Storia

13-14 settembre 1321, Dante muore in esilio

Nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321 Dante muore a Ravenna: cacciato da Firenze nel 1302, trascorrerà gli ultimi vent'anni della sua vita in esilio.

Gli ultimi vent'anni della vita di Dante Alighieri furono difficili: cacciato dall'amata Firenze il 10 marzo 1302, visse da esule passando di città in città e infine morì a Ravenna nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321. Ecco le principali tappe del suo peregrinare per l'Italia, partendo da Verona, la sua seconda patria.

verona, il porto sicuro di dante. Mentre la vedeva farsi sempre più vicina, gli tornava in mente ogni particolare: il palazzo scaligero nel centro della città, l'antico foro dove le donne andavano a comprare la verdura, le più di novanta chiese. E ovviamente l'anfiteatro romano, con quei gradoni che a scenderli pareva di calarsi fin dentro il cuore della Terra. Certo, adesso Verona è tutta un cantiere, ma ci sono sempre gli stessi colori, il rosso dei mattoni e il rosa della pietra locale, che si alternano nelle strade. E in un certo senso uguale, seppur diverso, è anche il signore da cui Dante si sta recando a chiedere ospitalità: Cangrande della Scala, il fratello più piccolo di chi gli ha aperto le porte la prima volta, all'inizio del suo esilio.
 
Quanti anni sono passati da allora? Una decina, qualcosa di più, qualcosa di meno. Nel frattempo quante città ha visto, quante scale ha dovuto salire, a quante porte ha dovuto bussare, dopo che i guelfi neri lo hanno allontanato da Firenze nel 1302! "Ahi miser lasso! Povero me, exul immeritus", sospira Dante. Perché è così che si sente: un esule che non ha meritato quel terribile castigo che ha segnato gran parte della sua esistenza.

Il dramma dell'esilio. «Dante visse in esilio gli ultimi vent'anni della sua vita», scrive lo storico Alessandro Barbero nel suo Dante (Laterza). «Sono anni di cui sappiamo poco: non c'è quasi nessun documento d'archivio che ci parli di lui e gli accenni autobiografici contenuti nelle sue opere diventano sempre più criptici e possono essere interpretati nei modi più diversi». Insomma: se è certo che Verona fu la città che lo ospitò più a lungo, il "quando" resta un problema. «La cronologia dei diversi soggiorni di Dante a Verona è molto difficile e opinabile, tuttavia "il gran Lombardo", di cui il poeta parla nel Paradiso per indicare il signore veronese che per primo lo accolse nella sua corte, fu quasi sicuramente Bartolomeo I della Scala», sosteneva alla fine degli Anni '60 la dantista Luisa Vergani, nel suo saggio Dante e Verona. È probabile che fosse il 1303, ma, secondo alcuni studiosi, forse il poeta era stato a Verona già l'anno prima, in veste di ambasciatore dei guelfi bianchi, in cerca di alleati per le operazioni militari che gli esuli stavano preparando contro Firenze.

Dante - Verona
Statua di dante in piazza dei Signori a Verona. © Dominionart / Shutterstock

UN UOMO ORGOGLIOSO. A quei tempi la corte veneta era un porto sicuro per uno come Dante: per quanto tradizionalmente ghibellino, Bartolomeo era un moderato e poteva andare d'accordo con un guelfo bianco filoimperiale come il Sommo Poeta. Tanto più che Verona nutriva già da tempo un'affollata colonia di esuli, composta da banchieri, commercianti e funzionari pubblici fiorentini. «Verona è il primo dei luoghi in cui Dante ebbe l'impressione di andare non come esponente di spicco di un partito ma come "peregrino, quasi mendicando", come scrisse nel Convivio», nota Barbero. Costretto a farsi largo tra la ressa di cavalieri, artisti, mercanti, intellettuali e rifugiati politici in cerca di un posto alla corte veronese, Dante si vergognava: non amava fare il mantenuto e, orgoglioso com'era, gli bruciava il fatto che chi prima lo ammirava potesse adesso vederlo in miseria.

UNA VITA A SBAFO. Non che fosse l'unico letterato scroccone dell'epoca, solo che non sapeva scherzarci su come il suo alter ego senese, Cecco Angiolieri, che da Roma, probabilmente in risposta a una battutaccia del fiorentino, scrisse dei versi che suonavano più o meno così: "Dante Alighieri, se io sono un bel buffone, tu vieni subito dopo di me; se io mi procuro il pranzo a spese d'altri, tu a spese d'altri ti procuri la cena; [...] se io taglio i panni (parlo male della gente, ndr), tu usi addirittura il cardo; […] se io m'atteggio a nobile, anche tu ti atteggi a messere; e se io ho soggiornato a Roma, tu fai il parassita in Lombardia". Cecco non sbagliava, almeno su un punto: quanto a parlar male di chi lo ospitava, Dante era davvero insuperabile. Altezzoso e pedante, nel De vulgari Eloquentia criticò senza pietà i veronesi per il loro dialetto "yrsutum et yspidum", che considerava ancora più greve in bocca alle signore.

