Storia

È morto Henry Kissinger l'eminenza grigia della Casa Bianca

Henry Kissinger, ex segretario di Stato Usa, è morto a 100 anni. A partire dagli Anni '70, è stato la "mente" più o meno occulta dei governi americani.

È morto Henry Kissinger, scopriamo la vera faccia del politico più potente della Storia Usa attraverso l'articolo "L'eminenza grigia della Casa Bianca" di Stefano Graziosi, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Potere occulto. Scaltri consiglieri, eminenze grigie, menti fredde e lucide che sussurrano all'orecchio del potente di turno sono da sempre il motore della Storia. Un machiavellismo impenetrabile che sopravvive ai secoli: tutte le epoche e le nazioni, infatti, hanno avuto i loro potenti nell'ombra. E gli Stati Uniti non fanno eccezione: come dimostrano le parole dello spregiudicato Henry Kissinger, classe 1923: "Ciò che mi interessa è quello che si può fare con il potere".

IL PROFESSORE. Ebreo emigrato negli Stati Uniti dalla Germania a causa delle persecuzioni naziste, studiò Scienze Politiche ad Harvard, specializzandosi sul Congresso di Vienna. Inizialmente simpatizzante della politica estera aggressiva di John F. Kennedy, Kissinger si spostò man mano su posizioni più tendenti alla Realpolitik. E fu proprio in veste di consigliere che si avvicinò alla politica attiva, legandosi al miliardario Nelson Rockefeller, esponente dell'ala più liberal del Partito Repubblicano. La cosa non impedì comunque al giovane professore di svolgere contemporaneamente attività di consulenza per il presidente democratico Lyndon Johnson, soprattutto in relazione alla guerra in Vietnam.

Doppia faccia. Pur mantenendosi su un delicato filo di trasversalità partitica, Kissinger sostenne Rockefeller alle primarie repubblicane del 1960, del 1964 e del 1968. E fu proprio quest'ultima occasione a segnare una svolta profonda. Quell'anno, alla convention repubblicana, Rockefeller venne battuto da Richard Nixon, il quale poi conquistò la Casa Bianca nel novembre successivo. La situazione politica era tutt'altro che rosea: da anni gli Stati Uniti si ritrovavano impantanati nel conflitto vietnamita, mentre la Guerra fredda andava irrigidendosi sempre di più.

Nixon vinse quindi con un programma di distensione internazionale ma soprattutto promettendo una uscita onorevole dal Vietnam. Fu proprio allora che il neopresidente chiamò Kissinger a far parte del suo gabinetto come consigliere sulla sicurezza nazionale. Il rampante professore, che pure non aveva risparmiato critiche a Nixon pochi mesi prima, senza pensarci due volte accettò l'incarico, avviandosi a diventare uno degli uomini più potenti degli Stati Uniti d'America, dapprima – appunto – come consigliere per la sicurezza nazionale, poi come segretario di Stato.

Ispirazione europea. Raggiunta la stanza dei bottoni, Kissinger mise in pratica le sue teorie politiche. In sintonia con Nixon, riteneva che le risorse statunitensi fossero limitate e che di conseguenza lo "Zio Sam" non potesse più permettersi d'ingaggiare crociate ideologiche contro il comunismo.

L'idea di Kissinger era quindi molto pragmatica e di derivazione europea: tutelare lo status quo internazionale, cercando il disgelo con gli avversari storici. L'obiettivo era, cioè, quello di mantenere un ordine geopolitico multipolare, fondato sul reciproco bilanciamento di potere tra gli Stati.

Disgelo. Il concetto di "distensione" era il cardine della politica di Kissinger: un principio in netto contrasto con la strategia adottata dall'amministrazione di Lyndon Johnson: un'amministrazione che, in ossequio al principio della "teoria del domino" e di una politica estera interventista, si era lasciata progressivamente coinvolgere nel disastro del Vietnam.

