Storia

La fine di Stalin: chi di rivoluzione ferisce...

Settant'anni fa moriva Stalin. Un dittatore spietato che aveva mandato a morte anche compagni di lotta che con lui avevano fatto la Rivoluzione russa. Fu l'unico rivoluzionario a divorare i suoi sodali?

La dittatura di Stalin, l'ascesa e la caduta degli uomini della rivoluzione sovietica, ci ha dato l'occasione - nel 70° anniversario dalla morte del dittatore - di notare quel parallelismo del terrore e del controterrore che ha accomunato le due più grandi rivoluzioni della storia, quella francese e quella russa: le faide interne ai rivoluzionari e il patibolo fratricida che ha visto sfilare quelli che prima erano compagni di lotta e poi nemici da eliminare.

Focus Storia - Cover 197
In occasione del settantesimo anniversario della morte di Stalin (5 marzo 1953), Focus Storia in edicola racconta la dittatura in Urss, l'ascesa e la caduta degli uomini della rivoluzione sovietica. © Focus Storia

Le "purghe staliniane". Il leader sovietico Iosif Stalin, a partire dal 1924, costruì un sistema di potere basato sulla delazione, per tenere sotto il tacco non solo gli avversari politici, ma anche gli alleati. Quel clima di denuncia contaminò tutta la società russa e culminò nelle "purghe" degli anni 1937-1938, atti di persecuzione che dovevano eliminare ogni oppositore. Stalin fu capace di tutto, arrivò persino a provocare la carestia che tra il 1932 e il 1933 causò milioni di morti fra gli ucraini (Holodomor).

Il giallo della morte. Il meccanismo spietato che lui aveva creato gli si ritorse contro alla fine della sua vita. Mentre Stalin era colpito da un ictus, infatti, nessuno fece nulla per aiutarlo. E i soccorsi partirono in ritardo. Avevano tutti avevano paura di avvicinarlo o stavano preparando la successione? Fu una scelta precisa o solo il timore di prendere una decisione sulla vita di un uomo che invece decideva del destino di tutti?

Il Terrore, corsi e ricorsi storici. Alla fine Stalin, il "Piccolo padre" della nazione sovietica – nata dalla Rivoluzione bolscevica del 1917 che aveva affogato nel sangue l'impero degli zar – era diventato a sua volta il più spietato dei dittatori instaurando il Grande Terrore.

Definizione che suona familiare, vero? C'era stato infatti un altro Terrore, a cavallo tra 18° e 19° secolo, nella Francia repubblicana sorta dalla Rivoluzione giacobina del 1789. I rivoluzionari come Robespierre e Danton avevano abbattuto l'Ancien Régime e la monarchia di Monsieur le Roi per consegnare il potere di vita e di morte a Madame Guillotine.

Da rivoluzionari a boia. Con la presa della Bastiglia era caduta la monarchia assoluta, ma sul patibolo erano finiti in tanti, sovrani, nobili, donne e uomini, e alla fine gli stessi rivoluzionari. Tra il 1793 e il 1794 Robespierre e i suoi avevano instaurato il Terrore, una tirannia cieca con la sospensione della costituzione e la morte per gli oppositori.

Il potere del popolo era prima diventato il potere di pochi, poi di uno solo.

Però è vero che chi di lama ferisce di lama perisce: infatti a finire sulla ghigliottina fu anche il più spietato dei giacobini, Robespierre. E in buona compagnia. Ecco i protagonisti di due rivoluzioni capaci di creare uomini nuovi... e di distruggerli.

Bastava il sospetto. Nel sistema sovietico la delazione era un dovere. Era sufficiente un giudizio critico per essere arrestati e finire nei gulag, i famigerati campi di lavoro forzato: il nemico veniva identificato e poi si lanciava la campagna contro di lui, appoggiata dalle denunce di un compagno di partito, un vicino di casa, dalla spiata di un ragazzino. Tra il 1928 e il 1953, anno della morte di Stalin, finirono nelle maglie della polizia politica 25 milioni di cittadini sovietici.

Compagni giustiziati. Il primo fu Kirov, amico di Stalin e capo del partito a Leningrado. Morì assassinato nel 1934, apparentemente da un oppositore. In realtà si presume che a organizzarne la fine prematura fosse stato Jagoda, capo della polizia politica e del Nkvd, il Commissariato del popolo per gli affari interni.