SPREZZANTE E INGRATO. E persino più ingrato si mostrò nel Convivio, destinando una frecciata particolarmente astiosa al fratello di Bartolomeo, Alboino: se fosse vero che il significato di "nobile" è "colui che è noto" (dal latino noscere, cioè conoscere), ragionava l'esule, "Albuino de la Scala sarebbe più nobile che Guido da Castello di Reggio", cosa questa "falsissima". È probabile che proprio i dissapori con Alboino spinsero Dante a lasciare Verona quando Bartolomeo morì, nel mese di marzo del 1304. «Il successivo soggiorno veronese di Dante dev'essere posteriore al 29 novembre 1311, quando, morto Alboino, Cangrande divenne unico signore di Verona», prosegue Barbero. I dantisti non hanno ancora trovato un accordo sulla data di inizio di questa nuova avventura: nei libri di letteratura oscilla infatti fra il 1316 e il 1312, l'anno in cui, secondo studi recenti, Dante avrebbe compilato per Cangrande una delicatissima missiva indirizzata all'imperatore Enrico VII.

Dante - Divina Commedia
Ritratto di Dante con la Divina Commedia di Domenico di Michelino. © Kotroz / Shutterstock

IL RITORNO A VERONA. E i veronesi come presero il ritorno del poeta in città? Si abituarono presto a vederlo passeggiare da solo, serio e concentrato, avvolto nella sua lunga veste da uomo maturo. Ma quando lo incrociavano, le popolane si davano di gomito, bisbigliando storie ultraterrene sul fiorentino che "va nell'Inferno e torna quando gli piace, e quassù reca novelle di coloro che laggiù sono". Dante se la rideva, ma sotto sotto era lusingato che si parlasse della Commedia che in quegli anni stava ultimando. E proprio al suo mecenate veronese decise di dedicare l'ultima cantica, il Paradiso. "Io venni a Verona a esaminare con gli occhi propri le cose udite e quivi le vostre magnificenze io vidi; vidi pure i benefici e n'ebbi parte", si legge nell'Epistola a Cangrande, uno smaccato encomio cortigiano della cui autenticità alcuni filologi dubitano.

La città come fonte d'ispirazione. È innegabile però che, in tutti quegli anni passati nella città veneta, ancor prima dei benefici materiali Dante avesse tratto linfa vitale per le sue rime. Come quando, nell'Inferno, aveva paragonato l'infinita corsa dei dannati del girone dei sodomiti alla gara in cui, all'inizio del suo primo soggiorno, aveva visto sfidarsi i veronesi nel giorno del Palio del drappo verde. O quando, in un verso del Purgatorio, aveva citato gli scontri fra alcune famiglie veronesi, tra cui quei "Montecchi e Cappelletti" che nel giro di quasi tre secoli, con nomi poco diversi, sarebbero diventati sinonimo di amore tragico tra le mani di Shakespeare.

CAMBIO di RESIDENZA. Era stato fortunato, Dante: ma allora perché lasciò la corte scaligera, tra il 1318 e il 1320, accettando l'invito del signore di Ravenna, Guido Novello da Polenta? Forse il rapporto con Cangrande era mutato, suggeriscono alcuni dantisti. Prova sarebbe un caustico botta e risposta in cui al padrone di casa, che gli chiedeva come mai tutti apprezzassero le oscenità del buffone di corte ma non lui, Dante avrebbe replicato che "gli uomini apprezzano chi è simile a loro".
 
«Certo non autentico, l'aneddoto riportato dal poeta Francesco Petrarca evoca però gli aspetti potenzialmente umilianti della situazione di Dante: un ospite permanente sempre a rischio di trasformarsi in un uomo di corte mantenuto dai potenti perché li divertiva», osserva Barbero. C'è anche chi ipotizza che Dante avesse scelto di traslocare per pressanti motivi spirituali: ormai si sentiva vecchio e temeva che, a causa dell'interdetto lanciato dal papa Giovanni XXII su tutti i possedimenti scaligeri, in caso di necessità non avrebbe potuto ricevere l'ultimo sacramento. Ma in fondo perché si preoccupava? Dall'Inferno era già andato via una volta...
 
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Questo articolo è tratto da "Una vita in esilio" di Maria Leonarda Leone, pubblicato su Focus Storia 171 (gennaio 2021) disponibile solo in formato digitale. Leggi anche l'ultimo numero di Focus Storia ora in edicola.

13 settembre 2021
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