Storia

Alcide De Gasperi: ultimo premier del regno e primo della Repubblica, raccontato dalla figlia

Poco prima di morire, nel 2022, Maria Romana De Gasperi ci concesse un'intervista in cui tratteggiava dettagli inediti del padre, lo statista Alcide De Gasperi.

Maria Romana De Gasperi, figlia primogenita, assistente personale e biografa del più grande statista italiano del XX secolo, è scomparsa il 30 marzo 2022 all'età di 99 anni. Alcuni mesi prima di morire aveva concesso a Riccardo Michelucci questa intervista sul padre Alcide De Gasperi, pubblicata su Focus Storia.

Da quel lontano 19 agosto 1954 in cui Alcide De Gasperi morì, Maria Romana ha sentito il dovere di raccontare ogni singolo dettaglio della sua vita. Ha analizzato un'enorme quantità di lettere, documenti e ricordi personali che le hanno consentito di ricostruire un'irripetibile esperienza politica in numerose opere biografiche dedicate al padre. Con il suo lavoro non si è limitata a tenere accesa una luce sulla sua memoria ma si è quasi trasfigurata in lui fino a mantenerlo in vita, in un certo senso, fino ai giorni nostri.

Chi era Alcide De Gasperi?

Era un uomo dotato di una coscienza e di una dirittura morale straordinarie. Infatti, nessun avversario politico ha mai trovato qualcosa di negativo sulla sua vita tale da poterlo compromettere o colpire sul piano personale. Ed era anche un intellettuale che in carcere scriveva lettere in latino. Durante il fascismo la mattina lavorava in Vaticano come bibliotecario, nel pomeriggio traduceva testi in tedesco dettando le frasi ad alta voce a nostra mamma, che le batteva a macchina. Noi bambine dovevamo stare in silenzio e non fare rumore per non disturbarli. Quando era presidente del Consiglio la sera si rilassava leggendo le egloghe di Virgilio in latino e l'Anabasi di Senofonte in greco.

Cosa vuol dire essere figlia di De Gasperi?

Quando ero bambina essere la figlia di De Gasperi non significava niente di particolare, perché lui non ci aveva raccontato niente della sua vita di prima, la politica, la lotta antifascista, il carcere e tutto il resto. Quando divenni un po' più grande cominciò a chiedermi di portare pacchi di lettere a un vicino che abitava al piano di sotto. Poi qualche giorno dopo mi chiedeva di andarli a riprendere. In seguito capii che avveniva quando c'era qualche manifestazione del fascismo o visite di ospiti stranieri che il duce riceveva in città, e si temevano arresti e perquisizioni. Quelle carte contenevano la sua storia, a partire da quella vissuta durante il periodo austro-ungarico e dovevano essere messe al sicuro.

Ed essere figlia di un antifascista?

Quando dovetti iscrivermi alla prima media, a undici anni, mia madre andò a parlare con i presidi di alcune scuole pubbliche di Roma dicendo che le sue figlie non avrebbero preso la tessera di "piccole italiane" del partito fascista.

Si rifiutava categoricamente. Nessuna delle scuole pubbliche ci ammise e fummo obbligate a frequentare soltanto istituti religiosi privati.

Cosa diceva suo padre del fascismo?

Del regime aveva un'idea terribile. In un piccolo quaderno annotava tutte le cose negative, che lo facevano soffrire, come i sacerdoti che benedivano i gagliardetti e i cattolici che mettevano in mostra i simboli fascisti. Del duce non parlava praticamente mai. Ricordo solo una volta, davanti a una folla di sostenitori in Liguria che picchiavano le mani sul vetro della macchina per invitarlo a fermarsi. Mi disse: capisco Mussolini. È difficile rendersi conto se fanno così perché hai fatto qualcosa di buono o perché sei il capo. Credeva che la vanità fosse un'insidia per un politico.

Cosa successe quando Roma fu occupata?

Quando Roma fu occupata dai nazisti mio padre rischiò di finire male. Si nascose in San Giovanni in Laterano con altri politici, tra i quali anche il socialista Pietro Nenni. Ma poi dovettero andarsene perché la polizia tedesca aveva iniziato a fare retate negli istituti religiosi alla ricerca di ragazzi che si travestivano da preti per non andare a combattere contro gli Alleati. Trovò rifugio in una stanza offertagli da monsignor Celso Costantini, all'epoca segretario di Propaganda Fide (la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli).

Lei collaborò con la Resistenza?

Cercai di fare qualcosa contro il regime e quindi di impegnarmi contro i nazisti, i fascisti e la guerra, come tanti altri giovani dell'epoca. Con i miei amici dell'università diffondevamo pubblicazioni e volantini antifascisti. Li gettavamo di corsa, contando sull'effetto sorpresa e poi fuggivamo via in bicicletta. Il poco che ho fatto era sostenuto dalla leggerezza degli anni giovanili, non li ho mai considerati atti di eroismo. Tenevo i collegamenti con i politici che avevano combattuto il fascismo o andavo a nascondere nelle grotte della campagna romana le armi che ci consegnava il Comitato di Liberazione. Dopo la guerra volevano darmi una medaglia ma mio padre disse che non era il caso.

