Storia

Così è nato il mito della mamma italiana nel mondo

Dalla prima supermamma romana Cornelia, alla mamma prolifica del fascismo, fino a quella degli anni '50 per cui lo scrittore Corrado Alvaro coniò il termine "mammismo".

La famosa mamma italiana apprensiva, protettiva e un po' opprimente. Anzi, il famoso mammismo italiano che rovina i maschi mammoni italiani. Eccolo uno dei tanti stereotipi che, nel bene e nel male, contraddistinguono ancora oggi la nostra identità agli occhi degli stranieri. D'altra parte, la nostra letteratura, la poesia, il cinema e tante canzoni ci ricordano che non c'è Paese al mondo che abbia tanto esaltato la mamma nei secoli.

mamma mia. E poi ci sono tanti esempi di "mammismo" storico: Carlo Lorenzini, l'inventore di Pinocchio, scelse come nome d'arte quello del paese natale dell'amatissima mamma: Collodi. Napoleone, che era di origine italiana, la madre se la portò persino in esilio sull'isola d'Elba. E se non fosse stato per la mamma di Mazzini, forse l'Italia non sarebbe nata. Ma quanto sono antiche le radici di questo stereotipo tutto italiano?

A sentire il filosofo romano Seneca (I secolo d. C.) era già così 2 mila anni fa: "La madre vorrebbe tenersi i figli sempre accanto, sotto la sua protezione, evitando loro motivi di tristezza, fatica e pianto". Ma tra le aristocratiche romane la dedizione ai figli, favorita da libertà e privilegi che le donne di Grecia si sognavano, andava anche più in là. Era la madre a educare i figli maschi e a trasmettere loro i principi che ogni buon cittadino doveva assimilare, arrivando a finanziare la loro carriera pubblica. «Questo permetteva alla donna aristocratica di avere un ruolo importante nella società», racconta Eva Cantarella, autrice di vari libri sulle donne nell'antichità. Il successo dei figli era anche il loro successo, e per questo la madre romana veniva premiata e glorificata. 

mater familias. Esemplare è il caso di Cornelia (189-110 a. C.): figlia di Scipione l'Africano (il condottiero che aveva sconfitto il cartaginese Annibale nella battaglia di Zama, nel 202 a. C.), era una nobile coltissima e pare avesse un gran carattere. Rimasta vedova, rifiutò un matrimonio principesco con il re d'Egitto per dedicarsi alla carriera politica dei figli Tiberio Sempronio Gracco e Caio Sempronio Gracco, potentissimi oligarchi della repubblica romana.

Si narra che davanti all'ostentazione che una matrona faceva dei suoi preziosi monili, Cornelia disse, indicando i figli: Haec ornamenta mea ("Questi sono i miei gioielli"). Un'espressione diventata proverbiale. La sua fama di madre perfetta fu tale che a Roma le venne eretta una statua, per la prima volta dedicata a una figura femminile che non fosse una divinità, di cui si conserva ancora il basamento sul quale si legge: "Cornelia, figlia dell'Africano, madre dei Gracchi".

L'amorevole Cornelia finì per essere idealizzata nei racconti degli storiografi romani, diventando la prima "supermamma" italiana. L'imperatore Nerone, invece, al celebre detto "Di mamma ce n'è una sola" avrebbe di certo aggiunto "E per fortuna". Sua madre Agrippina (15-59 d. C.) era la quinta moglie dell'imperatore Claudio. Determinata a mettere sul trono il figlio, nato da un precedente matrimonio, avrebbe avvelenato Claudio per spianargli la strada. Ma quando l'ingrato Nerone smise di darle retta, lei gli dichiarò guerra. E l'imperatore, forse ispirato proprio dall'esempio della spietata madre, orchestrò il suo assassinio. Ai sicari mandati dal figlio, la povera Agrippina avrebbe gridato: "Colpite al ventre che lo ha generato!".

Le mamme del Medioevo. Ma per due mamme passate, nel bene o nel male, alla Storia, generazioni e generazioni di donne si sono annullate nella loro funzione di genitrici. «Durante i mille anni del Medioevo le donne, specie quelle delle classi più povere, vivevano mettendo al mondo circa un figlio all'anno, dall'età fertile fino ai 30-40 anni», dice Nicolangelo D'Acunto, docente di Storia medioevale all'Università Cattolica di Brescia. «La popolana medioevale sapeva che nella maggior parte dei casi il bambino sarebbe morto precocemente. Il suo ruolo di madre era dunque quello di garantire la sopravvivenza della prole, che rappresentava per la famiglia una risorsa economica». Qui finiva il suo compito: all'educazione dei figli ci avrebbe pensato il padre.

«Per quanto riguarda ricche e nobili», prosegue D'Acunto, il discorso era diverso. Anche loro erano prima di tutto mamme, ma avevano una forte influenza sull'educazione e l'avvenire dei figli. Soprattutto se erano potenti e volitive come Marozia (892-955). Nella Roma del X secolo, questa nobile figlia dell'aristocrazia dell'Alto Medioevo, bellissima e seducente, fu tra l'altro amante del papa Sergio III. Si dice che da lui abbia avuto un figlio, che da premurosa mamma riuscì a far eleggere a sua volta papa.

