Storia

Buonanotte al dolore con l’anestesia

Con l'anestesia abbiamo detto addio al dolore, ma in passato per alleviare il male fisico o affrontare un'operazione l'uomo è ricorso ai metodi più strampalati.

Era il 30 marzo 1842 quando l'anestesia venne usata per la prima volta dal dottor Crawford Long attraverso l'uso dell'etere in una operazione chirurgica. Prima di allora per alleviare il dolore venivano usati i metodi più strampalati: botte in testa, oppio iniettato in vena con le penne d'oca usate per scrivere, supposte di tabacco... Ecco una carrellata sui metodi escogitati per non soffrire, dall'antichità ai giorni nostri.

Anestesia primordiale. Adamo fu il primo: "Allora il Signore Dio fece cadere un profondo sonno sull'uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui, e richiuse la carne al suo posto" (Genesi 2:21). Ma fu un'eccezione: per millenni i medici hanno trapanato, inciso e amputato senza preoccuparsi di addormentare il loro paziente e senza dare alcun sollievo al suo dolore. Il chirurgo ideale, secondo l'erudito romano Celso (I secolo d.C.) era un campione di freddezza e "disumanità": "Deve essere giovane, coraggioso, la sua mano deve essere ferma, e deve avere un coraggio tale per cui, determinato a guarire chi si metta nelle sue mani, non si spaventerà mai per le urla [...] come se i lamenti del malato non provocassero in lui alcun turbamento".

Fino al Rinascimento ha resistito la convinzione che la stoica sopportazione del dolore fosse indice di virilità e che urla e lamenti dimostrassero il successo di un intervento. Secondo il medico greco Ippocrate (V-IV secolo a. C.) sollevare dal dolore era addirittura una prerogativa divina. Non stupisce quindi che gli "anestesisti" antichi usassero metodi terrificanti.

Soffocare il dolore. Attprno a cinquemila anni fa gli Assiri praticavano lo strangolamento, cioè la compressione delle carotidi del paziente allo scopo di fargli perdere i sensi per mancata ossigenazione del cervello. Analoga era la forma più antica di anestesia locale: si legava strettamente un arto o un dito, riducendone la sensibilità. Per secoli, poi, una randellata in testa o un pugno alla mandibola sono stati i metodi più diffusi per rendere il malato incosciente, e quindi insensibile al dolore.

Gli Egizi, invece, furono i primi a intuire che il freddo inibisce la circolazione e la sensibilità. Raccoglievano la rara e preziosa neve delle montagne e la conservavano in speciali pozzi, per usarla in alternativa all'acqua fredda, e conoscevano la cosiddetta "pietra di Melfi", una roccia ricca di silicati che – si legge in un antico trattato – strofinata "sopra le membra che si vogliono o segare o bruciare (cauterizzare) le stupidisce senza pericolo".

Sogni d'oro. L'evolversi delle conoscenze erboristiche fece poi scoprire le proprietà sedative di narcotici come l'oppio, la mandragora e la Cannabis indica. L'oppio (dal greco ópion, "succo"), una sostanza lattiginosa ricavata dall'incisione delle pareti delle capsule non mature del papavero bianco (Papaver somniferum album), era già noto ai Sumeri nel 3500 a.C. come rimedio contro il mal di denti, e nell'antico Egitto era impiegato come tranquillante.

Anche la mandragora era un analgesico naturale: il medico greco Dioscoride (I secolo d.C.) usò per la prima volta la parola anaisthesia (in greco "mancanza di sensazioni") proprio per descrivere gli effetti narcotici di questa pianta, da usare mischiata con alcol. Effetti confermati dal naturalista romano Plinio il Vecchio: a suo dire bastava annusare una sola volta la mandragora prima di un'operazione chirurgica per cadere addormentati - ecco perché molti medici di Pompei la coltivavano nei loro giardini.

Dioscoride escogitò anche un'invenzione poi diffusa durante tutto il Medioevo: la spugna soporifera, o spongia somnifera, una vera "bomba" narcotica imbevuta di oppio, giusquiamo, cicuta, papavero e mandragora, essiccata e al momento dell'uso inumidita e legata davanti alla bocca e al naso del paziente, per addormentarlo. In realtà, secondo il medico Gabriele Falloppio (1523-1562), le cose non stavano proprio così: a piccole dosi, diceva, "la spugna non fa nulla, e a dosi maggiori uccide il paziente".

Anestesia - Ossido nitrico
Lavorazione dell’ossido nitroso (monossido di diazoto: il gas esilarante) in un’illustrazione del 1822. © Morphart Creatyion / Shutterstock

Sigari e altri veleni. Nel Medioevo la "guerra al dolore" si combatteva soprattutto con beveroni e pozioni magiche. Come quella descritta da Boccaccio in una novella del Decamerone: un giovane, amante della moglie di tal mastro Mazzeo della Montagna, beve per sbaglio "tutta una guastada di acqua che messer Mazzeo aveva preparata per un malato cui doveva cavare un osso fracido (in cancrena) da una gamba". Risultato: invece di compiere il suo dovere d'amante, l'uomo si fa una lunga dormita. Il beverone doveva infatti servire ad addormentare il malato "quanto esso avvisava di doverlo curare", cioè abbastanza a lungo perché il medico potesse intervenire.

I viaggi in America aggiunsero nuovi ingredienti ai più diffusi intrugli soporiferi. Per esempio le foglie di coca, che gli indios usavano per non avvertire la fatica e per rendere insensibili lingua e labbra, oppure la Strychnos toxifera (una liana amazzonica) descritta dall'esploratore inglese Walter Raleigh nel 1595, da cui si estrae il curaro, un miorilassante in grado di paralizzare i muscoli, usato dagli indigeni per avvelenare la punta delle frecce.

