Che cosa possiamo scoprire dai denti preistorici

I sorrisi fossili e cariati sono una manna, per gli archeologi. Quelli dei nostri antenati nascondono informazioni su tipo di alimentazione, utensili utilizzati, stato di salute e periodi di carestia.

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La parte più importante di un cranio preistorico.|Shutterstock

Ogni reperto archeologico racconta una storia, ma quando si tratta di entrare a fondo nella vita di chi ci ha preceduto - e scoprire di che cosa si nutrisse, o che tipo di aria inalasse - nulla è più rivelatore dei fossili di denti, entrati a contatto con sostanze ingerite e respirate dagli antichi. Fortunatamente, si tratta anche di una delle parti del corpo umano che si conserva meglio. Quelli dei nostri antenati presentano alcuni dei difetti di cui soffriamo ancora oggi: per gli archeologi, una fonte preziosa di informazioni sul passato.

 

Carie. L'abbondanza di carie è per esempio indice di un più ampio consumo di certi tipi di carboidrati: oggi il problema ci assilla perché ci alimentiamo con molte pietanze a base di cereali; nelle società pre-agricole, i denti "forati" indicano un consumo di piante selvatiche ricche di sostanze zuccherine.

 

Tra i Neanderthal, abituati a una dieta a base di carne, meno dell'1% dei denti di ogni individuo risultava cariato. Per l'Homo naledi (vissuto tra i 350.000 e i 236.000 anni fa) il tasso di carie era dell'1,36% della dentatura, per l'Homo erectus (2 milioni di anni fa) del 4,55%. Se nelle società precedenti la nascita dell'agricoltura si oscilla dall'1 al 5% del totale dei denti cariati, avvicinandosi a un sistema di vita stanziale le cose cambiano: oltre la metà dei denti di un individuo vissuto in Marocco 14 mila anni fa presentava carie.

 

Uno dei più antichi esempi di carie, sulla dentatura di un Homo erectus. | Ian Towle via The Conversation

usura. Oggi a erodere lo smalto sono soprattutto gli alimenti e bevande acidi (come i succhi di frutta). Un tempo, invece, le principali cause del consumo dei denti erano da rintracciare in granelli di terra, cibi duri e granulosi, sabbia. Studi sulla microerosione dentale hanno per esempio permesso di concludere che 4 milioni di anni fa, l'Australopithecus afarensis mangiava soprattutto erba e foglie, o che l'Homo naledi utilizzava i denti posteriori per mordere la superficie rugosa di noci e tuberi. I segni lasciati da piccoli strumenti appuntiti simili a stuzzicadenti caratterizzano invece alcuni denti Neanderthal.

 

Tartaro. Le tracce di materiale che rimangono incastrate nel deposito dovuto alla placca batterica, nascondono spesso indizi preziosi sulle abitudini di pulizia e automedicazione dei nostri antenati. In quello trovato su un dente di Neanderthal vissuto in Spagna erano contenuti granuli di amido con crepe (un indizio dell'abitudine di arrostire le piante sul fuoco) ma anche tracce di achillea, un astringente naturale, e di camomilla, dalle proprietà antinfiammatorie. Sempre il tartaro ha chiarito di recente che cosa mangiavano i Neanderthal alle varie latitudini: rinoceronte lanoso, muflone, licheni, funghi.

 

Ipoplasia dello smalto in denti di Australopithecus africanus (A); Homo naledi (B); Homo sapiens (C); gorilla (D). | Ian Towle via The Conversation

Smalto. In un individuo che si ammali o sia malnutrito nei primi anni di vita, lo strato più esterno del dente, lo smalto, rimane danneggiato in modo visibile: questa condizione chiamata ipoplasia, se presente in fossili coevi nello stesso sito, può indicare un'avvenuta carestia. La compromissione di ampie porzioni di smalto indica spesso una grave malattia genetica o un disturbo manifestato a partire dall'infanzia.

 

Misteri irrisolti. Anche la forma dei denti o la ricerca di specifici isotopi sulla loro superficie possono fornire importanti informazioni su dieta e abitudini degli antichi. Talvolta, comunque, la presenza di denti tra i reperti da sola non basta a scogliere i dubbi, anzi ne solleva. Come nel caso di un fossile di Paranthropus robustus, un nostro parente alla lontana vissuto in Sudafrica tra gli 1,8 e gli 1,2 milioni di anni fa. Curiosamente, presenta importanti difetti allo smalto, ma solamente a quello dei denti posteriori. Per capire come sia possibile, occorrerà studiare un maggior numero di reperti fossili. 

 

 

01 Settembre 2017 | Elisabetta Intini