Storia

Come la conquista delle Americhe decimò gli indios

Perché l'arrivo degli europei nel '500 causò una catastrofe demografica tra i nativi del Nuovo Mondo? Fu un mix di fattori: la Conquista portò armi, malattie ma anche la distruzione del tessuto sociale.

Manaus, 2021: dalla capitale dello Stato brasiliano di Amazonas una variante del SARS-CoV-2 si è fatta largo fino al remoto territorio degli Yanomami, una fetta di foresta amazzonica grande come il Portogallo, e ha decimato i membri di questa sperduta tribù, già in pericolo di estinzione.

Tenochtitlán, 1520: scoppia una devastante epidemia di vaiolo in seguito all'arrivo dei conquistadores spagnoli. La metà degli abitanti aztechi muore fra atroci sofferenze e non riesce così a frenare il lungo assedio di Hernán Cortés e dei suoi, che finirà per cancellare la città dalle fondamenta. Viviamo oggi l'onda lunga di quello shock demografico iniziato 500 anni fa?

COME UN VIRUS. Quando i colonizzatori europei sbarcarono sull'inesplorato suolo americano portarono con sé malattie per le quali le popolazioni native non avevano anticorpi: vaiolo, ma anche influenza, scarlattina, morbillo, difterite, parotite, salmonella e tifo (anche se ne esisteva una variante americana precolombiana). Si metta in conto poi una forza militare tecnologicamente superiore e l'uso dei cavalli, mai visti in quelle terre, e si aggiunga a questa letale formula anche fame di ricchezze e zero scrupoli, e la Conquista era compiuta, insieme allo sterminio degli indigeni.

Le malattie portate dagli europei, molto più rapide degli eserciti, si diffusero in America da tribù a tribù, fino a cancellare il 95% della popolazione indigena precolombiana, secondo molti storici. Ma questa spiegazione ha tanti punti ancora oscuri. «Non vi sono dubbi che l'incontro americano abbia causato un rovinoso declino della popolazione india», puntualizza uno dei più importanti demografi italiani, Massimo Livi Bacci, nel suo saggio Conquista. La distruzione degli indios americani (Il Mulino). «Le incertezze riguardano più che altro l'entità del disastro, la durata del declino e, naturalmente, le cause che lo determinarono».

L'assassinio di un indios illustrato nel Codice Kingsborough, manoscritto del '500  che mostra gli abusi sugli indios da parte dei conquistadores.
L'assassinio di un indios illustrato nel Codice Kingsborough, manoscritto del '500 che mostra gli abusi da parte dei conquistadores. © WikiMedia, P.D.

I NUMERI. Sull'entità del disastro tra gli studiosi non c'è unanimità. Se la scuola cosiddetta "ribassista" (in voga nella prima metà del secolo scorso) stimava una popolazione amerinda al momento del contatto con gli europei di meno di 10 milioni di persone, quella "rialzista" (seconda metà del '900), parlava di 100 milioni di persone. Le più recenti stime sono piuttosto variabili, da un minimo di 8 milioni a un massimo di 112. «Vi sono buoni motivi per ritenere plausibile, alla luce di nuovi elementi e valutazioni, una popolazione forse vicina ai 30 milioni, circa un terzo della contemporanea popolazione europea», precisa Livi Bacci. «Ma che gli indios tra il 1500 e il 1560 siano diminuiti a meno di un decimo del numero iniziale, come ritengono alcuni "rialzisti", o a un terzo o alla metà, come pensano altri più moderati, sempre di catastrofe si trattò», ribadisce l'esperto.

La "responsabilità" di gran lunga più rilevante delle perdite umane nella fase iniziale va riconosciuta alle patologie. Ma c'è un "ma". Si pensi a quel che accadde nel Vecchio Continente quando fu devastato dalle epidemie di peste. «L'Europa, colpita per due generazioni dalla peste, non perse che un terzo della propria popolazione; nuove patologie, come il tifo e la sifilide, oppure la recrudescenza di altre come il vaiolo avvennero proprio all'epoca della Conquista e non compromisero la crescita demografica del Cinquecento», fa notare Livi Bacci. Perché, invece, nelle Americhe accadde il contrario? Anche qui l'effetto del "terreno vergine" (cioè la mancata immunizzazione dei precolombiani) venne meno dopo il primo impatto, cioè dopo che gli individui colpiti e guariti acquisirono l'immunità protettiva verso le successive ondate epidemiche. Insomma, a un certo punto entrarono in gioco altri fattori, molti dei quali di tipo sociale.