Fu lui nel 1936 a interrogare e ordire il primo dei processi di Mosca, che finì con la condanna e la fucilazione di due oppositori di Stalin, principali esponenti della sinistra del partito comunista: Kamenev, già direttore della Pravda (il maggior quotidiano russo) e poi presidente del soviet di Mosca, e Zinov'ev, uno dei politici più potenti dell'Unione Sovietica, presidente del Komintern (l'Internazionale Comunista) dopo la morte di Lenin. La loro esecuzione, oggetto di scherno durante un banchetto davanti a Stalin, suscitò immenso clamore ma non servì a impedire le grandi esecuzioni nel biennio delle purghe.

Nessuno risparmiato. Lev Trockij, che aveva affiancato Lenin nella Rivoluzione d'ottobre e guidato l'Armata rossa durante la guerra civile, fu espulso dal partito nel 1927 e costretto all'esilio. Fra le sue tante invettive contro Stalin, scrisse un pamphlet dove raccontava la "strana" fine di Lenin (nel 1924, a 54 anni), sopraggiunta per malattia, certo, ma forse accelerata da un fantomatico veleno, di cui Stalin accennò a Trockij. D'altra parte, era noto che il padre della rivoluzione, in punto di morte, nella sua lettera-testamento al congresso del Partito Bolscevico aveva scritto che Stalin era "troppo grossolano" e aveva proposto ai compagni di rimuoverlo dall'incarico di segretario generale.

Che questi sospetti avessero o meno fondamento, Trockij fu condannato a morte in contumacia e venne ucciso in Messico nel 1940 da Ramón Mercader, un agente segreto spagnolo che operava per il Nkvd sovietico.

Dettaglio curioso, questi era il fratello di Maria Mercader, moglie di Vittorio De Sica.

La scuola del genocidio. Un medesimo bagno di sangue, efferato quanto se non più delle purghe staliniane, si era verificato in Francia alla fine del Settecento. La prima fase della rivoluzione era finita con l'esecuzione di migliaia di prigionieri, inclusi centinaia fra chierici e carmelitane. Luigi XVI era stato ghigliottinato il 21 gennaio 1793. In ottobre era salita sul patibolo Maria Antonietta. Nell'estate di quell'anno era iniziata anche la repressione in Vandea, dove la popolazione fedele al re fu vittima del primo genocidio della storia contemporanea. A giugno i montagnardi (il nuovo nome che si erano dati i giacobini più accesi), avevano espulso dalla Convenzione nazionale i girondini, che avevano cercato invano di salvare la vita al sovrano.

A luglio Marat, medico, giornalista e ideologo della rivoluzione insieme con Danton, Saint-Just, Desmoulins e Robespierre, venne ucciso dalla filo-girondina Carlotta Corday. Danton, sospettato di doppio gioco, fu estromesso dal Comitato di salute pubblica, che era l'organo di governo della Convenzione. Vi entrò Robespierre, e impose una linea durissima.

Caccia ai sospetti. A settembre fu approvata la "legge dei sospetti", che consentiva di incarcerare e giustiziare i nemici della rivoluzione. Era l'inizio del Terrore. I radicali aprirono la caccia ai più moderati: il generale La Fayette, grande protagonista degli Stati generali del 1789 e comandante di un'armata, fuggì da Parigi mentre Robespierre lo definiva traditore e la folla bruciava il suo ritratto. Il matematico Bailly, sindaco di Parigi e primo presidente dell'Assemblea Nazionale, fu costretto alle dimissioni e condannato a morte.

Danton e il giornalista Desmoulins, che intanto avevano fondato il club degli Indulgenti, denunciando lo strumento del Terrore, furono processati e condannati. Desmoulins finì sulla ghigliottina una settimana prima della moglie. Danton fu giustiziato il 5 aprile 1974. Prima del taglio disse al boia: "Non dimenticare di mostrare la mia testa al popolo: ne vale la pena". Il 27 luglio venne posto sotto accusa Robespierre. Condannato senza processo, il giorno dopo si inchinò anche lui a Madama Ghigliottina, insieme con suo fratello Augustin, con l'amico Saint-Just, che aveva cercato di liberarlo, e con un'altra ventina di giacobini. E la folla fece festa.

21 febbraio 2023 Lidia Di Simone
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