Storia

Le (s)fortunate intuizioni di Antonio Meucci

Antonio Meucci inventò le candele steariche (che non colano) e il telefono, ma non si arricchì mai. Perché? Ce lo racconta Carlo Lucarelli, un suo discendente.

Antonio Meucci: un uomo e due passioni: la scienza e la politica. E una vita avventurosa, tra Firenze, L'Avana e New York. Il tutto condito da frequentazioni politicamente più scomode che influenti, come quella con Giuseppe Garibaldi. O con il gruppo degli esuli italiani emigrati a metà dell'800 in America. Scopriamo chi era Antonio Meucci attraverso l'articolo "Il signor telefono" di Giuliana Rotondi, tratto dagli archivi di Focus Storia.

L'inventore del telefono. Degno rappresentante del genio fiorentino, Antonio Meucci (1808-1889) oggi è considerato l'inventore, oltre che delle candele steariche (che non colano), del telefono: lo ha ribadito ufficialmente una sentenza del Congresso degli Stati Uniti nel 2002, dichiarando che l'idea iniziale del "telettrofono" ("telefono elettrico"), come lo chiamò, fu sua. Nonostante il brevetto sia stato depositato per primo dallo scozzese Alexander Graham Bell. Abbiamo chiesto chi fosse veramente questo inventore giramondo a un suo discendente: Carlo Lucarelli, giallista, giornalista e sceneggiatore.

Che effetto fa discendere da Meucci? «Antonio era il nonno di mia nonna, che orgogliosamente si definiva "una Meucci". A casa mia questo indicava due cose ben precise. Da un lato esprimeva l'orgoglio di chi sapeva di discendere da un grande inventore, dall'"uomo che ha inventato il telefono", come diceva lei. Dall'altro la consapevolezza di appartenere a una stirpe di "romantici perdenti", quella dei Meucci appunto. Intelligenti, intuitivi, ribelli, ma completamente privi del cosiddetto "bernoccolo" per gli affari. Gente di ingegno, non di industria».

aveva senso pratico? «È vero che Antonio inventò il "telettrofono", ma è altrettanto vero che, sperimentato il suo funzionamento, si trovò senza i soldi necessari per depositare il brevetto. Le sue invenzioni non nascevano infatti dal desiderio di farci un business, ma dal piacere di "giocare" con la modernità.

Aveva un istinto che definirei "futurista" che lo calamitava verso le nuove tecnologie. Risultato? Si trovò senza i 250 dollari necessari a depositare il brevetto che invece aveva Alexander Graham Bell (1847-1922), scienziato e inventore scozzese immigrato negli Usa, che per decenni si prese i meriti (e i guadagni) dell'invenzione. Mia nonna al riguardo concludeva: "I Meucci son tutti ciucchi". Non hanno i piedi per terra, intendeva: sono privi di quel "pelo sullo stomaco" necessario per essere vincenti».

Com'era da giovane? «Era uno spirito inquieto. Nato nel 1808 nel Granducato di Toscana, allora come gran parte d'Italia sotto il dominio napoleonico, iniziò a 15 anni a lavorare come daziere a Porta Romana, a Firenze.

Ma già lì si fece conoscere giocando a fare lo scienziato ribelle con fuochi di artificio illegali. Finì in carcere ed entrò in contatto con alcuni carbonari.

Uscito, trovò lavoro al Teatro della Pergola come aiuto-macchinista, ma non seppe resistere alla tentazione di dire la sua in politica: aveva 23 anni quando, infervorato per i moti insurrezionali del '31 che stavano scuotendo l'Italia, strappò le foto del granduca di Toscana Leopoldo II sotto gli occhi del la polizia. Venne imprigionato una seconda volta, pagando il suo entusiasmo per gli ideali repubblicani e mazziniani. Mi piace ricordarlo come un sognatore che voleva un'Italia unita e una riforma sociale radicale che la rendesse un Paese più moderno».

Perché emigrò a Cuba? «Allora era uno spiantato, alla ricerca di lavoro. Ma con un'arte e un talento riconosciuto da rivendersi: apprezzato al Teatro della Pergola per aver inventato alcuni meccanismi di comunicazione dietro le quinte, fu preso in simpatia dall'impresario italiano Alessandro Lanari che lo raccomandò a Don Francisco, un altro impresario che stava scritturando una compagnia da portare a Cuba. Avventuriero com'era, Antonio accettò l'offerta: il 17 dicembre del 1835 la Grande compagnia italiana sbarcava a L'Avana. Meucci e la moglie erano in prima fila. Lui inizialmente lavorò al Teatro de Tacon della capitale come capo-macchinista».

Intanto studiava elettrochimica...«In quegli anni ottenne fama e ricchezza e si avvicinò al mondo dell'elettroterapia medica, inventando una macchina contro i reumatismi. Ogni esperimento era fatto a casa sua. La notizia si diffuse e in molti vennero per farsi curare, tanto che la sua dimora fu soprannominata "casa della salute".

