Storia

Bruno Pincherle, Il pediatra che regalava la penicillina

La vicenda di Bruno Pincherle, il pediatra di Trieste che salvò la vita a tanti bambini, curandoli e nutrendoli bene ma anche fornendo loro penicillina gratis.

Baffetti, naso e mento appuntiti, occhiali, impermeabile, berretto alla Sherlock Holmes e immancabile valigetta alla mano. Ecco il dottor Pincherle, ovvero Bruno Pincherle, medico pediatra vissuto a Trieste nella prima metà del Novecento. Era lui stesso a ritrarsi così, con una punta di ironia. Uomo dalla personalità forte e generosa, amico del poeta Umberto Saba, importante studioso di storia della medicina e dello scrittore Stendhal (la sua raccolta di manoscritti e documenti è conservata alla Biblioteca Sormani di Milano), Pincherle dedicò la sua vita a curare i bambini. 

Passò dalla difficoltà di applicare le conoscenze delle nuove scoperte scientifiche in una società sfinita dalla guerra, alla necessità di combattere problemi "moderni" come l'alimentazione eccessiva e sofisticata, la sedentarietà e i consumi dettati dalla pubblicità. Ma anche la necessità di far distribuire gratuitamente la tanto preziosa penicillina. Ecco la sua storia.

Bruno Pincherle su Focus Storia 152.
Bruno Pincherle su Focus Storia 152. Leggi anche il nuovo Focus Storia. © Focus Storia

ANCHE DISEGNATORE. Federica Scrimin, ginecologa all'Ospedale Burlo Garofolo di Trieste, ha dedicato due biografie a questo medico "speciale", che intrecciò la passione per la sua professione con lo studio della storia della medicina tra '600 e '900 e l'impegno politico: Libri, carte e disegni di Bruno Pincherle – Per una storia della pediatria (EUT) e Un dottore tutto matto, sulla testa un gatto, un libro per ragazzi pubblicato da Editoriale Scienza.

«La voglia di far conoscere questo personaggio è nata dall'entusiasmo, quasi dall'innamoramento, con cui le sue ex-pazienti, diventate madri e nonne, mi mostravano i "disegnini" del loro vecchio pediatra, raccontandomi le sue avventure», spiega Scrimin. Ed è proprio dalle cartelle cliniche degli anni Trenta conservate all'Ospedale Maggiore di Trieste, dalle ricette spesso corredate da schizzi e disegni tenute nei cassetti, e dagli appunti sui testi di storia della medicina che emerge l'originale, umanissima figura di Pincherle.

Malati di povertà. Nel 1929, fresco di laurea (si era diplomato all'Università di Firenze nel 1927), gli si presentò subito l'occasione per mettere in pratica quella che diventerà la cifra della sua attività di medico e di politico: prevenire le malattie, prima di curarle, agendo sul contesto sociale. Qualche esempio? Uno dei problemi più drammatici per la neonatologia di quegli anni erano le terribili diarree che colpivano i lattanti, nutriti con latte mal conservato. Dal 1901 al 1905, come riporta una relazione dell'epoca, i bambini sotto i 12 mesi morti a Trieste per gastroenteriti furono 320 l'anno. E anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale la situazione non era cambiata di molto.

Diventato responsabile del Dispensario istituito pochi anni prima sul modello delle "case del latte" create in Germania, per organizzare la distribuzione di latte sterilizzato, Pincherle si buttò anima e corpo nel miglioramento di questo servizio. Pochi anni dopo disse con entusiasmo: "Nel 1932 abbiamo distribuito 37mila litri di latte; nel 1934 39.500!". Tanto da indurre qualcuno a chiedergli: "Scusi, ma dove ha la latteria?". Dal 1931 diventò poi dipendente della Società Amici dell'Infanzia, istituto filantropico privato: non aveva preso la tessera del Partito fascista ed era di famiglia ebraica, quindi non poteva essere assunto direttamente da un ospedale, ma solo "prestato".

Un disegno del pediatra triestino Bruno Pincherle che lo ritrae mentre cade nella vasca dei pesci rossi, a un ricevimento.
Un disegno del pediatra triestino Bruno Pincherle che lo ritrae mentre cade nella vasca dei pesci rossi, a un ricevimento. Il disegno è tratto dal libro Un dottore tutto matto, sulla testa un gatto di Federica Scrimin (Editoriale Scienza). © Editoriale Scienza

CURATI A TAVOLA. Il lavoro in reparto lo mise a contatto con le malattie causate dalla povertà, e con la durezza delle condizioni di vita. «Le cartelle cliniche scritte da Pincherle raccontavano storie», osserva Federica Scrimin. «Lui descriveva le case, le stanze umide e poco soleggiate, abitate da troppe persone, le condizioni della famiglia, il problema della disoccupazione…». Spesso i neonati ricoverati non erano malati, ma abbandonati dalla madre alla nascita. Tanto che in ospedale c'era uno spazio dedicato alle balie che allattavano i figli di ignoti. E "distrofia da farina" era una diagnosi frequente: nutriti solo a base di pappine di farina e acqua, i piccoli si ammalavano per carenza di proteine, vitamine, grassi.

