Storia

Prima del Krakatoa: l'eruzione del vulcano Tambora

Il 27 agosto 1883 si scatenò il vulcano Krakatoa. Ma ancora peggiore fu l'eruzione del Tambora nel 1815, che segnò il destino di intere civiltà.

Il 27 agosto 1883 una violenta eruzione si scatenò dal Krakatoa, quando l'isola indonesiana di Rakata, tra Giava e Sumatra, su cui si trova il vulcano, faceva ancora parte di un arcipelago all'interno di un'antichissima caldera, oggi in parte sommersa dal mare. Ricostruzioni successive hanno permesso di stabilire che il Krakatoa emise 29 chilometri cubi di materiale piroclastico. Durante la massima attività eruttiva i terremoti produssero tsunami con onde alte fino a 30 metri; i boati del Krakatoa si udirono fino in Australia (a 4.800 chilometri di distanza) e l'onda d'urto percorse il Pianeta per tre volte, compiendo un giro completo della Terra in 36 ore. Nell'emisfero settentrionale, il nostro, le polveri entrate in circolazione nell'atmosfera filtrarono la radiazione solare, che diminuì del 10%.

Questo evento produsse conseguenze in tutto il mondo, anche in Europa. L'eruzione del Krakatoa fu la prima con effetti globali noti, cioè la prima grande eruzione vulcanica studiata dagli scienziati per i suoi effetti catastrofici. All'epoca si stavano diffondendo i primi strumenti di comunicazione e le notizie correvano più veloci di quanto non avessero mai fatto in passato.

Prima del Krakatoa: il Tambora. Poco più di sessant'anni prima, nel 1815, in un'epoca in cui le comunicazioni erano ancora affidate a corrieri a cavallo, c'era però stata un'altra eruzione in Indonesia, quella del vulcano Tambora, meno nota ma più devastante, e con conseguenze globali talmente vaste da cambiare le sorti dell'Occidente.

La sera del 5 aprile 1815 un tremendo boato fece tremare l'intero arcipelago indonesiano (e non solo). Comandanti e luogotenenti di stanza nell'oceano Indiano, in località distanti anche centinaia di chilometri tra loro, prepararono le navi da guerra in vista di un combattimento e le spedirono alla ricerca di fantomatici pirati: il frastuono faceva pensare a colpi di fuoco di artiglieria nelle immediate vicinanze.

I soldati non potevano immaginare che l'inferno che si stava scatenando a migliaia di chilometri da loro si sarebbe rivelato peggiore di mille battaglie. Per capire da dove venisse quell'assordante boato avrebbero dovuto spingersi fino all'Isola di Sumbawa, ben 1.300 km a est di Batavia, la capitale delle Indie orientali olandesi, corrispondente all'odierna Giacarta (capitale dell'Indonesia). Qui l'eruzione del Tambora (cima all'epoca alta più di 4.000 metri) aveva liberato nell'atmosfera 150 chilometri cubi di cenere che riuscì a seppellire l'isola (grande due volte la Corsica), facendo almeno diecimila vittime.

Eruzioni - Tambora
La caldera del Tambora oggi. © Deni_Sugandi / Shutterstock

Acqua e fuoco: connubio letale. E questo era solo l'inizio della catastrofe: nemmeno una settimana dopo ci fu un'altra esplosione ancora più violenta. Secondo i calcoli degli scienziati, la detonazione (cento volte più forte di quella dell'eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei ed Ercolano) avrebbe liberato un'energia pari a quella di 170.000 bombe atomiche, provocando uragani che spazzarono via villaggi e tsunami che cancellarono dalla faccia della Terra interi regni come Pekat, Tambora e Sanggar. I pochi sopravvissuti nelle zone vicine all'eruzione in breve tempo morirono di stenti, perché sotto la cenere del vulcano non cresceva più niente.

La cenere si disperse velocemente nell'atmosfera, grazie al vento e alla pioggia. Insieme a milioni di tonnellate di anidride solforosa nell'aria, che mescolata al vapore acqueo produsse acido solforico: una combinazione micidiale che avvolse il Pianeta in una cappa di aerosol, goccioline finissime che fecero a lungo da scudo ai raggi solari. Gas e polveri alterarono così la capacità delle nubi di assorbire e riflettere la luce. Solo in seguito si seppe che l'eruzione del Tambora era stata la più violenta avvenuta negli ultimi diecimila anni, e che le sue devastanti conseguenze non si fermarono entro i confini dell'Asia.

