Storia

Crimini di guerra: Putin sarà processato?

Con l'apertura dell'indagine della Corte penale internazionale dell'Onu su Putin dopo l'invasione dell'Ucraina si torna a parlare di crimini di guerra: ma oltre a quelli giudicati nei grandi processi, nel Novecento molti crimini di guerra sono rimasti impuniti, da Hiroshima a Dresda. Ecco i casi più eclatanti.

La Corte penale internazionale dell'Onu ha aperto un'indagine sull'invasione dell'Ucraina iniziata tra il 23 e il 24 febbraio 2022 per indagare su presunti crimini di guerra commessi dalla Russia di Vladimir Putin. Non è di certo un motivo sufficiente per indurre Putin a più miti consigli, ma va anche detto che non è poi così facile essere messi prima sotto accusa e poi incriminati, e l'isolamento internazionale che ne deriverebbe potrebbe fare la differenza. Ma l'incriminazione è per adesso solo un'ipotesi: del resto, da quando il crimine di guerra è perseguito, molti ed enormi crimini sono rimasti impuniti. Ecco perché.

Chi vince detta le regole: è una delle leggi non scritte della Storia. E chi vince amministra anche la giustizia. È ciò che accadde alla fine della Seconda guerra mondiale. Tutti ricordano i processi di Norimberga ai criminali nazisti, o quelli di Tokyo contro i giapponesi. Nessuno invece è mai stato incriminato per i bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, né per quelli incendiari su Dresda, in Germania. Per molti furono atti legittimi e necessari per chiudere il conflitto. Ma per altri furono decisioni per lo meno discutibili o persino, alla luce del diritto internazionale, crimini di guerra a tutti gli effetti.

La cattedrale cattolica di Santa Maria a Nagasaki distrutta dalla bomba atomica sganciata sulla città il 9 agosto 1945. La prima bomba era stata sganciata sul centro della città di Hiroshima tre giorni prima, il 6 agosto 1945.
La cattedrale cattolica di Santa Maria a Nagasaki distrutta dalla bomba atomica sganciata sulla città il 9 agosto 1945. La prima bomba era stata sganciata sul centro della città di Hiroshima tre giorni prima, il 6 agosto 1945. © WikiMedia, P.D.

Non perseguibili. I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki furono sicuramente violazioni del diritto internazionale vigente nel 1945, quando furono sganciate le due bombe atomiche. Sulla base delle leggi del tempo si trattava però di violazioni imputabili agli Stati, e non a singoli individui, quindi non perseguibili.

Fu solo nel 1946, con i processi di Norimberga contro i gerarchi nazisti, che prese forma il concetto di crimine di guerra. Prima non esisteva. Tanto meno esisteva un tribunale internazionale che potesse mettere alla sbarra capi di Stato, mentre per i militari bisognava accontentarsi delle corti marziali nazionali. Risultato: le oltre centomila vittime civili immediate (più 340.000 uccise a medio termine dalle radiazioni) del bombardamento atomico su Hiroshima, come pure le 50-80.000 di Nagasaki, rimasero senza giustizia.

Forse, notano alcuni storici, fu meglio così. Si sarebbe rischiato di mettere sullo stesso piano il regime nazista con le sue atrocità e la democrazia americana che aveva, con i sovietici, liberato l'Europa: e ciò avrebbe potuto minare il fragile equilibrio del dopoguerra.

Civili sotto tiro. Resta il fatto che le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki servirono più a dimostrare la forza americana all'Urss e a spezzare il morale del Giappone, ormai sconfitto sul piano militare, che a distruggere obiettivi bellici. Un risultato ottenuto colpendo i civili. Civili che, in teoria, erano già allora difesi da una risoluzione votata all'unanimità dalla Lega delle Nazioni (antenata dell'Onu) il 30 settembre 1938.

Tre i punti essenziali:

  • il bombardamento aereo intenzionale di civili è illegale;
  • gli obiettivi degli attacchi aerei devono essere obiettivi militari identificabili;
  • ogni attacco contro obiettivi militari legittimi deve essere condotto in modo da non bombardare per errore la popolazione.