Nahua del Messico Centrale devastati dal vaiolo del Codice fiorentino, redatto tra il 1540 e il 1585.
Nahua del Messico Centrale devastati dal vaiolo del Codice fiorentino, redatto tra il 1540 e il 1585. A sterminare gli indios non fu solo il vaiolo, ma anche l’influenza, la scarlattina, il morbillo, la difterite, la parotite e il tifo. © WikiMedia, P.D.

SENZA FUTURO. Lo shock della Conquista devastò l'intero sistema demografico indigeno: non solo le persone morivano di più, ma contemporaneamente frenò la natalità. Diminuì la possibilità che si formassero nuove unioni, che si facessero figli, che ci si potesse spostare liberamente nei propri territori, tutti naturali meccanismi di difesa che intervengono quando una popolazione subisce una brusca riduzione.

A bloccare questi sistemi di autodifesa fu, prima di tutto, l'imposizione di una logica coloniale. Subito dopo aver messo piede nel Nuovo Mondo i conquistadores istituirono l'encomienda un sistema che serviva ad affidare (encomendar in spagnolo) ai nuovi padroni spagnoli interi villaggi (abitanti compresi). Qui si praticò, almeno nelle fasi iniziali della Conquista, una sorta di anarchia sessuale dove il rapimento di indigene divenne la prima forma di schiavitù (mentre in seguito l'unione con donne del posto fu usata anche per consolidare preziose alleanze con i capiclan). Risultato? Il modo di vivere di quelle terre fu cancellato, insieme alle reti di sostegno del clan e della famiglia. Non solo: il sequestro delle donne in età fertile distruggeva il tessuto sociale e lasciava anche gli uomini senza le loro partner.

«Agirono tutti i fattori negativi della Conquista: uccisioni dirette nel processo di soggiogamento, schiavitù e lavoro forzato, distruzione delle comunità e trasferimenti coatti, un alto rapporto numerico tra conquistatori e soggiogati, sottrazione di donne in età fertile», conferma Livi Bacci. «La capacità di difesa e reazione, debole in società poco strutturate e con un'economia di sussistenza, vennero travolte e le popolazioni scomparvero, per eccesso di mortalità quanto per difetto di riproduttività». Con gli indigeni che morivano come mosche, e non nascevano, ci fu bisogno di importare schiavi dall'Africa che, quando non morivano sulle navi negriere durante la traversata, lo facevano a causa delle condizioni di vita e di lavoro a cui erano sottoposti. Questa continua ricerca di forza lavoro contribuì a scardinare ulteriormente le tribù indigene.

PROTETTI. Il mix letale di nuove malattie e distruzione del tessuto sociale decretò la fine degli imperi precolombiani, come quello azteco o inca, mentre qualcosa di diverso accadde in Paraguay. Qui per oltre un secolo e mezzo (fino all'espulsione dell'ordine nel 1767) i gesuiti evangelizzarono, governarono e organizzarono la vita degli indios guaranì, concentrandoli e insediandoli in una trentina di missioni. «La loro società fu sì sconvolta dalle missioni, ma al contempo queste misero al riparo la popolazione dalle razzie a fini di schiavitù dei paulisti brasiliani dediti alla ricerca dell'oro e dall'asservimento nell'encominenda degli spagnoli», spiega Livi Bacci.

Le epidemie non mancavano, reintrodotte periodicamente dall'esterno, ed erano anche distruttive vista la mancanza di immunità dei tanti nuovi nati, ma questo veniva compensato dalla ripresa della natalità che seguiva a ogni declino. Quasi a dimostrare che la migliore arma fosse consentire alla popolazione di conservare la coesione sociale e una rete di solidarietà, grazie alla quale reagire e rialzare ogni volta la testa. Gli Yanomami, travolti dal Covid in piena foresta amazzonica, avranno ora la stessa forza?

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Articolo tratto da Focus Storia 174 (Cronaca di un genocidio, di Anita Rubini), disponibile in formato digitale. Leggi anche il nuovo numero di Focus Storia in edicola.

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11 febbraio 2022 Anita Rubini
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