All'epoca la notizia dell'eruzione arrivò in Europa alla velocità dei velieri, perciò nessuno mise in relazione il cataclisma in Estremo Oriente con la grande crisi climatica e alimentare che afflisse l'Occidente a partire dal 1816, rimasto nella Storia come "l'anno senza estate".

neve rossa in Italia. «Se una farfalla batte le ali a Pechino, a New York si scatena una tempesta»: una teoria elaborata solo negli anni Cinquanta del secolo scorso, ma che in questo frangente si avverò puntualmente e in modo macroscopico. Le conseguenze dell'eruzione sul clima in Europa, infatti, si registrarono l'anno seguente, con un'estate eccezionalmente fredda e precipitazioni anomale. In Italia la neve cadeva rossa, per via della quantità di cenere in atmosfera. Parigi fu sommersa da piogge torrenziali, a maggio nevicò a Taranto e in agosto in tutta l'Inghilterra distruggendo i raccolti. La Sassonia (in Germania) fu colpita da alluvioni così violente da annegare le mandrie; in Olanda, ormai ridotta alla fame, i contadini furono costretti a macellare il bestiame perché le inondazioni avevano distrutto anche le riserve di fieno.

I principali fiumi europei, come la Senna e il Reno, strariparono allagando le città e distruggendo interi villaggi. Il maltempo non si registrò però solo in Europa: nevicò d'estate anche negli Stati Uniti, nella Cina del Sud pioveva incessantemente. Gli effetti dell'eruzione del Tambora si protrassero nel tempo, assumendo nuove forme e uccidendo altre centinaia di migliaia di persone. Una delle conseguenze più terribili fu l'epidemia di colera che partì dall'India nel 1817. Dopo l'esplosione, infatti, le temperature crollarono provocando il raffreddamento delle acque del Golfo del Bengala, habitat naturale del batterio Vibrio cholerae. Questo fenomeno diede vita a un ceppo patogeno ancora più aggressivo che colpì la popolazione indiana già stremata dalla fame e quindi più esposta alle malattie.

le vittime del colera. Per sfuggire alla miseria in molti partirono dalla valle del Gange, portando l'infezione in tutto il mondo: prima in Nepal e Afghanistan e poi, attraverso il fiume Volga, si diffuse fino al Mar Caspio e al Baltico. In Europa e in America Settentrionale, dove il batterio trovò terreno fertile nelle metropoli, il morbo arrivò intorno al 1830, prima a Berlino e poi a Parigi, dove si registrarono all'incirca 18.500 vittime. Dai porti britannici, poi, prese il largo verso il Nuovo Mondo, scatenando, nel 1832, una spaventosa epidemia anche nella sovraffollata New York.

Non tutto il male... Il Vibrio cholerae, però, non seminò solo panico e vittime, ma contribuì a modernizzare le città. Infatti, una volta capito che la malattia si diffondeva a macchia d'olio per colpa delle precarie condizioni igieniche, metropoli come New York, Londra e Berlino costruirono le prime moderne reti fognarie. Tra il 1816 e il 1817 la situazione divenne sempre più critica, dando il via a un circolo vizioso di carestia e malattie che imperversò fino al 1818, anno in cui il clima tornò normale.

sopravvivere a una catastrofe. Un periodo drammatico, definito oggi come "l'ultima grande crisi di sopravvivenza del mondo occidentale", con decine di migliaia di morti per denutrizione in Europa, un'epidemia di tifo che decimò l'Irlanda e una di colera che partì dall'India e arrivò nelle Americhe. Tutti i raccolti andarono perduti: le patate in Irlanda e Germania marcivano sotto terra, come il riso nelle fertili valli dello Yunnan (zona riconvertita poi alla coltivazione dell'oppio). Il prezzo del frumento salì alle stelle, e in tutta Europa il popolo ridotto alla miseria più nera imparò ad arrangiarsi macellando persino i cavalli per far fronte alla carestia. E dall'esigenza di trovare un mezzo di trasporto alternativo alla carrozza nacque la bicicletta.