Il presidente degli Stati Uniti Harry Truman e i suoi diretti collaboratori, giù giù fino agli equipaggi che sganciarono le due bombe atomiche, avrebbero potuto, in linea di principio, essere processati da tribunali analoghi a quello di Norimberga. E se fossero vivi potrebbero ancora esserlo. Ma la parte lesa non aveva la forza politica per chiedere un processo (né è detto che lo avrebbe ottenuto).

Città aperte. Nessuno ha mai chiesto conto neppure del bombardamento anglo-americano su Dresda, "città aperta" (priva cioè di industrie belliche o obiettivi strategici) ma indicata sulle carte degli alti comandi come snodo ferroviario importante: per distruggerlo, fra il 13 e il 15 febbraio 1945, furono sganciate oltre 6.500 tonnellate di bombe incendiarie.

Rasero al suolo la città, scatenarono una tempesta di fuoco con temperature oltre i mille gradi e uccisero da 35 a 100mila persone, per lo più civili e sfollati. Ironia della sorte, la linea ferroviaria fu riattivata poco dopo il bombardamento. Ma secondo una nota dello stesso Churchill, l'attacco serviva più a "seminare il terrore" fra i tedeschi che a conseguire un risultato strategico. E pensare che il 1° settembre 1939, alla vigilia della guerra, il predecessore di Truman, Franklin D. Roosevelt, aveva lanciato questo appello a tutte le grandi potenze: "Le forze armate non dovranno mai, in nessuna circostanza, compiere bombardamenti aerei su popolazioni civili o città indifese".

La città di Dresda rasa al suolo tra il 13 e il 15 febbraio 1945. Durante il bombardamento anglo-americano furono sganciate oltre 6.500 tonnellate di bombe incendiarie.
La città di Dresda rasa al suolo tra il 13 e il 15 febbraio 1945. Durante il bombardamento anglo-americano furono sganciate oltre 6.500 tonnellate di bombe incendiarie. © WikiMedia, P.D.

Fantasmi d'Italia. Anche per noi italiani, nell'Etiopia del 1935, gli accordi internazionali non valsero un granché. Come il Protocollo di Ginevra del 1926, ratificato dall'Italia nel 1928, che vietava l'uso di armi chimiche. Le forze italiane partirono per la guerra d'Etiopia con un bagaglio di mille tonnellate di iprite (un gas che provoca la morte per soffocamento e piaghe inguaribili) e 60mila granate ad arsine (un composto dell'arsenico).

Incoraggiato dal precedente di Norimberga, per la verità, qualcuno bussò poi alla porta del nostro ministero della Giustizia. Nell'agosto del 1949 l'Etiopia chiese all'Italia di estradare Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani (ex comandante delle forze italiane ed ex viceré d'Etiopia) come criminali di guerra. L'ex colonia intendeva sottoporli al giudizio di un tribunale internazionale composto in maggioranza da giudici non etiopi, che avrebbe seguito le procedure stabilite per Norimberga. Ma quello che valeva in Europa non valeva evidentemente in Africa, e non se ne fece nulla.

Dimenticati. Allo stesso modo, nessuno finì davanti ai giudici per la strage italiana di Domenikon, da alcuni paragonata all'eccidio nazista di Marzabotto (800 morti). Il 16 febbraio 1943 il paesino della Tessaglia (Grecia centrale) fu colpito da bombe incendiarie. La popolazione fu rastrellata e 150 maschi sopra i 14 anni furono catturati. E nel cuore della notte fucilati. Era la rappresaglia per un attacco di partigiani greci a una colonna italiana, costato la vita a 9 soldati.

Domenikon fu il primo di una serie di episodi di repressione», spiega la storica Lidia Santarelli nel documentario La guerra sporca di Mussolini, frutto di un lungo lavoro di ricerca. Il generale Carlo Geloso, comandante delle forze di occupazione, aveva le idee chiare: «Per annientare la resistenza», spiega la studiosa, «andavano annientate le comunità locali». Gli abitanti di altri villaggi subirono rappresaglie nelle settimane successive al massacro di Domenikon, e furono riferiti stupri di massa. Persino i tedeschi, che a Kalavrita (Peloponneso) uccisero per vendetta circa 1.200 civili, chiesero agli italiani di non esagerare.

