Storia

Le eroine della Croce Rossa: dai salotti aristocratici ai campi di battaglia

In occasione della Giornata internazionale della Croce Rossa e della Mezza Luna scopriamo la storia delle prime coraggiose crocerossine italiane.

L'8 maggio si celebra la Giornata internazionale della Croce Rossa e della Mezza Luna, vediamo gli esordi delle infermiere di campo in Italia nell'articolo "Crocerossine tricolore" di Giampaolo Fissore, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Patriote. La storia ufficiale delle crocerossine italiane inizia nel 1864. Da allora, molte donne, celebri e non, hanno indossato la divisa bianca rossocrociata. Ma già qualche anno prima – all'epoca in cui l'inglese Florence Nightingale poneva le basi dell'assistenza infermieristica sui campi di battaglia – tra soldati e volontari del Risorgimento prestarono la loro opera diverse patriote.

Pioniera. La Nightingale nostrana si chiamava Cristina Trivulzio di Belgioioso. Classe 1808, donna colta, aristocratica milanese travolta da molti amori, viaggiatrice e salottiera, compì la sua impresa più nota nel marzo del 1848: alla notizia della rivolta di Milano contro gli austriaci (le Cinque giornate) noleggiò a Napoli un piroscafo e con 200 volontari raggiunse prima Genova e poi la città lombarda. Qui allestì i suoi centri di soccorso. L'anno dopo fu chiamata a Roma da Giuseppe Mazzini con l'incarico di organizzare l'assistenza nella difesa della Repubblica romana. Con lei, a Roma, c'erano borghesi capitoline ma anche, secondo papa Pio IX, tante prostitute.

Filantrope. Non sappiamo quanto le affermazioni del papa fossero dettate dal livore contro una donna invisa alla Chiesa per le sue idee. Certo è che tra le prime ad aderire all'Associazione italiana della Croce rossa, nel 1864, spiccano nomi altisonanti: la guida del primo comitato romano dell'associazione fu affidata a un "pool" di nobildonne d'alto lignaggio. Idem nelle altre città d'Italia.

Le crocerossine, almeno quelle che contavano, erano espressione del filantropismo aristocratico e un po' paternalista. Del resto, la principale occupazione delle prime sezioni femminili della Croce rossa italiana fu a lungo la raccolta fondi attraverso l'organizzazione di balli, concerti e feste di beneficenza, lotterie, rappresentazioni teatrali e perfino corse con velocipedi, gli antenati delle bici da corsa. Uniche attività pratiche erano confezionare biancheria e curare la corrispondenza dei degenti negli ospedali militari.

Finalmente in campo. Un salto di qualità si ebbe nel 1908, con la nascita del Corpo delle infermiere volontarie, per la cui preparazione professionale vennero istituite apposite scuole. Le prime 80 infermiere dichiarate idonee debuttarono a Messina nel dicembre dello stesso anno, in occasione del terremoto che rase al suolo la città. Alla loro testa, la regina in persona, Elena di Savoia.

Poi venne la guerra di Libia, con un manipolo di infermiere imbarcate nel 1912 sulla prima nave ospedale.

Nel 1915 le crocerossine – "Veste bianca come benda / croce al petto vermiglia come piaga" recitavano i versi di una poesia di Ada Negri – furono chiamate alla prova del fuoco nella Grande guerra.

Generalessa. "I letti dei feriti sembrano dei canili, la sala d'operazione è ripugnante. [...] Non curerei un cane con i ferri chirurgici che vedo adoperare". Sono le severe annotazioni tratte dal diario di guerra di Elena d'Orléans, duchessa d'Aosta (1871-1951), cugina acquisita di Vittorio Emanuele III e dal 1915 al 1921 prima ispettrice generale delle crocerossine italiane.

Elena fu una presenza instancabile al fronte e nelle immediate retrovie, nei ricoveri da campo ricavati da caserme e fattorie, sui treni ospedale, sulle ambulanze fluviali: intransigente e severissima, fu una sorta di generale al femminile, determinata a imporre alle infermiere rigore e disciplina per farle accettare in un ambiente che tendeva a considerarle tutt'al più come buone samaritane, non vere professioniste. Nel 1917 i gradi di generale le arrivarono davvero, dal ministero della Guerra. E le sue crocerossine furono equiparate agli ufficiali maschi.

Rigore. Elena d'Aosta mal tollerava l'improvvisazione e l'esibizione del rango sociale tra le sue sottoposte, quasi tutte di buona famiglia: "Le infermiere del corso accelerato portano molti gioielli. All'ospedale non vi è caposala: le infermiere fanno quello che vogliono" criticava nei suoi appunti. Non nascondeva viceversa il compiacimento quando le "sorelle" riuscivano a farsi apprezzare come modelli di altruismo: "18 agosto 1917. Palmanova. L'ospedale è bello e ben tenuto. Questa mattina è stato colpito dal fuoco nemico. Le infermiere sono calme, serafiche, angeliche".

