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L'ombra della Cia sulla strage di Piazza Fontana

Il giornalista Maurizio Caprara ricostruisce nel podcast di Focus Storia le sue scoperte sull'attentato del 12 dicembre 1969. Ci fu il coinvolgimento di agenti americani della Cia?

Il giornalista del Corriere della Sera Maurizio Caprara ricostruisce le sue scoperte sull'attentato di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e racconta di alcuni stralci recentemente desecretati presenti in documenti dell'archivio storico del Senato. Ci furono degli agenti americani immischiati nella preparazione dell'attentato? Ascolta la puntata dedicata sulla Voce di Focus Storia.

La strage di piazza Fontana fu compiuta alle ore 16:37 di quel venerdì 12 dicembre: una violenta esplosione devastò la Banca Nazionale dell'Agricoltura. Più o meno contemporaneamente anche a Roma esplosero degli ordigni. Nella capitale si contarono alcuni feriti. A Milano fu strage: 17 morti e 88 feriti.

Qui sotto, in sintesi, la ricostruzione di quel che accadde e dell'intricato iter giudiziario che ne seguì: da un articolo di Pino Casamassima pubblicato su Focus Storia 158. Vedi anche, su focus.it, La strage di Piazza Fontana: una verità processuale.
 

La strage impunita, di Pino Casamassima

Le vittime dell'esplosione erano esponenti della piccola borghesia agraria delle campagne padane: imprenditori agricoli, allevatori, intermediari. Gli unici giovanissimi furono i fratelli Patrizia ed Enrico Pizzamiglio, 16 e 12 anni: sopravvissero, ma i loro corpi mutilati e ustionati dall'ordigno dovettero subire un lungo calvario di interventi e amputazioni. Oggi, dopo un contorto iter investigativo e giudiziario, i colpevoli hanno nome e cognome. Ma non hanno mai pagato. 

Appena cinque giorni prima della strage, il settimanale britannico The Observer pubblicava un articolo della giornalista Leslie Finer (1922-2010) che per la prima volta usava l'espressione "Strategy of tension" riferita all'Italia. Basandosi su documenti dei servizi inglesi, tratteggiava un progetto politico statunitense volto a destabilizzare l'area mediterranea per estendere il modello dittatoriale instaurato in Grecia nel 1967, con l'Italia come perno centrale grazie alla sua posizione strategica.

Una teoria che, pur guadagnandosi negli anni successivi molti sostenitori, non ha mai trovato riscontri, anche se il movente della strage, organizzata da forze di estrema destra, era proprio quello di favorire, attraverso una "strategia della tensione", l'insediamento di un governo autoritario in Italia. Ma questo non era chiaro, in quei giorni. Nell'immediatezza della strage, l'opinione pubblica, sotto shock, reclamava giustizia, subito. E la caccia al mostro ebbe inizio. 

La macchina investigativa puntò dritto agli ambienti anarchici. Pietro Valpreda (1933-2002), un ballerino, due giorni dopo la strage finì in prima pagina: era lui "il mostro" di piazza Fontana, inchiodato dalla testimonianza di un tassista che si ricordò di averlo accompagnato col suo taxi sul luogo della strage. In ballo c'era anche una taglia da 50 milioni, promessa a chiunque fornisse informazioni utili. Cornelio Rolandi, il tassista, si presentò spontaneamente per la sua denuncia e, subito dopo, per un confronto. Valpreda, barba lunga e occhiaie per i lunghi interrogatori appena subiti, fu mostrato al testimone accanto a quattro poliziotti in borghese pettinati e ben vestiti. "L'è lù", disse Rolandi in dialetto milanese.

Valpreda si fece tre anni a Regina Coeli, dopo di che fu rimesso in libertà (provvisoria) per decorrenza dei termini di durata delle misure cautelari. Poi, dopo una lunga stagione processuale, nel 1985 arrivò l'assoluzione per insufficienza di prove. Insieme a lui, ironia della sorte, venivano assolti anche Franco Freda (oggi settantottenne) e Giovanni Ventura (1941-2010): loro sì, colpevoli.

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Sempre nei giorni successivi la strage, si consumò un'altra tragedia. Il 15 dicembre 1969, mentre in piazza Duomo si celebravano i funerali delle vittime, il 41enne Pino Pinelli, ferroviere anarchico del circolo XXII Marzo, viveva le sue ultime drammatiche ore di vita. Anche lui era fra gli 84 sospettati tradotti in questura subito dopo l'eccidio. Era già al terzo interrogatorio di fila sotto la direzione del commissario Luigi Calabresi e la responsabilità di Antonino Allegra, capo dell'ufficio politico della questura milanese. Alle 21:30, una telefonata alla moglie di Pinelli l'avvertiva di preparare il libretto ferroviario del marito: serviva a studiarne gli spostamenti. Il libretto venne consegnato verso le 23.

