Storia

Desert storm “all’italiana”: l’illusione di una facile vittoria a El Alamein

Il 23 ottobre 1942, Mussolini, dopo un'avventata dichiarazione di guerra, mandò al massacro un esercito privo di mezzi e mal equipaggiato nel deserto di El Alamein.

La battaglia di El Alamein fu la resa dei conti di un braccio di ferro iniziato nel 1940. Scopriamo come ci si arrivò attraverso l'articolo "Il deserto conteso" di Matteo Liberti, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Un Paese ostile. Il 29 giugno 1942 Mussolini salì su un aereo per raggiungere il deserto libico. Si racconta che portasse con sé lo spartito di un Inno alla vittoria, fatto comporre per l'occasione, e persino un cavallo bianco con cui intendeva cavalcare da trionfatore su Alessandria d'Egitto e sul Cairo. Era convinto che il suo esercito, affiancato da quello tedesco, stesse per avere la meglio sulle truppe britanniche in Nord Africa, e che le sorti dell'intera guerra si sarebbero decise lì, e a favore dell'Italia. Ma dopo tre sole settimane dovette tornare a Roma, in preda a una gastrite e a violenti attacchi di diarrea. Brutto segno. E infatti il Nord Africa sarebbe stato sì decisivo, ma non per la vittoria che lui si aspettava.

Nello scacchiere africano. Le cose iniziarono a complicarsi da subito, il 10 giugno 1940, quando l'Italia entrò in guerra al fianco della Germania contro Francia e Gran Bretagna. In quel momento gli italiani erano presenti soprattutto in Libia (colonizzata quarant'anni prima) mentre gli inglesi erano concentrati nel confinante Egitto. In Nord Africa c'erano anche i francesi, ma la loro madrepatria stava per arrendersi alla Germania. Sul campo di battaglia c'erano dunque solo truppe italiane e britanniche.

«I nostri soldati erano però mal equipaggiati e privi dei mezzi per affrontare una guerra nel deserto», spiega Luigi Goglia, docente di Storia dell'Africa all'Università di Roma Tre. «Vi fu poi un'anomalia: nonostante fosse stata l'Italia a dichiarare guerra, non eravamo pronti ad attaccare; a malapena lo eravamo a difenderci».

All'attacco. I primi a muoversi furono infatti gli inglesi, con una serie di sortite che spinsero il duce a promettere l'invio di adeguati rinforzi. Mussolini incitò il governatore della Libia, Italo Balbo, a "mettere le ali sotto ai piedi di tutti", ma il 28 giugno questi morì, abbattuto per errore dalla nostra contraerea. Le truppe italiane si misero quindi in marcia solo il 9 settembre, sotto la guida del maresciallo Rodolfo Graziani.

Pur tardiva, la mossa portò in pochi giorni alla conquista dei villaggi di Sollum e di Sidi El Barrani, in Egitto. La tappa successiva avrebbe dovuto essere il porto di Marsa Matruh «ma di proseguire non se ne parlò proprio», continua Goglia.

«Si preferì attestarsi nelle zone tolte al nemico, rafforzando la presenza italiana. Fu progettato persino un acquedotto, segno che i nostri comandi, a differenza di quelli inglesi, non avevano compreso che nel deserto, come in mare, sono più efficaci movimenti rapidi e continui».

Aiuto rifiutato. Di fronte ai tentennamenti italiani, Hitler offrì il suo aiuto, ma Mussolini era determinato a far da sé nel Mediterraneo, di cui rivendicava il controllo, e declinò l'offerta. Salvo poi rivolgere tutta la sua attenzione alla Grecia (che l'Italia invase il 28 ottobre). Prive di adeguati rinforzi, le truppe italiane in Nord Africa non riuscirono a organizzare una linea difensiva adeguata per contrastare i più corazzati cingolati inglesi.