Propaganda fascista. Il diario della duchessa d'Aosta fu pubblicato nel 1930, con la prefazione di Benito Mussolini. Il fascismo era determinato a sfruttare a fini propagandistici l'immagine delle crocerossine, anche in vista dei futuri impegni bellici del regime. Fu un grande evento, per esempio, il 26 marzo 1936, la partenza da Napoli per l'Africa Orientale, sulla nave ospedale Cesarea, della crocerossina Maria José di Savoia. La principessa, neodiplomata e accompagnata dal principe Umberto e dalla regina Elena, salutò l'Italia mentre, come ricordano le cronache del tempo, la cantante Maria Uva intonava a piena voce Faccetta nera.

La taumaturga. Nei giorni seguenti, immortalata nelle immagini dell'Istituto Luce, "Sorella Piemonte", come veniva chiamata, diventò l'emblema di una missione umanitaria, ma anche la madrina delle camicie nere nella Guerra d'Etiopia (1935-36). In seguito all'insperata guarigione di un paziente ammalato di malaria fu addirittura invocata come santa e medici allineati con il regime ne certificarono le facoltà taumaturgiche.

Quando, il 10 giugno 1940, l'Italia entrò in guerra, Maria José era da poco diventata ispettrice nazionale della Croce rossa. La propaganda la descrisse eroica, mentre attraversava, tra bufere di neve e su strade sconvolte, i passi alpini alla volta del fronte francese.

In mare. Simbolo delle crocerossine durante la Seconda guerra mondiale divennero presto le "navi bianche", navi passeggeri o postali convertite in ospedali galleggianti con sale operatorie, gabinetti radiologici e corsie. Erano oltre una ventina e su di esse operarono circa 500 infermiere. A bordo di una di queste imbarcazioni – per ordine del padre – iniziò il servizio di infermiera anche la figlia di Mussolini: Edda Ciano. La sua carriera di crocerossina non fu fortunata.

Salvatasi avventurosamente dopo che la nave ospedale Po, sulla quale prestava servizio, fu silurata e affondata il 14 marzo 1941 nella baia di Valona, fu sempre insofferente alle regole. "Parte e torna senza mai avvertire l'Ispettorato nazionale" scrisse di lei Maria José. Lasciò il suo ultimo incarico, all'ospedale di Monreale, presso Palermo, nel giugno del 1943, poco prima dello sbarco degli Alleati in Sicilia.

La gran borghese. L'impegno in uniforme rossocrociata, a quel tempo, non era più un'esclusiva della nobiltà. C'era spazio anche per le grandi famiglie della borghesia. Con un'eccezione al regolamento, che imponeva il compimento dei 21 anni di età, Susanna Agnelli fu ammessa al corso per crocerossine nel 1940, ancora diciottenne. "Portavamo la divisa bianca, inamidata e complicata da veli e sottoveli e mezze maniche da monaca" racconta nella sua autobiografia Vestivamo alla marinara (Mondadori). "Mai il più elaborato vestito da sera di mia madre aveva dato tanto da fare come quella maledetta divisa". Susanna si imbarcò a Napoli su una nave ospedale destinata a evacuare i feriti d'Africa. L'"Agnellina" – come la chiamavano le colleghe – raggiunse i Balcani e la Grecia.

In vista di Tripoli la sua nave finì su una mina. Susanna aveva il sospetto che le imbarcazioni ospedale trasportassero anche carburante per l'esercito: "La linea di immersione era più bassa quando salpavamo dall'Italia che quando rientravamo carichi di feriti". Prima dell'8 settembre 1943 (giorno dell'armistizio con gli Alleati) Susanna Agnelli lasciò l'ospedale Littorio di Roma per riparare nel dorato rifugio svizzero di Sankt Moritz.

Liberazione. Indossò nuovamente la divisa nel 1944, nei giorni della liberazione di Firenze, quando "tutte le ragazze e giovani donne che si incontravano in strada portavano un bracciale con la croce rossa".

Alla guida di un'ambulanza risalì con i soldati del generale Clark la Penisola: "Sapevamo di polvere e respiravamo aria di cadavere. Alcuni medici ci aiutavano. Altri ci detestavano perché gli Alleati ci davano liberamente la benzina ed eravamo indipendenti. Ci consideravano prostitute".

Istituzione prestigiosa. In realtà, la Croce rossa significò sempre prestigio. Anche politico. E continuò a significarlo con la nascita della Repubblica. Lo dimostrerà Maria Pia Fanfani, moglie dello storico leader della Democrazia cristiana Amintore Fanfani e negli Anni '80 influente presidentessa della Croce rossa italiana e vice presidente di quella internazionale.

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

8 maggio 2023 Focus.it
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