Storia

Oltre 100 specie marine nel rostro di una nave cartaginese

Il rostro di una galea affondata al largo della Sicilia nella Prima guerra punica ha custodito due millenni di interazioni tra organismi acquatici.

Il simbolo di una sconfitta militare si è trasformato nel cuore di una micro città sottomarina, costruita con pazienza da una comunità di oltre cento specie di invertebrati. Nel rostro di una nave da guerra cartaginese affondata dalla flotta romana alla fine della Prima guerra punica, è stato rinvenuto un ecosistema complesso e ricco quasi come quello di un reef: un'opportunità unica per studiare la lenta colonizzazione dei reperti archeologici da parte degli animali marini.

Viaggio nel tempo. Il lavoro pubblicato su Frontiers in Marine Science è il primo a studiare gli organismi viventi di un relitto così antico: la maggior parte delle ricerche di questo genere si era concentrata su navi al massimo di un secolo fa. Il reperto è anche di straordinario interesse archeologico. Il rostro di bronzo cavo, che è lungo 90 cm e pesa 170 kg, era in origine montato sulla prua di una nave da guerra cartaginese - una galea, distrutta il 10 marzo del 241 a.C. nella Battaglia delle Egadi, al largo della Sicilia occidentale. Con questo scontro navale si concludeva, dopo 23 anni, la Prima guerra punica, un logorante scontro tra Roma e Cartagine per il controllo di quell'area di Mediterraneo.

Prezioso dentro e fuori. Il rostro ribattezzato "Egadi 13" è stato recuperato nel 2017 dagli archeologi della Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia e dai sub della Global Underwater Explorers a 90 metri di profondità, sul fondale tra le isole di Levanzo e Favignana. Nel 2019, i lavori dell'Istituto Centrale per il Restauro di Roma hanno evidenziato un'iscrizione in cartaginese non ancora decifrata sulla parte esterna dell'arma, che in ogni superficie era tappezzata di sedimenti e materiali biologici lasciati da organismi marini.

Il rostro e i suoi abitanti visti da vicino.
Il rostro e i suoi abitanti visti da vicino. Dopo essere stati ordinati e catalogati, i resti rimossi e studiati vengono raccolti nelle collezioni zoologiche dei musei scientifici, «l'unica sede che abbiamo per conservare la memoria storica dell'ambiente, che permette di valutare il cambiamento nel tempo», spiega la biologa Maria Flavia Gravina. © Istituto Centrale per il Restauro (ICR) – Laboratory of Biological Investigation

Dopo due millenni di pace... Essendo rimasto sul fondale per 2.200 anni, il rostro ha intrappolato strutture calcaree e gusci lasciati dagli animali marini trasportati al suo interno dalle correnti. Un team di scienziati italiani guidato da Maria Flavia Gravina, biologa dell'Università Tor Vergata di Roma, ha attentamente rimosso, asciugato e setacciato i sedimenti per analizzarli al microscopio; i frammenti biologici rimasti sono stati adagiati in capsule di Petri per indagini in laboratorio.

«Gli animali marini provenienti dal rostro, con tutti i loro scheletri, conchiglie e gusci calcarei, non vengono rimessi in mare», spiega Gravina a Focus.it. «Nel momento in cui vengono pescati (insieme al reperto), portati in laboratorio, analizzati, sono ovviamente morti. In realtà, tutti quei resti che noi, da biologi marini, abbiamo trovato così interessanti da catturare la nostra curiosità per mesi e mesi di lavoro, costituiscono, agli occhi dei restauratori dell'Istituto Centrale per il Restauro e per ogni altra persona, il cosiddetto "sporco" che va eliminato, da mani pazientissime e scrupolosissime, per ridare l'aspetto originale ad un reperto archeologico conservato sott'acqua per più di duemila anni.»

Un tesoro negli scarti. In tutto sono state contate 114 specie di invertebrati, incluse 33 di molluschi gasteropodi, 25 di bivalvi, 33 di policheti (animali marini dal corpo allungato e cilindrico pieno di setole) e 23 di briozoi, piccoli invertebrati marini che si organizzano in colonie.

«Lo "sporco" ci ha raccontato un'altra storia - chiarisce Gravina - quella che procede indipendentemente dalla volontà dell'uomo, da tre miliardi e mezzo di anni, un frammento minuscolo di storia di vita nel mare! È questo per noi biologi l'aspetto più intrigante: cosa hanno da dirci gli organismi che vivono sul fondo del mare, che nascono, si muovono, colonizzano spazi, si cibano, competono, si sopraffanno, si riproducono, muoiono… insomma fatto tutto quello che continuamente fanno, ciascuno a suo modo, tutti i viventi. Gli organismi ci parlano e il loro linguaggio è la loro stessa presenza, siamo noi umani che dobbiamo imparare ad interpretarla.»

A ognuno il suo compito. Alcune di queste creature acquatiche hanno avuto, nei secoli, il ruolo di costruttori, cioè si sono attaccate direttamente alla superficie del rostro. Altre specie hanno agito da "ponte", organizzandosi in colonie tra le strutture calcaree depositate dal primo gruppo. Altri animali infine si sono mossi liberamente in questo groviglio di cavità e cunicoli formato nel relitto, come semplici abitanti.

In generale sono stati trovati animali dagli stadi larvali lunghi o brevi, dalla riproduzione sessuata o asessuata, solitari o gregari, con vari tipi di locomozione. Insomma una perfetta rappresentanza della comunità acquatica del Mediterraneo negli ultimi duemila anni di storia, una "memoria ecologica" della colonizzazione, come gli autori della scoperta l'hanno definita.

«La realtà è estremamente ricca e diversificata - conclude Gravina - noi umani siamo in grado di studiarne una piccolissima parte da un'angolazione particolare, quella dei nostri occhi, ecco perché lo stesso materiale può essere al contempo "il rifiuto" o "il tesoro"... dipende dalle capacità, dalla sensibilità, dall'interesse che ha l'uomo che lo guarda.»

26 gennaio 2022 Elisabetta Intini
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