beffa di Buccari”. © trabantos / Shutterstock

D'altra parte, lo scrittore Ernest Hemingway, nel 1923, in una corrispondenza per un giornale americano, scriveva: "In Italia sorgerà una nuova opposizione, anzi si sta già formando e sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po' matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso che è Gabriele D'Annunzio". Non stupisce che il generale Emilio De Bono, capo della polizia, nel dicembre 1922 avesse invitato i prefetti a "controllare e reprimere tutte le organizzazioni legate al suo nome, a partire dalla Federazione dei legionari". Nell'aprile 1923 gli arditi e le frange dannunziane si mossero in effetti con l'obiettivo di resistere al fascismo in nome della Carta del Carnaro. Ma gli arresti a raffica fecero naufragare il progetto.

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

12 marzo 2023 Focus.it
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