Non per nulla la cura in ospedale consisteva essenzialmente in una buona alimentazione: "Latte quattro volte al giorno, pappette di riso due volte al giorno, olio di fegato di merluzzo, acido ascorbico o succo di limone" era una tipica prescrizione di Pincherle dell'epoca. E non si fermava qui. Aveva persino un conto aperto in macelleria per dare un aiuto alle famiglie che non riuscivano a garantire ai figli un'alimentazione adeguata.

PENICILLINA GRATIS. C'erano poi le malattie infettive a trasmissione sessuale, come sifilide e gonorrea. Pincherle iniziò a studiare il problema dopo avere incontrato la piccola Norina, nel 1933. La bambina, a un mese di età, presentava tutti i segni caratteristici di quello che allora si chiamava "morbo gallico": le eruzioni cutanee, il naso infossato, definito "a sella", le convulsioni causate dai danni cerebrali. Pincherle stimava che almeno un centinaio di bambini ogni anno nascessero affetti da sifilide, perché le loro mamme non erano mai state curate durante la gravidanza.

A cambiare il destino di questi bambini che, trattati con disinfettanti a base di mercurio e arsenico, raramente ce la facevano fu solo la penicillina, la "muffa" con proprietà antibatteriche scoperta nel 1928 da Alexander Fleming. Dato il prezzo alto e la scarsa disponibilità di allora, nacque una sorta di mercato nero per il commercio delle fiale. Pincherle si mosse per organizzare la distribuzione gratuita. Grazie al suo impegno, nel 1946, Trieste fu la prima città in Italia in cui gli antibiotici vennero forniti gratuitamente in ospedale.

PRECURSORE IN TUTTO. Nel 1938 Pincherle fu licenziato a causa delle leggi razziali. Dopo un periodo di prigionia in un campo del Sud Italia, il 15 ottobre 1945, a guerra finita, riprese servizio alla Clinica Pediatrica di Trieste. Una nota di fine ottobre indirizzata alla Croce Rossa svizzera testimonia le condizioni in cui lavorava: "Vi sarei grato se poteste fornire la Clinica Lattanti di via Manzoni 16 di vitamina D (quattro flaconcini da mezzo litro) e medicinali di uso comune per 6.000 bambini, in particolare calcio, ferro, antirachitici, aspirina, garze, cotone".

Poi c'era la poliomielite. Prima dell'introduzione del vaccino, la malattia mieteva vittime anche in Italia. Pincherle provò a utilizzare i primi trattamenti con siero di pazienti guariti, che non sempre funzionavano. D'altra parte, ai tempi giravano anche ciarlatani che sfruttavano la credulità e la disperazione dei genitori, vendendo uno sciroppo "fatto di niente" che non aveva alcuna efficacia contro la malattia.

Sarà solo negli anni Sessanta, con l'introduzione del vaccino messo a punto da Salk e Sabin, che la poliomielite verrà definitivamente sconfitta. E per rassicurare le mamme spaventate dalle vaccinazioni da poco introdotte, Pincherle raccontava loro la storia di Jenner e del suo rimedio contro il vaiolo ricavato dalle vacche (da cui il termine "vaccino").

L'IMPEGNO POLITICO. Nel 1954 Pincherle andò in pensione: era deluso e avvilito dalla mancata carriera in ospedale per colpa del periodo di esclusione dovuto alle leggi razziali, ma continuò la pratica privata ed entrò in politica. Nel 1955, eletto in consiglio comunale, si impegnò per denunciare e cercare di risolvere i problemi concreti che notava nella sua attività quotidiana. Negli Anni '50, in Italia, la pediatria muoveva ancora i primi passi e i bambini erano curati prevalentemente da medici generici.

Con l'arrivo degli anni Sessanta, i temi scottanti diventarono le sofisticazioni e le frodi alimentari. Una battaglia personale di Pincherle fu allora quella contro le bibite gasate, e contro la pubblicità di un famoso formaggino industriale che le mamme mettevano nelle minestrine al posto di quello fresco. Denunciò anche la cattiva abitudine di far saltare ai ragazzi le lezioni di educazione fisica, tenendoli seduti in classe per intere mattine.

E, precursore come sempre, cercò di portare un po' di modernità nella barbarie di certi interventi chirurgici, battendo a varie porte perché la tonsillectomia, allora così diffusa, fosse fatta con l'anestesia, non con bambini svegli e legati, come invece si faceva. Nel 1966 gli fu diagnosticata una leucemia e il 5 aprile 1969 la malattia lo portò via agli studi e ai piccoli, amatissimi ammalati.

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Questo articolo è tratto da "Il pediatra che non c'era" di Chiara Palmerini, pubblicato su Focus Storia 152 (giugno 2019). Leggi anche il nuovo Focus Storia.

30 gennaio 2022
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