Un'ora dopo, la signora Licia Pinelli ricevette un'altra telefonata, stavolta di ben altro tenore: suo marito era caduto da una finestra dell'ufficio. Al quarto piano. La notizia aumentò esponenzialmente il clima di tensione e gli occhi di tutto il Paese si puntarono sulla questura milanese. Quello di Pinelli è stato un suicidio, spiegavano. Il ferroviere si sarebbe gettato gridando: "È la fine dell'anarchia!". A questa versione ne seguì un'altra, secondo la quale Pinelli si sarebbe sentito male per la tensione e, dopo aver aperto la finestra per prendere un po' d'aria, avrebbe perso i sensi, precipitando.

Per il settimanale comunista Vie nuove, l'uomo era stato malmenato e poi ucciso con un colpo di karate alla nuca, e il corpo gettato dalla finestra per camuffare i segni della violenza. Una ricostruzione priva di riscontri, ma sufficiente per esacerbare gli animi. A fare le spese del clima di odio innescato dall'episodio sarà, nel 1972, il commissario Luigi Calabresi (tra l'altro nemmeno presente al momento della tragedia), assassinato da un commando di Lotta continua.

Dal Veneto arrivava intanto una notizia destinata a sconvolgere lo scenario investigativo. A progettare la strage sarebbe stato Ordine Nuovo, un'organizzazione neofascista. A scompaginare le carte fu Guido Lorenzon, segretario trevigiano della locale sezione della Democrazia Cristiana, che accusò Giovanni Ventura, un neofascista affiliato a Ordine Nuovo già inquisito per un attentato a un rettore dell'Università di Padova di religione ebraica. Ventura venne arrestato il 13 aprile 1971 insieme a Franco Freda, un sedicente nazi-maoista. In manette finì pure Marco Pozzan, il più stretto collaboratore di Freda nella sua casa editrice, che inguaiò tutti. Confessò infatti di aver partecipato alla riunione in cui era stata progettata la strage.

Anarchici o neofascisti, allora?
Da quel momento in poi la macchina investigativa e processuale avanzerà su un doppio binario.

Il primo processo si aprì a Roma, nel 1972, e sul banco degli imputati vide i rappresentanti sia del filone anarchico sia di quello fascista. L'iter giudiziario fu lungo, tormentato ed estenuante per i parenti delle vittime, costretti a spostarsi da Roma a Milano, a Catanzaro, dove andò a finire il processo per "motivi di ordine pubblico e legittimo sospetto". Il primo pronunciamento in corte d'Assise fu di condanna per Freda, Ventura e Guido Giannettini (collaboratore dei Servizi con il nome in codice di Agente Zeta). Ma il nuovo dibattimento in Appello, che si svolse a Bari nel 1985, si concluse con l'assoluzione di tutti, anarchici e neofascisti, per insufficienza di prove. Poi una nuova istruttoria portò alla sbarra i neofascisti Stefano Delle Chiaie (organizzatore) e Massimiliano Fachini (esecutore): entrambi assolti. 

Negli anni Novanta il giudice Guido Salvini, avanzando un sospetto di connessione fra il fallito golpe Borghese (il tentativo di colpo di Stato del 1970) e la strage, raccolse le testimonianze di Martino Siciliano e Carlo Digilio, due neofascisti dell'ormai disciolto Ordine Nuovo, che oltre a confermare la progettazione dell'eccidio da parte di Ventura e Freda, indicarono in Delfo Zorzi il neofascista che aveva materialmente piazzato la bomba.

Il nuovo processo (il settimo!) iniziò a Milano nel febbraio del 2000 e nel giugno dell'anno dopo vennero riconosciuti colpevoli Zorzi, Carlo Maria Maggi (che sarà poi condannato all'ergastolo per la strage di Brescia del 1974) e Giancarlo Rognoni come basista: sentenze poi cancellate dalla Cassazione. Alla fine della revisione (maggio 2005) i parenti delle vittime dovettero pure pagare le spese processuali...

La Cassazione addebitò definitivamente l'eccidio a Ordine Nuovo nelle figure di Freda e Ventura: peccato che a quel punto non fossero più processabili, in quanto già assolti con sentenza definitiva nel 1985. Finiva così, dopo 36 anni, la più brutta pagina di storia giudiziaria scritta in Italia dal Dopoguerra a oggi.

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Il podcast di Focus Storia è a cura di Francesco De Leo. Montaggio di Silvio Farina.

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12 dicembre 2020 Anita Rubini
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