La penuria di cibo protratta così a lungo provocò ripercussioni, anche sociali, in tutta Europa. In Francia cominciarono ad aprirsi scenari da guerra civile, a Vienna l'imperatore Francesco II fu costretto a mandare l'esercito nelle strade per tenere a freno con le armi le masse esasperate, e la Svizzera, uno dei Paesi più poveri dell'Europa in quel tempo, ricorda quel momento storico come "l'anno della disperazione". Così tra la metà del 1816 e la fine del 1817 decine di migliaia di persone decisero di emigrare verso l'America. Ma l'idea non si rivelò così buona perché dall'altro lato dell'oceano Atlantico la situazione era più o meno la stessa. Ormai anche lì i raccolti erano stati distrutti dalle intemperie e non si trovava più foraggio per nutrire il bestiame, così gli allevatori del New England furono costretti a conquistare nuove terre verso ovest o sud.

La conquista del West. Un esodo di massa che portò, tra il 1815 e il 1818, a un aumento della popolazione dell'Illinois del 160%, quadruplicò quella dell'Indiana, che arrivò a quasi centomila abitanti, e raddoppiò quella dell'Ohio, che passò da 200.000 a 400.000 persone, ma non fu solo l'eruzione del Tambora a spostare i confini americani. Gli Stati del New England, il nucleo originario degli Stati Uniti, erano già densamente popolati e la terra era sottoposta a un eccessivo sfruttamento. Lo stesso si può dire per il crollo socio-economico dell'Europa, dove il freddo anomalo aveva colpito un continente già provato da due decenni di conflitti.

Quest'eruzione ebbe sul mondo occidentale anche ripercussioni culturali. Nel saggio Tambora: the eruption that changed the world (Princeton University Press), Gillen D'Arcy Wood, che non è uno scienziato o un meteorologo, ma un professore di letteratura, ha cercato le tracce di quell'eccezionale cambiamento climatico in poesie, romanzi e dipinti, rivedendo così l'eredità culturale che ci ha lasciato la colossale esplosione. All'epoca, infatti, nessuno aveva collegato alla polvere scagliata nell'atmosfera dal vulcano gli intensi tramonti che si ammirarono in Europa, ispirando l'abbagliante luce crepuscolare del quadro Veduta di un porto e la luce satura de La sera di Caspar David Friedrich o le nuvole cariche di tempesta immortalate da John Constable, inaugurando uno stile pittorico che diede vita alla corrente artistica del Romanticismo.

Nel segno dell'arte. E chi avrebbe potuto immaginare che anche dietro i versi crepuscolari di Darkness (Il Buio) di Lord Byron (1788- 1824) si nascondessero i 130 giorni di pioggia che si abbatterono sul lago di Ginevra, dove lo scrittore si trovava in villeggiatura proprio nel 1816? Come anche il primo racconto sulla figura del vampiro, concepito dalla mente di John Polidori (medico personale di Byron) sempre durante il soggiorno a Villa Diodati e considerato l'ispiratore di Dracula di Bram Stoker. Una tetra vacanza che portò fortuna anche alla scrittrice Mary Shelley (1797- 1851) che, confinata in casa con Byron e gli altri amici a causa del maltempo, partorì dalla sua visionaria fantasia il personaggio di Frankenstein, decretando la nascita di un genere letterario: il romanzo di fantascienza.

Eruzioni - Romanticismo
La cattedrale di Salisbury vista dai terreni del Vescovo di John Constable. © Everett Collection / Shutterstock

La cosa più singolare è che tutti questi artisti furono influenzati da fenomeni atmosferici originati da un evento di cui mai avrebbero sentito parlare durante la loro esistenza. E anche se può sembrarci stupefacente, oggi possiamo essere certi che una remota eruzione vulcanica in Indonesia abbia contribuito non solo a plasmare il nostro immaginario fantastico, ma anche tutta la cultura europea dell'Ottocento, oltre a modernizzare la società occidentale con grandi innovazioni (una su tutte: le reti fognarie) e nuove leggi sociali dettate dall'emergenza.

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Questo articolo è tratto da "L'estate senza sole" di Paola Panigas, pubblicato su Focus Storia 167 (settembre 2020) disponibile solo in formato digitale. Leggi anche l'ultimo numero di Focus Storia (num. 179, settembre 2021) ora in edicola.

26 agosto 2021 Paola Panigas
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