Il caso dell'Italia è particolare. Il regime fascista uscì infatti sconfitto dalla guerra. Perché allora non si celebrarono processi per episodi come quelli di Domenikon? Perché prevalse la diplomazia segreta: l'Italia, dall'8 settembre 1943, era un alleato strategico dei vincitori, e tutte le 1.500 segnalazioni di crimini di guerra riguardanti il nostro Paese alla commissione speciale dell'Onu furono respinte. Per la guerra in Grecia, solo un agente dei servizi segreti dell'esercito italiano fu condannato nel 1946 ad Atene (ma graziato nel 1950). Lo stesso oblio ha inghiottito i campi di concentramento fascisti per i civili in Iugoslavia (fra il 1942 e il 1943 vi morirono circa quattromila tra iugoslavi e rom) e i 5-10mila italiani finiti nelle foibe a opera dei partigiani iugoslavi di Tito.

Leggi nuove. Se fino al 1945 i concetti di crimine di guerra e contro l'umanità erano vaghi o inesistenti, le cose cambiarono con le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949. Una di esse stabiliva un punto fermo: la tutela dei civili in tempo di guerra. Ogni Stato che abbia ratificato quella Convenzione è tenuto a ricercare, arrestare e processare gli accusati di crimini di guerra. Inoltre, le Convenzioni di Ginevra hanno introdotto un istituto fortemente innovativo: quello della "giurisdizione universale", che consente a qualsiasi Stato che aderisca alle Convenzioni di processare un soggetto indipendentemente dalla sua nazionalità, dalla nazionalità della vittima, e dal luogo dove è stato commesso il crimine. Finora solo la Spagna vi ha fatto ricorso, per processare il dittatore cileno Augusto Pinochet.

Benché entrambi avessero sottoscritto le Convenzioni del 1949, Usa e Urss – uscite vincitrici dal secondo conflitto mondiale – per decenni preferirono invece affidarsi alla logica della guerra fredda: "scordiamoci il passato, tu non chiedi conto a me, io non chiedo conto a te". Così ci volle il crollo del regime comunista per sollevare il velo di silenzio su quanto avvenne nel 1940 nella foresta di Katyn: 22mila polacchi, comuni cittadini e prigionieri di guerra, passati per le armi dai sovietici e fatti sparire in fosse comuni. Passarono 50 anni di depistaggi prima che Mosca ammettesse il massacro. Ma una sentenza russa del 2005 negò ancora che si potesse parlare di crimine di guerra, e le richieste di giustizia polacche rimasero inascoltate. Nel 2010 il governo russo accolse parzialmente la richiesta polacca, mettendo online i documenti già noti. 

Idem per quelle algerine ai francesi. Nella primavera del 1945 il generale Charles De Gaulle ordinò – a seguito dell'uccisione di alcuni europei in Algeria (allora colonia francese) – una violenta repressione che culminò nei massacri di Sétif e Guelma: almeno 8mila morti (ma c'è chi dice 40mila) riconosciuti dalla Francia solo nel 2005.

Impunità. È la logica della guerra, si dirà. Ma secondo Carla Del Ponte, ex procuratore capo dei tribunali dell'Onu per i crimini di guerra nella ex Iugoslavia e in Ruanda è solo la logica del "ciclo di impunità": «Alcuni diplomatici affermano che la pace ha priorità sulla giustizia e che nessun accordo di pace può essere formulato senza che i leader di almeno una parte ottengano l'assicurazione di non essere perseguiti». Le convenienze diplomatiche, insomma, mettono la briglia, in nome della riconciliazione nazionale, alla giustizia internazionale.

Un rimedio ci sarebbe: la Corte penale internazionale dell'Onu istituita a Roma nel 1998. «La Corte è nata anche per agire come deterrente di futuri crimini di guerra» sostiene Del Ponte. «Può dissuadere dall'assumere il genere di decisioni prese dallo sterminatore Pol Pot in Cambogia o dai leader genocidiari in Ruanda, dai comandanti della Milizia in Sierra Leone o da Saddam Hussein in Iraq». Cina, Russia e Stati Uniti però non hanno ratificato quel trattato.

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Questo articolo è tratto da "Crimini impuniti" di Aldo Carioli, pubblicato su Focus Storia 24 (ottobre 2008). Leggi anche il nuovo numero di Focus Storia ora in edicola.

8 marzo 2022 Aldo Carioli
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