Come ricorda la Liberazione?

Ero a Roma e la notte prima non c'eravamo quasi accorti dell'arrivo delle truppe statunitensi. Vivevamo dietro San Pietro e ho un ricordo vivido dei soldati tedeschi che se ne andavano verso la via Aurelia. Subito dopo mio padre pronunciò un famoso discorso ai partigiani, che suonò come un appello all'unità per il bene del Paese. "Aiutateci a superare lo spirito funesto delle discordie", disse loro. "Adesso è il momento di lasciar cadere il risentimento e l'odio; si deve perdonare".

Lui teneva molto allo spirito unitario del 25 aprile.

Quando iniziò il lavoro con suo padre?

Lo seguii già a Salerno, dove dal febbraio 1944 si insediò il governo provvisorio dell'Italia che stava uscendo dall'era fascista. Erano rappresentati tutti i partiti, ma di figure davvero preparate per la politica ce n'erano poche. Ero l'unica donna e avendo studiato dattilografia mi fecero redigere testi non solo per lui e per la Democrazia Cristiana ma anche per gli altri partiti. Era un governo molto povero, che rifletteva la situazione del Paese. Quando eravamo a tavola, nella villa che aveva accolto tutti i ministri e i collaboratori, anche il cibo era scarso. Si respirava un clima di povertà ma anche di profonda dignità.

L'Italia era una nazione allo stremo, che aveva partecipato alla guerra dalla parte sbagliata e doveva ricominciare da zero facendo un lavoro enorme al fianco degli Alleati. Si percepiva un pressante bisogno di tornare a essere ascoltati nello scacchiere internazionale. Ci riuscimmo a poco a poco, con grandi sacrifici e tanto lavoro.

Lei non guadagnava niente?

Certo. Mio padre riteneva che in famiglia non dovesse esserci più di uno stipendio pubblico. Quella grande foto che tengo sulla scrivania ritrae mio padre con una dedica, "alla mia cara segretaria e compagna d'America".

Si riferisce al viaggio del 1947?

Sì. Il 4 gennaio di quell'anno mi imbarcai con mio padre, che allora era presidente del Consiglio, sull'aereo che ci portò per la prima volta negli Stati Uniti. Fu un viaggio molto complicato, perché a quei tempi gli aerei erano dei vecchi quadrimotori che volavano molto bassi e facevano un rumore infernale. Quando attraversammo l'oceano le condizioni meteorologiche si fecero molto brutte e l'aereo ebbe una serie di movimenti spiacevoli. Non fu una visita ufficiale, perché non avevamo ricevuto alcun invito da parte di Washington, ma mio padre cercò in tutti i modi di avvicinare il governo degli Stati Uniti.

All'epoca il nostro Paese versava in una situazione molto difficile, l'intera Italia del Sud era distrutta ed era molto difficile far comprendere una situazione simile agli statunitensi perché loro, pur avendo partecipato alla guerra, non avevano conosciuto la morte e la distruzione in casa loro. C'è chi ha sostenuto che in quel viaggio De Gasperi fosse andato a trattare con gli Stati Uniti l'esclusione dei comunisti dal governo in cambio degli aiuti economici. Non andò assolutamente così. L'obiettivo era quello di conquistare una stima e una fiducia che subito dopo la guerra non erano affatto scontate.

Lui descrisse la situazione italiana e disse che per mantenere la nostra libertà avevamo bisogno di un aiuto concreto e immediato, altrimenti non ce l'avremmo mai fatta. Ricordo la fatica di dover partecipare a un numero enorme di incontri e appuntamenti ogni giorno. Mio padre era capace di riposare per appena un quarto d'ora, si sedeva su una poltrona e si imponeva di dormire per soli quindici minuti.

Rischiò di tornare a mani vuote?

Sì, continuavano a farci incontrare persone ma di aiuti non parlavano mai. La richiesta che la nostra ambasciata aveva inoltrato per un aiuto concreto continuava a non ricevere risposta. La penultima sera mio padre mi disse sconsolato: "temo proprio che torneremo a casa senza niente". Rimanevano solo un paio di riunioni e lui aveva perso ogni speranza, invece l'ultimo giorno gli fu consegnato un assegno da cento milioni di dollari che ci consentì di tornare in patria con gli aiuti. Anche i comunisti, inizialmente scettici, dovettero ricredersi. Invece l'Europa unita fu il suo grande rimpianto politico, perché non riuscì a ottenere il via libera alla Comunità europea di difesa (un'unità politico-militare tra Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi).

Perché un esercito europeo?

Lui, il francese Robert Schumann e il tedesco Konrad Adenauer erano grandi uomini politici che avevano sofferto nelle guerre di inizio secolo ed erano accomunati da un profondo amore per la propria terra e per la libertà. Volevano a tutti i costi creare un esercito europeo per sviluppare una forza difensiva capace di porre le fondamenta di una comunità politica europea.

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

19 agosto 2023 Focus.it
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