Storia

Essere bambini nell'antica Roma

Una mostra a Firenze racconta per la prima volta la vita dei bambini nell'antica Roma: i giochi, gli studi, gli eroi, le paure e i rapporti con i genitori.

La Storia ci parla in genere di civiltà, di battaglie, di eroi. Soprattutto di uomini. Qualche volta di donne, e ancora più raramente di bambini. Ora però c'è una mostra per raccontare come i fanciulli vivessero nell'antica Roma, ai tempi dell'Impero. S'intitola A misura di bambino e resterà aperta alle Gallerie degli Uffizi a Firenze fino al 24 aprile (per informazioni). Con sculture, giocattoli d'epoca e disegni, descrive i vari momenti dell'infanzia: i divertimenti, la scuola, le paure, il rapporto con gli animali fino ai riti di passaggio all'età adulta.

Un luogo comune che la mostra smentisce è che i bambini romani ricevessero meno attenzioni dei nostri, poiché la vita era ai tempi più dura. Erano severi e distaccati i papà dell'antica Roma? Forse in certe occasioni ufficiali, ma le immagini che li ritraggono con figli e figlie in spalla, a cominciare da quelle dall'Arco Traiano di Benevento (114 d.C.), e le parole del poeta Orazio (65-8 a.C.), che chiamava con affetto "il mio anatroccolo" un figlio con problemi congeniti di deambulazione, dicono il contrario. Le matrone romane erano dure rispetto alle mamme apprensive di oggi? Tutt'altro: nelle occasioni pubbliche portavano con loro i figli con dolcezza, come nell'immagine di grande umanità delle bambine che si aggrappano alle vesti delle mamme o sono da loro tenute per mano in un rilievo dell'Ara Pacis, l'altare fatto costruire a Roma da Augusto nel 9 d.C.

Quando bambini si diventava. «Dalle epigrafi delle tombe, si vede quanta sofferenza provasse una madre se scompariva una figlia o un figlio», spiega Lorenza Camin, curatrice della mostra assieme a Fabrizio Paolucci. Tuttavia poteva esserci qualcosa di molto lontano dal nostro modo di vedere l'infanzia, forse perché la mortalità infantile (senza vaccini e antibiotici) era impietosa: fino ai 3 anni, l'infante non veniva considerato pienamente bambino, tanto meno un membro della comunità. «Finché non parlava era in un "mondo di mezzo", un "essere in divenire"», precisa Camin: «infatti, se moriva prima dei tre anni di età, non venivano predisposti tomba e rito funebre. Era sepolto subgrundarioum, cioè sotto i gradini di casa, con una breve cerimonia notturna.» Ciò non significava che i bambini non fossero accuditi al meglio per superare la prima infanzia. Sempre le immagini d'epoca ci mostrano madri e ancelle che seguono con cura piccoli che imparano a camminare aiutati da una sorta di deambulatore a rotelle fatto di legno. E madri che li cullano e li nutrono come "Madonne del latte".

Classi miste. Verso i 5 anni, acquisita la parola, il bimbo era parte effettiva della comunità. Per essere affidato, verso i 6-7 anni, al ludi magister che insegnava a leggere e a scrivere. «C'erano classi sparse per la città, all'aperto o nei retrobottega, in cui erano presenti tutti insieme maschi e femmine», spiega la curatrice della mostra. «I più benestanti potevano studiare a casa con un maestro privato. Si rimaneva dal ludi magister fino a 12 anni, scrivendo su tavolette ricoperte di cera, utilizzando lo stilo, un bastoncino appuntito che dall'altra parte era piatto per cancellare. E per le operazioni aritmetiche si usava l'abaco. Dopo questo ciclo che ricorda le nostre scuole elementari, si passava al grammaticus dove per 3 anni s'imparavano storia, geografia e letteratura latina e greca.» Questa seconda fase scolastica la intraprendevano di solito i maschi. Le femmine erano indirizzate alla gestione domestica per sposarsi giovani. Chi poteva permetterselo, dopo il grammaticus andava dal rhetor, a imparare la retorica (l'eloquenza, l'arte del parlare).

Dopo la campanella. La scuola durava dalla mattina al tardo pomeriggio. Poi i ragazzi erano liberi di giocare: a moscacieca e a cavallina, per esempio. I più piccoli si accontentavano di portare in giro una ruota spinta da un bastone (come si vede fare ancora oggi in molti paesi del Terzo Mondo). Gli animali preferiti erano oche, conigli, cani e gatti. I più agiati avevano un piccolo carretto tirato da una capretta. Ma anche scimmie e pappagalli. Tutti giocavano con le noci, che erano le biglie o le figurine dell'epoca. Ogni fanciullo portava un'apposita sacca in cui riporre le sue noci, che metteva in gioco in vari modi. Per esempio, lanciandole in buchette. Oppure in un'area tracciata a forma di delta maiuscola: chi riusciva a mettere la sua noce nella casella all'apice della lettera greca a forma di triangolo, prendeva tutte le noci in campo. C'era poi l'orca, il gioco delle noci da lanciare all'interno in una brocca (vinceva chi ne faceva entrare di più). Oppure la tabula inclinata: fare scendere da una tavoletta la propria noce per colpirne altre. O il ludus castellarum: occorreva impilare con il lancio la propria noce su tre, poste fra loro vicine. Alla mostra di Firenze è disponibile un libretto edito da Sillabe dedicato ai bambini di oggi che insegna i giochi dei loro coetanei di due millenni fa.

Non mancavano, come giocattoli, i super eroi: statuette di Ercole (che da bambino nella culla strozzò un serpente mandato da Giunone) o di gladiatori. Nella mostra si può vedere il modellino giocatolo di un mirmillone, gladiatore pesante con elmo, scudo e corazza. Si potevano smontare e rimontare i vari elementi, come in un Big Jim o in altre action figure dei nostri tempi. Le bambine avevano bambole snodabili di avorio, legno e terracotta che venivano vestite e "ingioiellate" alla maniera delle Barbie. Avevano anche le loro case delle bambole, con i vari elementi domestici miniaturizzati.

Buone vacanze! Dal 17 al 23 dicembre i bambini non andavano a scuola perché festeggiavano i Saturnalia, in onore di Saturno, dio della terra e della semina. Le case venivano addobbate con ghirlande e si invitavano parenti e amici e arrivavano i regali. Un altro giorno di festa molto sentita dai giovanissimi era il 17 marzo, per i Liberalia, in onore del dio Bacco, altro bimbo prodigio della mitologia. «Come i fanciulli di oggi, anche quelli romani potevano avere paura del buio, dei mostri o delle streghe», fa notare Camin. «Anelli con sonagli alle caviglie avevano il compito di tenere lontane le presenze malefiche. I maschi venivano dotati di bulla, un sacchettino da portare al collo con dentro porta fortuna e le femmine della lunula, a forma di Luna.»

Le ragazze verso i 13 anni e i ragazzi a 15-16 "lasciavano le noci", secondo il detto romano. Passavano cioè alla fase adulta. Le femmine consegnavano le loro bambole a Venere e il portafortuna sulla mensa di casa. I maschi si toglievano la bulla e la toga pretesta (quella color porpora dell'infanzia) per mettersi la toga bianca del mondo degli adulti. Secondo il poeta Marziale (38-104 d.C.), "era triste lasciare le noci".

5 febbraio 2022 Franco Capone
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