Maria Giacinta Drago, la madre di Giuseppe Mazzini.
Maria Giacinta Drago (1774 -1852), la madre di Giuseppe Mazzini. © Wikipedia

Di fatto, la maggior parte delle mamme di molti secoli fa erano davvero poco "materne". «Le donne, specie quelle del popolo, avevano un rapporto abbastanza distaccato con i figli, che comunque a 7-8 anni erano già considerati adulti», prosegue D'Acunto. E fino al XVIII secolo si è creduto che passare troppo tempo con la madre avrebbe reso deboli ed effeminati i figli maschi. Ma quando è nato, allora, il "mito italiano" della mamma? Secondo diversi studiosi, più o meno con l'Italia stessa, nell'Ottocento. «La madre non dimostra corruccio, non si duole, non si difende» sentenziava lo scrittore Niccolò Tommaseo già nella prima metà del secolo. E rincarava la dose: «Non dice mai le sue ragioni, anche sapendo di averle. [...] I dolori che riceve, li imputa ai suoi peccati».

madri di maschi patrioti. Fu durante il Risorgimento che si posero le radici del rapporto viscerale che le donne italiane hanno con i loro figli, spiega Marina D'Amelia, docente di Storia moderna all'Università "La Sapienza" di Roma e autrice del libro La mamma.L'epoca delle battaglie risorgimentali e delle lotte per l'unità nazionale rappresentò il terreno sul quale si delineò la figura della mamma dedita al sacrificio e alla venerazione del figlio, naturalmente maschio. Erano infatti i maschi a partire per la guerra, e molte madri ne condivisero gli ideali di libertà.

Come Adelaide Cairoli, che non solo fu la mamma di quattro martiri della causa unitaria e di uno dei primi presidenti del Consiglio italiani, ma rischiò lei stessa la vita, da patriota. L'esempio più emblematico di questa "nuova" donna italiana divenne Maria Drago, madre del rivoluzionario Giuseppe Mazzini. Fu da lei, e non dallo scettico padre Giacomo, che Mazzini ottenne sostegno e fiducia incondizionata. "Se per ipotesi tu diventassi, Dio non voglia, muto", scriveva al figlio, "io intenderei tutto quanto giovasse al tuo morale [...] senza il minimo cenno tuo".

Ritratto di famiglia italiana dei primi del '900.
Ritratto di famiglia italiana dei primi del '900. © Shutterstock

«Nell'Italia di fine Ottocento, tra le pareti domestiche e nella vita sociale, era la donna a dover tenere unita la famiglia», spiega D'Amelia. Testi come Il libro delle madri, del filantropo e pedagogo svizzero Johann Heinrich Pestalozzi, o manuali come I doveri della giovane madre circolavano sempre più spesso nelle case delle famiglie della nascente borghesia italiana. «Un passaggio decisivo fu l'avvicinamento tra la Chiesa e gli ideali della borghesia: la madre diventò il fulcro dell'educazione dei figli», continua l'esperta.

nel nome del figlio. Questi cambiamenti concorsero a plasmare un comportamento tipico delle madri italiane, desiderose di "possedere" il figlio, di essere per lui perenne fonte di protezione. Sembra il ritratto di Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, madre dello scrittore siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nato nel 1896. Per di più, il futuro autore del Gattopardo era figlio unico (la sorella era morta bambina). Con un padre freddo e distaccato, il giovane Giuseppe fu educato dalla madre, che gli insegnò il francese e che viaggiò a lungo con lui (già adulto) per l'Europa. Quando Giuseppe sposò una psicanalista di origine tedesca, la convivenza tra madre e nuora si rivelò impossibile: la moglie tornò all'estero e Giuseppe rimase con la madre. Nelle lettere, quando lui era ormai cinquantenne, lei gli si rivolgeva, stranamente, al femminile.

1938: le madri prolifiche premiate a Palazzo Venezia da Mussolini.
Roma, 1938: le madri prolifiche premiate a Palazzo Venezia da Mussolini. © Wikipedia

Chissà se la mamma di Tomasi di Lampedusa, così dedita al figlio ma che finì per dividere (almeno temporaneamente) moglie e marito, sarebbe piaciuta alla propaganda fascista. Durante il Ventennio, la mamma doveva essere piuttosto il collante della famiglia. Nel 1933 venne istituita la Giornata della madre e del fanciullo (24 dicembre) nel corso della quale si premiavano le donne più prolifiche. Fra il 1925 e il '26 fu eretto un monumento alla Madre italiana nella basilica di Santa Croce, a Firenze. Naturalmente, la madre modello aveva nome e cognome: Rosa Maltoni, la mamma di Benito Mussolini. Nella letteratura del Ventennio, ma soprattutto nelle canzoni, la mamma italiana diventò protagonista incontrastata: La mamma del soldato, Cara mamma, Mamma, Bisogna vincere, sono solo alcuni dei titoli delle canzonette che risuonavano alla radio.

... E mammismo fu. Allo stereotipo della mamma italica, fanatica sostenitrice del figlio maschio, mancava solo un nome. Venne nel dopoguerra, quando si cominciò a guardare con più ironia ai pregi e ai difetti dell'identità nazionale. Fu infatti nel 1952 che dalla penna dello scrittore Corrado Alvaro uscì per la prima volta una parola intraducibile nelle altre lingue: mammismo.

Tratto da "Nei secoli mammoni" di Paola Grimaldi, pubblicato su Focus Storia n.16.

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