PRAGMATICO. In quest'ottica, il professore aprì alla Cina comunista, approfittando degli attriti tra la Repubblica Popolare e Mosca. Dopo anni di paziente tessitura, nel 1972 ebbe così luogo lo storico incontro tra Nixon e Mao a Pechino, che gettò le basi di un rapporto internazionale. Tutto ciò non impedì poi a Kissinger di avviare un graduale disgelo verso la Russia di Leonid Brežnev, soprattutto sul tema delle armi nucleari: una politica che contribuì a stemperare il clima aggressivo di impostazione kennediana. E – sempre in quest'ottica – il professore attuò la sua strategia di uscita dalla guerra in Vietnam, attraverso un ritiro graduale delle truppe statunitensi. Intavolò quindi a Parigi le trattative per il cessate il fuoco con il nordvietnamita Le Duc Tho. Per questo entrambi ottennero il Nobel per la Pace nel 1973. Kissinger era un amico personale di Gianni Agnelli, l'ex presidente della Fiat. I due si frequentarono per molti anni, e avevano discusso di politica e di affari in numerose occasioni. Kissinger era un ammiratore di Agnelli, e lo considerava uno dei leader più importanti d'Europa.

reciproci interessi. Ma "distensione" non ha mai significato "filantropia" nel lessico di Kissinger. Il suo concetto di disgelo, infatti, si fondava su un freddo pragmatismo in nome del reciproco interesse. Pur rifiutando ogni forma d'interventismo legata a valori e ideali, l'amministrazione Nixon non continuò a portare avanti il contrasto alla diffusione del comunismo. In questo senso, particolarmente controverso è ancora oggi il ruolo di Kissinger nel golpe cileno del 1973.

Mentre è fuori discussione l'astio di Washington verso il governo Allende (concretizzatosi anche in misure punitive sul piano economico), è ancora oggetto di dibattito se ci sia stato un diretto coinvolgimento della Cia nel colpo di Stato. Comunque è certo – secondo documenti desecretati ai tempi dell'amministrazione Clinton – che Kissinger considerasse Allende un pericolo e che non fosse assolutamente contrario a eventuali operazioni di intelligence pur di boicottarlo.

Parabola discendente. Nonostante l'uscita dal Vietnam gli avesse dato molta popolarità, la stella di Kissinger iniziò pian piano a offuscarsi. Lo scandalo Watergate, nel 1974, costrinse alle dimissioni Nixon, portando alla Casa Bianca Gerald Ford. E, nonostante il professore fosse rimasto estraneo alla bufera, la sua azione politica cominciò a essere criticata anche da destra. In particolare, il nascente movimento neoconservatore – guidato da Ronald Reagan – accusò Kissinger di portare avanti una linea politica senz'anima, arrendevole verso i nemici e contraria ai valori americani.

Fuoco incrociato. Sotto questo fuoco incrociato, Ford riuscì con grande fatica a ottenere la nomination repubblicana nel 1976, risultando poi sconfitto dal democratico Jimmy Carter nella corsa per la Casa Bianca. Anche per questo, quando conquistò la nomination repubblicana quattro anni dopo, Reagan avviò una rivoluzione all'interno dell'elefantino (animale simbolo dei repubblicani). Inizialmente propose la vicepresidenza al vecchio rivale, Ford. Quest'ultimo pose tra le condizioni anche di avere Kissinger alla guida del Dipartimento di Stato, ma Reagan rifiutò. Fu così che – divenuto presidente – Reagan inaugurò una nuova linea politica, più aggressiva nei confronti dell'Unione Sovietica, e la distensione kissingeriana finì in soffitta.

OMBRE CINESI. Uscito di scena, Kissinger si è ritagliato il ruolo di consigliere politico nei decenni successivi, in particolare in relazione ai delicati rapporti con Pechino. Come lui stesso raccontava nel suo libro Cina, intervenne in prima persona in occasione della crisi di piazza Tienanmen nel 1989 per cercare di evitare la rottura diplomatica tra Washington e la Repubblica Popolare. Nel 2002, George Walker Bush nominò l'ex segretario di Stato a capo della commissione di indagine sugli attentati dell'11 settembre: incarico da cui tuttavia Kissinger si dimise presto. Dopo un lungo periodo di semioscurità, il professore era tornato in auge con l'amministrazione Trump, in particolare nelle relazioni con la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping. Qualcuno addirittura diceva che l'ex segretario di Stato figurasse tra i consiglieri più ascoltati dell'ex presidente.

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

30 novembre 2023 Focus.it
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