Dal Great Blue Hole indizi sulla scomparsa dei Maya

Le analisi dei sedimenti presenti nel "buco" del Mar dei Caraibi testimoniano due successive ondate di siccità coincidenti con la fine della civiltà precolombiana. A determinarne il collasso potrebbe essere stata la mancanza d'acqua.

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Il Great Blue Hole, nel Mar dei Caraibi, a est delle coste del Belize.|Eric Pheterson, Flickr

Dei Maya si conoscono i complessi calendari, le sofisticate forme di scrittura e i cruenti rituali sacrificali; ma sulle cause del loro declino, consumatosi intorno al 900 d.C., ancora si dibatte.

 

Uno studio presentato a dicembre nel corso del meeting dell'American Geophysical Union a San Francisco sembra avvalorare una teoria più volte citata sull'argomento, e cioè che a determinare il collasso della civiltà Maya siano state due progressive ondate di siccità. Lo proverebbero analisi effettuate in uno dei "buchi" più affascinanti e misteriosi del pianeta Terra: il Great Blue Hole, una dolina carsica (depressione, avvallamento prodotto dall'attività chimica esercitata dall'acqua su rocce calcaree) subacquea situata a una sessantina di chilometri dalle coste del Belize.

 

A caccia di prove. Un gruppo di scienziati della Rice University (Texas) e della Louisiana State University ha cercato sulle pareti del sink hole (nome con cui si indicano questi "buchi"), profondo circa 120 metri, testimonianze della storia climatica dell'epoca della fine dei Maya (800-1000 d.C.). In particolare sono state analizzate le quantità di alluminio e titanio, due elementi che le forti piogge tropicali tendono a strappare dalle rocce vulcaniche e a depositare in mare - quindi, anche all'interno del Great Blue Hole, nel Mar dei Caraibi.

 

Scarsità di piogge. In base a queste conoscenze, minori livelli di alluminio e titanio in suolo e sedimenti corrispondono a periodi con minori precipitazioni. Dall'analisi dei sedimenti corrispondenti all'epoca Maya all'interno del Great Blue Hole e della vicina Belize Central Shelf Lagoon, i ricercatori hanno scoperto che, tra l'800 e il 1000 d.C., ci furono solo uno o due cicloni tropicali ogni due decadi, contro i cinque o sei normalmente previsti per quel tipo di clima.

 

Disastri a catena. A partire dall'800, quindi, le principali città Maya (tra cui la capitale Tikal, alla stessa latitudine del Great Blue Hole), furono investite da un'ondata di siccità che probabilmente finì per minarne le risorse. Per questa civiltà, che non poteva contare su grandi fonti d'acqua naturali, l'acqua piovana - raccolta nei cenote (grotte ricche di acque dolci) e in pozzi artificiali - era una ricchezza importante. La scarsità d'acqua dovette determinare una serie di nefaste conseguenze come carestie, diffusione di malattie, guerre.

 

Il colpo di grazia. Entro il 900 d.C. gran parte delle città Maya del sud (Guatemala, Belize) furono abbandonate. Fuggito dall'arido sud, quel che rimaneva di quella civiltà si rifugiò a nord, a Chichen Itza, nella penisola messicana dello Yucatan, dove una seconda ondata di siccità - tra il 1000 e il 1100 d.C. - creò i presupposti della guerra civile e del declino, prima dell'arrivo dei conquistadores spagnoli e portoghesi. Nel Great Blue Hole sono state trovate prove anche di questi eventi climatici.

 

Non solo maya. Cambiamenti climatici e siccità sono stati chiamati in causa anche per spiegare la fine di altre importanti civiltà, come quella degli Accadi, in Egitto, intorno al 2200 a.C.; o quella peruviana dei Moche, spinta a nord da siccità e inondazioni nel 500 d.C..

 

05 Gennaio 2015 | Elisabetta Intini

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