Ma sulle navi che solcavano gli oceani, i marinai del XVI secolo usavano metodi più spartani: prima di intervenire, il medico di bordo talvolta introduceva un grosso sigaro nell'ano, con la speranza che lo shock da nicotina rendesse insensibili al dolore. Più spesso si ricorreva però all'alcol, per secoli il sedativo preferito dai chirurghi.

Ubriachi e morti. «Nelle guerre dell'800 fare ubriacare i soldati feriti prima di un'amputazione era la regola», raccontava a Focus Storia Paolo Vanni (scomparso nel 2018), che fu docente di Chimica medica all'Università di Firenze e storico della Croce rossa italiana: «una storia semi-leggendaria racconta che i chirurghi militari affrontavano la sala operatoria con due bottiglie in mano, una per il ferito e una per sé, per sopportare meglio le grida degli sventurati pazienti». L'alcol infatti non era un anestetico efficace e le operazioni si trasformavano spesso in disperati combattimenti tra il malato immobilizzato dalle corde e i robusti inservienti.

Il filantropo svizzero Henri Dunant descrisse così l'esito di un'amputazione di un cavalleggero dopo la battaglia di Solferino (24 giugno 1859): "Si sente stridere l'acciaio che penetra nell'osso vivo e stacca dal corpo l'arto mezzo putrefatto: ma il dolore è stato troppo intenso per quel corpo indebolito, e i gemiti sono cessati perché il malato si è spento". Chi sopravviveva veniva aiutato a combattere il dolore con la morfina (chiamata così da Morfeo, la divinità greca del sonno), isolata nel 1805 da Friedrich Sertürner. Ma questa sostanza (anch'essa derivata dal papavero) era poco efficace contro il dolore acuto e per questo non veniva impiegata come anestetico.

Anestesia - Anestesista
Anestesista somministra ossido nitroso in un ospedale di Washington D.C. nel 1922. © Everett Collection / Shutterstock

A tutto gas. L'attacco finale contro il dolore fu sferrato a partire dalla metà dell'Ottocento, quando una nuova generazione di medici seppe far tesoro delle scoperte della chimica, della biologia, dell'anatomia e della fisiologia. Lo studio dei gas, per esempio, si rivelò fondamentale: nel 1847 il dentista americano Horace Wells (poi morto suicida tagliandosi l'arteria femorale, ma solo dopo aver stretto in bocca un fazzoletto imbevuto di cloroformio) fu il primo a sperimentare su se stesso, estraendosi da solo due denti, le virtù anestetiche del protossido di azoto (studiato da Joseph Priestley e da sir Humphry Davy nell'ultimo decennio del Settecento), fino ad allora noto come gas esilarante.

Di lì a poco un ostetrico di Edimburgo, James Simpson, utilizzò per primo il cloroformio (prodotto nel 1831 dai chimici Souberain e von Liebig) sulle partorienti. Per testare l'insensibilità al dolore usava una puntura di spillone sul piede delle donne. L'innovazione fu disapprovata dai colleghi perché, dicevano, "privava il Signore delle disperate invocazioni delle partorienti".

Ci volle, nel 1853, la nascita dell'ottavo figlio della regina Vittoria d'Inghilterra, venuto al mondo mentre la regale madre era sotto l'effetto del cloroformio, per far accettare al mondo l'uso di questo anestetico. Qualche dubbio, per la verità, era legittimo: il cloroformio, molto tossico, provocò alcune morti. E un trattato di chirurgia italiano dell'epoca raccomandava di proteggere la pelle del viso nel versarlo su una pezza piegata più volte, perché "qualche goccia, cadendo, potrebbe causare piccole causticazioni (cioè ustioni)".

Un utile sollazzo. La vera svolta nella guerra al dolore venne però con l'etere: una sostanza con gli stessi effetti "esilaranti" del protossido di azoto (per anni furono in voga "i sollazzi dell'etere"), 25-30 volte meno tossico del cloroformio e dalle caratteristiche simili a quelle di molti anestetici moderni. Il primo a sintetizzarlo, mischiando acido solforico con alcol, era stato il tedesco Valerius Cordus, che nel 1564 lo aveva battezzato "vetriolo dolce".

Risultati fenomenali. Il più rapido a coglierne le potenzialità come anestetico (e a provvedere a brevettarlo con il nome di Letheon) fu invece un dentista americano, Thomas Green Morton: il 16 ottobre 1846 nella sala operatoria del Massachusetts General Hospital di Boston (poi ribattezzata "la stanza dell'etere") diede la prima dimostrazione pubblica dell'efficacia anestetica del gas. Lo fece in modo teatrale: calò sul capo del paziente, Gilbert Abbott, seduto su una sedia di velluto rosso in attesa di essere operato dal famoso chirurgo John Collins Warren per un tumore al collo - terrorizzato come di fronte a un plotone di esecuzione - una sfera di vetro dotata di due valvole, una di entrata e l'altra di uscita, e di una spugna imbevuta di etere.

Secondo uno degli studenti presenti alla dimostrazione, l'intervento fu eseguito rapidamente, di fronte alla platea stupefatta. Al termine, Warren "si raddrizzò, il bisturi ancora in mano, più pallido del solito. La piega ironica agli angoli della sua bocca era sparita, i suoi occhi scintillavano. 'Signori', esclamò alla fine, riferendosi alla totale insensibilità dimostrata dal paziente, 'questo non è un imbroglio!'". In quell'istante la guerra al dolore aveva ottenuto la sua vittoria più importante.

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Articolo tratto da "Buonanotte al dolore", di Claudia Giammatteo, pubblicato su Focus Storia 17 (gennaio 2008). Leggi anche il nuovo numero di Focus Storia.

30 marzo 2022
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