Campo libero per gli inglesi. Il generale britannico Richard O'Connor non perse tempo e il 6 dicembre lanciò l'Operazione Compass ("Bussola"): il giorno successivo gli aerei della Royal air force iniziarono a bombardare le posizioni italiane, mentre la fanteria procedeva spedita via terra. In pochi giorni gli inglesi si ripresero Sidi El Barrani giungendo a poche decine di chilometri dallo strategico porto libico di Tobruk.

Difesa di burro. Il grosso delle truppe italiane tentò di sbarrare loro la strada trincerandosi nella vicina Bardia. Le numerose perdite e la carenza di rinforzi avevano però reso di burro la difesa, e all'inizio del nuovo anno il nemico non esitò ad affondarvi il suo coltello: dopo aver preso Bardia, il 21 gennaio 1941 gli uomini di O'Connor si impossessarono di Tobruk. Al generale Graziani non rimaneva che ritirarsi, e il 31 gennaio le truppe italiane iniziarono ad abbandonare la Cirenaica, ossia la regione orientale della Libia.

Lungo il cammino molti soldati caddero prigionieri o finirono dispersi nel deserto. In un paio di mesi le forze britanniche erano avanzate di circa mille chilometri, sfruttando al meglio una superiorità organizzativa che andava dai mezzi corazzati alle scorte alimentari: molti dei nostri non credettero ai loro occhi quando scoprirono che il nemico aveva abbondanti riserve di cioccolata, marmellata e sigarette. Per tentare di capovolgere le sorti del conflitto non rimaneva ormai che una mossa: accettare l'aiuto di Hitler.

 

Arriva la "Volpe". L'11 febbraio venne firmato un accordo tra Italia e Germania che prevedeva l'invio in Libia di un corpo d'armata costituito ad hoc: il famoso Afrika Korps. A condurlo era il generale Erwin Rommel. Tra le file italiane, intanto, il generale Italo Gariboldi prese il posto di Graziani.

«Ma se questi si era mostrato poco capace, il sostituto non era certo migliore », dice Goglia. Rommel non vedeva l'ora di mettersi in mostra, e già il 4 marzo cominciò a tastare il terreno con un'offensiva. A fine mese decise che poteva riprendersi tutta la Cirenaica: dopo aver raggiunto la città di Bengasi, a meno di 400 km da Tobruk, e altri villaggi minori, il generale tedesco (convinto che la velocità dovesse avere precedenza su tutto) si mise all'inseguimento degli inglesi in ritirata.

In stallo. Il 4 aprile gran parte della Cirenaica era tornata in mano alle forze dell'Asse. «Ma i britannici avevano ancora Tobruk, e la loro potenzialità offensiva era rimasta intatta grazie alle enormi riserve logistiche di cui disponevano in Egitto», spiega Goglia. Dopo un triplo attacco, nel mese di aprile i tedeschi e gli italiani conquistarono ampie aree attorno a Tobruk. Tuttavia il porto era rimasto in mano agli inglesi e la situazione si trasformò in uno stallo preoccupante.

A secco. Rommel (che nel frattempo si era guadagnato il soprannome di Desert fox, "Volpe del deserto", per le sue astuzie) poteva comunque dirsi soddisfatto. Lo stesso non valeva per Gariboldi, che fu infatti sostituito dal generale Ettore Bastico. Il problema più pressante era ora quello degli approvvigionamenti: la linea di rifornimento si era di nuovo allungata, e per tenere le posizioni servivano urgentemente uomini e mezzi di rinforzo. Questi sarebbero dovuti arrivare via mare, ma a rendere l'impresa ardua c'era la marina inglese: il Mediterraneo era infatti ben controllato dalle sue navi, che sull'isola di Malta, a poche miglia dall'Africa, avevano importanti basi logistiche. Così i convogli italiani venivano regolarmente colati a picco.

