Storia

Quando sono nati gli sci? E la settimana bianca?

Da mezzo di trasporto a sport: ecco come si sono evoluti gli sci, grande amore degli appassionati di montagna. E c'entra anche Arthur Conan Doyle, il "papà" di Sherlock Holmes...

Quale modo migliore per attraversare boschi e valli innevate di mettere sotto i piedi rudimentali assi di legno ricoperte di pelli? Lo sapevano già gli uomini del Paleolitico, specialmente in zone come la Lapponia e la Mongolia, ma anche nel nord Europa. Lo dimostra, per esempio, un'incisione trovata in una caverna dell'isola norvegese Rodoy, databile tra il 3000 e il 2000 a.C., che raffigura un uomo con ai piedi tavolette di oltre 4 metri, spinte da un bastone molto più corto utilizzato come un remo. Si può dire che la storia degli sci sia iniziata proprio da allora.

PAESE CHE VAI, SCI CHE TROVI. Le prove archeologiche non  mancano. La più famosa è forse quella degli sci lunghi 111 centimetri (e larghi 19) risalenti a circa 4.500 anni fa rinvenuti nel 1921 a Hoting, in Svezia. Ma altri sembrano addirittura più antichi: quelli dell'Età del ferro di Ovrebo, in Norvegia, oppure lo sci di legno del lago Sindor, in Russia, collocabile tra il 6300 e il 5000 a.C. O, ancora, quelli di 5.200 anni fa, lunghi due metri, trovati nel 1924 a Kalvtrask, in Svezia.

I reperti hanno permesso agli studiosi di dividere in quattro aree geografiche la diffusione degli antenati degli sci. La prima comprende la Groenlandia e il nord America, dove fu in voga soprattutto la racchetta da neve, un attrezzo di legno a forma d'uovo con intelaiatura di corde. Nel nord Europa (esclusa la Scandinavia), nelle Alpi e nel Caucaso, si usava invece uno sci corto, pesante, larghissimo e piatto, guidato con piccole funi fissate alla punta, forse utilizzato soltanto per le discese. Una tavoletta più sottile e leggera, con la punta ricurva e ricoperta con pelle di renna o foca per una maggiore presa sulla neve, era diffusa in Finlandia, Siberia, Giappone e Norvegia settentrionale e pure questa variante "artica" veniva guidata da funicelle legate alle punte.

Tra varianti e contaminazioni. Il progenitore dei nostri sci è però quello definito "nordico", usato nella Groenlandia meridionale, in Islanda, Svezia e Norvegia centro-meridionale. Proprio come quello di Rodoy era infatti stretto e lungo, più leggero degli altri e senza funicelle, "mosso" da una lancia o da un bastone (solo nel 1741 abbiamo testimonianze dell'uso del doppio bastoncino). Non mancavano inoltre le contaminazioni: nei primi secoli d.C. in alcune zone veniva usato un misto tra lo sci artico e quello nordico, con l'attrezzo sinistro lungo e sottile per andare veloci e il destro molto corto, largo e foderato di pelle per spingere e poi frenare.

Diverse poi le varianti: in Siberia, per esempio, nella parte meridionale si sviluppò la "Fennoscandian", con caratteristiche accostabili agli sci da discesa di oggi, mentre nella zona occidentale si affermò la "ugrolappone", più adatta al fondo. Tutti comunque utilizzavano attacchi fatti di semplici lacci in pelle, che fissavano il piede. Lasciavano il tallone libero ed erano mezzi di trasporto per contadini, boscaioli o cacciatori. Eventualmente anche soldati.

Truppe britanniche con gli sci in Norvegia nell'aprile del 1940.
Truppe britanniche in Norvegia nell'aprile del 1940. Gli sci consentivano ai soldati di muoversi rapidamente sulle montagne. © WikiMedia, P.D.

LE PRIME COMPETIZIONI. Per secoli le gare furono una rarità, seppure già testimoniate da antiche saghe e racconti popolari. D'altronde le cime innevate furono a lungo considerate minacciose, da frequentare solo per necessità. «A cavallo tra il Settecento e l'Ottocento», spiega Franco Brevini, docente di Letteratura italiana all'Università di Bergamo e autore de Il libro della neve. Avventure, storie, immaginario (Il Mulino, 2019), «gli uomini iniziarono però a esplorare e sfidare più spesso la neve in solitudine, spinti dall'affermazione di un'estetica più soggettivistica, che definiva "bello" ciò che procurava emozioni».

La rivalutazione e la conseguente più spensierata colonizzazione della neve spinse allora a utilizzare gli sci, riveduti e corretti, anche per gareggiare. E così, nel 1833, a Christiania, nella contea norvegese di Telemark, venne fondato il primo sci club, che subito ispirò altri appassionati, soprattutto in Austria e Svizzera, dando vita anche a una tecnica sciistica, il telemark appunto, ancora "a tallone libero" ma con gli sci, più corti e leggeri, pensati specificamente per la discesa. Dieci anni dopo, sempre in Norvegia ma questa volta a Tromsø, fu organizzata anche la prima sfida sportiva di fondo tra civili.