Ma era pur sempre un Meucci, e anche questa volta gli affari si rivelarono il suo tallone d'Achille: il teatro andò a fuoco e lui si ritrovò a spasso. Il 1° maggio del 1850, per allontanarsi dall'umidità dei tropici dannosa per la salute della moglie Ester e dal rischio di un'insurrezione antispagnola che all'Avana sembrava sempre più imminente, con la moglie si trasferì a New York, più precisamente a Staten Island, un borgo della città».

A New York con gli esuli... «Meucci aveva sangue latino. Cuba poteva essere nel suo Dna, New York meno. Si fece conoscere così nella comunità italiana, fatta per lo più da esuli politici. Frequentò molti connazionali tra cui Giuseppe Garibaldi.

Per ragioni anagrafiche, non poté conoscere Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due anarchici italiani ingiustamente condannati a morte in America nel 1927, ma mi piace immaginare che se fosse vissuto al loro tempo avrebbe simpatizzato per loro.

Non era indifferente a ciò che gli accadeva intorno, insomma. Si appassionava e prendeva parte: seguendo l'esempio di Garibaldi si iscrisse anche alla massoneria. E, proprio in questi anni, progettò la sua candela stearica. Non solo: aprì una fabbrica per produrne in grandi quantità che diede lavoro a molti esuli italiani, Garibaldi incluso».

Sfortunato in affari. «Un incendio distrusse la fabbrica. Si trovò, a oltre cinquant'anni, a ripartire da zero. Non parlava inglese, sua moglie era inferma e i soldi guadagnati a Cuba si riducevano progressivamente. Provò a convertire la fabbrica di candele in una di birra, dandola in gestione a un imprenditore americano che però lo ridusse sul lastrico. Intanto si buttò a capofitto in nuove invenzioni, brevettando tra l'altro fogli di carta sbiancata ricavata dal legno a cui si interessarono molti giornali dell'epoca. Ma soprattutto dando forma al famoso telettrofono, nonno del telefono».

Cos'era il telettrofono? «Meucci lo descrisse così: "Consiste in un diaframma vibrante e in un magnete elettrizzato da un filo a spirale che lo avvolge. Vibrando il diagramma altera la corrente del magnete. Queste alterazioni di corrente trasmesse all'altro capo del filo imprimono analoghe vibrazioni al diaframma ricevente e riproducono la parola".

La prima volta che lo sperimentò era il 1854: voleva comunicare con la moglie costretta a letto per i reumatismi, mentre lui era nella fabbrica di candele. La leggenda dice che lei gli avrebbe chiesto "Meucci come stai? Vuoi che ti prepari gli spaghetti?". E che lui avrebbe sentito nitidamente la sua voce. L'invenzione prese spunto da un sistema precedente, che aveva creato quando lavorava in teatro a Firenze: un sistema di tubi che trasportava il suono da una parte all'altra del palco, per impartire le istruzioni agli operai dalla cabina di regia».

L'incidente in mare. Il 30 luglio del 1870 il destino si accanì nuovamente contro di lui: il traghetto su cui viaggiava tra Staten Island e New York prese fuoco e affondò. Meucci si salvò per miracolo, ma fu costretto in ospedale e poi all'inattività per mesi. «Appena guarì, però, realizzò nuovi apparecchi. E nel 1872 provò a depositare il brevetto del telettrofono: servivano 250 dollari.

Lui ne aveva 20. Quanto bastava per un caveat, un brevetto temporaneo da rinnovare di anno in anno.

Si diede da fare per cercare finanziatori in Italia, ma inutilmente. Presentò anche i disegni del suo telettrofono al vicepresidente dell'American district telegraph di New York, la stessa società per cui lavorava come consulente Alexander GraGraham Bell, ma andarono persi. E nel 1874 non rinnovò il caveat». Due anni dopo Bell depositò il suo brevetto.

Fu truffato da Bell? «Non si sa. Di certo per tutto il XX secolo l'invenzione è stata attribuita a Bell. Ma io sono di parte, per me aveva ragione mia nonna: Meucci fu l'unico inventore». Eppure alla fine del 1880 negli Stati Uniti c'erano 50 mila telefoni e i guadagni furono tutti della società di Bell. Anche per questo, forse, ebbero inizio le dispute legali? «Nel 1884 la Bell telephone company citò in giudizio per violazione di brevetto la Globe telephone company che commercializzò il caveat di Meucci. Nel dispositivo di sentenza si diceva che le prove parlavano chiaro: sostenevano che le parole erano state sì trasmesse, ma per via meccanica. Due mesi dopo Meucci morì. Ma la sentenza successiva gli diede ragione».

Sentenza tardiva. «Solo nel 2002 il Congresso degli Stati Uniti riconobbe, approvando per acclamazione una risoluzione presentata dal deputato italoamericano Vito Fossella dello Stato di New York, che se Meucci avesse avuto i soldi avrebbe brevettato lui il telefono. Il suo rivale, l'americano Bell che gli sottrasse la gloria e il successo, e che sull'invenzione costruì un impero economico, uscì come un profittatore da quella risoluzione».

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

13 aprile 2023 Focus.it
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