La questione maltese. In molti rimproverarono il duce per non aver mai tentato la conquista dell'isola. «In realtà non ci sarebbero stati i mezzi per farlo», commenta Goglia. «Ci si dovette quindi limitare a bombardarla, colpendo più che altro la popolazione ». Lo stesso Rommel fece pressioni su Hitler per risolvere la questione maltese, che però rimase aperta fino alla fine della campagna.

A caro prezzo. A peggiorare le cose per l'Asse arrivò una nuova offensiva in grande stile degli inglesi, che il 18 novembre lanciarono l'Operazione Crusader. In poche ore penetrarono di oltre 50 km attraverso le linee nemiche e per una decina di giorni il teatro di guerra divenne un vero caos.

Almeno finché le forze italo-tedesche, il 29 novembre, accerchiarono gli inglesi nei pressi di Tobruk. Nell'operazione andarono però perduti metà dei corazzati, per i quali in ogni caso il carburante iniziava a scarseggiare. Gli inglesi continuavano invece ad avere le spalle ben coperte.

Natale di guerra. Che fare? La risposta di Rommel fu una ritirata strategica, e tra l'8 dicembre e Natale il grosso delle forze italo-tedesche arretrò fino ad Agedabia, nella zona ovest della Cirenaica. «Rommel era scaltro e non amava rischiare invano, ma quando disponeva di mezzi adeguati non esitava ad attaccare», dice Goglia.

E con il nuovo anno i mezzi arrivarono: munizioni, carburante e viveri in quantità. La "Volpe" non perse tempo e alle 8:30 del 21 gennaio 1942 lanciò una nuova offensiva che in poche settimane consentì di recuperare gran parte del terreno perduto. La situazione rimase stabile fino a primavera inoltrata, quando Rommel sferrò un nuovo e decisivo attacco.

Il cerchio si chiude. Dopo un primo scontro presso Ain El Gazala, a giugno gli italo-tedeschi iniziarono a puntare in maniera concentrica verso Tobruk, chiudendo definitivamente il cerchio alle 9:30 del 21 giugno. La riconquista di Tobruk fruttò prigionieri, automezzi, viveri e, soprattutto, 2mila tonnellate di carburante: abbastanza perché Rommel decidesse di proseguire l'inseguimento del nemico lungo il litorale egiziano. Ma quando il 28 giugno venne raggiunta Marsa Matruh, le conseguenze di quello sforzo si fecero sentire: molti soldati erano allo stremo.

Guerra di spie. Notizie contraddittorie giungevano intanto dai servizi di spionaggio. Se gli inglesi, grazie al servizio Ultra erano da tempo in grado di decifrare i messaggi in codice dei tedeschi, Rommel poteva sfruttare le informazioni rubate da alcuni infiltrati all'ambasciata americana di Roma (dal 1941 gli Usa si erano uniti agli inglesi nel conflitto).

Le spie tedesche avevano messo le mani su un codice cifrato (il Black code) usato dal colonnello Frank Fellers per inviare rapporti a Washington. Ma a fine giugno gli inglesi si accorsero della fuga di notizie: da allora niente più "piccoli Fellers", come Rommel chiamava i dispacci intercettati.

Bruciante sconfitta. Nonostante il blackout dell'intelligence, e malgrado la cronica carenza di mezzi (a cui si aggiunse il fatto che Hitler e gli alti comandi tedeschi erano ormai distratti dalle difficoltà sul fronte russo), il generale tedesco decise ugualmente di proseguire alla conquista dell'Egitto. Prima mossa: raggiungere le truppe inglesi dislocate nei pressi di una piccola stazione lungo la linea ferroviaria per Alessandria d'Egitto.

Sarà proprio là, però, che la baldanza della "Volpe del deserto" (e quella di Mussolini) dovrà fare i conti con una sconfitta che segnerà le sorti dell'intero conflitto in Nord Africa. Quella stazioncina si chiamava El Alamein, dove il 6 novembre le forze dell'Asse si ritirarono, duramente sconfitte.

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

23 ottobre 2023 Focus.it
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