Storia

Che cosa vuol dire "profugo"

Il significato di una parola spiega il perché di molti drammi.

Quando leggiamo la parola profugo pensiamo a qualcuno che fugge. Da un Paese povero, dalla fame o dalla sete, da una guerra, da una catastrofe naturale.

20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato
20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato: in questa occasione l'UNHCR, l'Agenzia dell'ONU per i rifugiati, ha pubblicato l'aggiornamento a fine 2018 dei dati sulla popolazione di forcibly displaced (costretti alla fuga). Nel 2018, 70,8 milioni di persone (2,3 milioni in più rispetto al 2017) hanno lasciato il loro Paese, costrette da persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani.

Alla fine è proprio ciò che accade, ma questa lettura della parola è solo una mezza verità. I profughi fuggono, sì, ma il termine - di origine latina - pone l'accento non sulla provenienza, bensì sulla destinazione: "profugo" è chi fugge verso qualcosa, più che da qualcosa.

Profugo è chi cerca un nuovo posto in cui vivere: un futuro, un lavoro, una speranza, una nuova vita. Nei suoi occhi c'è la disperazione del passato, ma soprattutto il fuoco della speranza. Che, a volte, viene spento dalle onde del mare, o dall'indifferenza. Ecco perché, quando muore un profugo, non dovremmo pensare a un "povero disgraziato", ma a un sogno spezzato.

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20 giugno 2019 Vito Tartamella
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