IN GUERRA. Nuovamente, però, le esigenze pratiche sorpassarono quelle agonistiche e le successive gare ebbero per lo più scopi militari. In Scandinavia comprendevano: tiro in corsa col fucile, discesa libera, discesa obbligata senza bastoncini e gara di fondo di 3 km tenendo sulle spalle uno zaino da 20 chili, moschetto e baionetta. Nel 1874 a vincere una di queste esercitazioni fu l'esploratore norvegese Fridtjof Nansen, che 14 anni dopo diffuse in tutto il mondo la conoscenza dello sci descrivendo la sua traversata (la prima della storia) della Groenlandia utilizzando anche gli sci. I suoi racconti ebbero un tale successo che nacquero macchine e fabbriche per fare gli sci (in legno lamellare di faggio e pino), anche tra le Alpi.

Proprio dalle Alpi, alla fine dell'800, lo sci competitivo partì alla conquista del mondo, che cominciava a preferire la discesa al fondo. «Sì, perché sulle Alpi il paesaggio aveva quei pendii ripidi assenti invece nel grande Nord. Prevalse quindi un modello col tallone bloccato e lo sci smise d'essere strumento escursionistico per diventare sportivo», aggiunge Brevini.

Alla diffusione del nuovo sport sulle Alpi contribuì la passione di sir Arthur Conan Doyle (il creatore di Sherlock Holmes), che nella cittadina svizzera di Davos conobbe il commerciante Tobias Branger, tra i primi in Europa a vendere gli sci, visti all'Esposizione Universale di Parigi del 1878. Intanto si sviluppavano nuove pratiche, come lo spettacolare salto col trampolino, lo slalom e lo scialpinismo.

Fridtjof Nansen e il suo equipaggio posano con la loro attrezzatura prima della spedizione in Groenlandia del 1888.
L'esploratore norvegese Fridtjof Nansen (seduto, sulla sinistra) e il suo equipaggio posano con la loro attrezzatura prima della spedizione in Groenlandia del 1888. Furono i primi a portarne a termine la traversata (anche grazie agli sci). © WikiMedia, P.D.

SEMPRE PIÙ VELOCI. Fu il ceco Matthias Zdarsky a promuovere la prima gara di "discesa" il 19 marzo 1905 sul Muckenkogel, in Austria. Ebbe inoltre il merito, agli albori del 1900, di accorciare gli sci a 180 cm e di brevettare 25 diversi tipi di attacchi per bloccare il tallone, segnando così il definitivo passaggio dal modello telemark a quello "alpino", che permetteva di scendere sempre più velocemente grazie al perfezionamento, da parte di Victor John e Georg Bilgeri, nel 1903, della sciolina (una miscela a base di cera d'api) e all'introduzione di attacchi più sicuri, con staffe in ferro e puntale metallico. Materiale che dal 1950 cominciò a essere utilizzato anche per fare gli stessi sci e, dal 1957, i bastoncini.

Negli Anni Settanta, infine, si intervenne nuovamente sugli attacchi, da allora dotati di sganci di sicurezza in caso di caduta. In Italia, intanto, il boom economico fece esplodere anche la passione per la vacanza invernale, l'allora elitaria "settimana bianca".

LE STAZIONI SCIISTICHE. Lo Ski Club Torino aveva già inaugurato il 6 gennaio 1906 a Sauze d'Oulx (Torino) la prima stazione alpina invernale italiana, seguita da altre sorte attorno a Milano, sulla spinta anche dall'ammissione dello sci di fondo alle Olimpiadi del 1924. L'impulso decisivo al turismo bianco si ebbe però negli anni Trenta, con l'introduzione dei primi impianti di risalita negli Stati Uniti e poi in Europa. Erano le "manovie", con gli sciatori che si aggrappavano a una corda di canapa chiusa ad anello e messa in movimento da un argano a motore.

L'ingegnere svizzero Ernst Constam volle sostituire la canapa con una fune metallica, aggiungendo morsetti e rulli e potenziando il motore. Nel 1934 brevettò così la prima funivia, installata a Davos e poi in altre località svizzere (come Sant Moritz), francesi e, dal 1936 (anno di ammissione dello sci alpino alle Olimpiadi) italiane: Val Gardena, Madonna di Campiglio, Cortina d'Ampezzo, Cervinia. In altre località, poi, come l'Abetone, Courmayeur e Bardonecchia gli impianti di risalita presero forme differenti, diventando slittovie, rotovie e soprattutto seggiovie, su ispirazione ancora una volta americana.

Queste località divennero, così, centri importanti, sostenute anche da uomini d'affari, che fiutavano il business vacanziero, e governi, che pensavano a spostare più rapidamente i soldati sulle montagne. In Italia il primo caso è quello di Sestriere (Torino), città alpina di fatto creata dall'imprenditore Giovanni Agnelli a fini esclusivamente turistici, mentre un esempio di sfruttamento militare della funivia si ebbe a Courmayeur, sul Monte Bianco. Dopo la guerra e i difficili anni della ricostruzione, venne poi il boom economico che diede la definitiva spinta alle stazioni sciistiche, rendendole come le conosciamo oggi.

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Questo articolo è tratto da "Con le ali ai piedi", di Biagio Picardi, pubblicato su Focus Storia 173 (marzo 2021). Leggi anche il nuovo Focus Storia, in edicola.

23 gennaio 2022
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