Storia

Chirurgia rudimentale: come si faceva un’operazione al cranio 4mila anni fa?

L'analisi dello scheletro di una donna vissuta 4.500 anni fa rivela che subì due interventi chirurgici alla testa, riuscendo a sopravvivere.

Già nel corso dell'età del rame, più di quattromila anni fa, i nostri antenati erano in grado di effettuare delicati interventi chirurgici alla testa con risultati sorprendenti. Lo dimostra l'analisi dello scheletro di una donna reduce da due interventi al cranio, a cui sarebbe addirittura sopravvissuta.

Cimitero preistorico. I resti provengono da un antico luogo di sepoltura noto come Camino del Molino, nel territorio del comune di Caravaca de la Cruz, dissotterrati per caso tra il 2007 e il 2008. Gli scavi portarono alla luce il cimitero preistorico più grande finora conosciuto, utilizzato, secondo gli studiosi, per gran parte del III millennio a.C. Al suo interno, gli archeologi sono riusciti a recuperare ben 1.348 corpi umani di diverse età, oggetto di approfonditi esami antropologici e paleopatologici.

Cranio - Trapanazione
Dettaglio del foro nel cranio ritrovato nel sito di Caravaca de la Cruz (Spagna). © Sonia Díaz-Navarro

Tante operazioni. Qui è stato rinvenuto anche lo scheletro di una donna vissuta presumibilmente intorno al 2500 a.C. e morta tra i 35 e i 46 anni, che a differenza delle altre persone presentava alcune peculiarità: il suo teschio, infatti, mostrava segni di una serie di trapanazioni causate da alcuni trattamenti chirurgici che aveva subito alla testa.

Cranio trapanato. Le analisi forensi sul cranio sono state portate avanti da un team di archeologi guidati da Sonia Díaz-Navarro, dell'università spagnola di Valladolid, che ha reso noti i risultati in un articolo pubblicato dall'International Journal of Paleopathology. Nel dettaglio, tra la tempia e la parte superiore dell'orecchio sono stati rilevati due fori sovrapposti, il primo largo poco più di 5 cm e lungo 2,5 cm, il secondo grande quasi la metà. Osservando questi "buchi", i ricercatori suggeriscono che la donna avesse subito due trapanazioni, eseguite utilizzando una tecnica di raschiamento particolarmente invasiva.

Sopravvissuta. In altri termini, la volta cranica veniva sfregata contro un utensile di pietra ruvida, in modo da eroderla lungo i bordi e creare il foro, facendo così emergere lo strato più esterno di tessuto che circonda il cervello e il midollo spinale (detto dura madre). Stando agli studiosi, alcuni dei segni presenti nel teschio indicano una parziale rimarginazione delle ferite, circostanza che suggerisce come la donna abbia vissuto diversi mesi dopo gli interventi.

Operazioni dolorose. Per eseguire questo tipo di procedura medica, rudimentale ma al tempo stesso avanzata per quel periodo, la sfortunata paziente dovette sicuramente essere immobilizzata da più persone, e a detta degli autori della ricerca le venne probabilmente somministrata una qualche sostanza psicoattiva per aiutarla ad alleviare il dolore o per renderla incosciente.

Anestesia. All'epoca, si trattava delle uniche primitive tecniche anestetiche conosciute (la moderna anestesia nascerà solo nella seconda metà del XIX secolo con l'etere etilico). Per quanto oggi possa sembrare una procedura folle, il perforamento del cranio è stato un intervento diffuso fino all'età moderna. Per millenni, esso veniva utilizzato per tentare di rimarginare delle ferite in testa, ma anche per guarire (senza successo) numerose patologie, come epilessia o disturbi psicologici.

25 novembre 2023 Massimo Manzo
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