Storia

San Francesco, il frate rivoluzionario nel nome di Dio

Il 3 ottobre 1226 morì San Francesco. Il poverello d'Assisi riuscì, con la sua dottrina, a lottare contro la corruzione della Chiesa. Diventò Patrono d'Italia nel 1939.

San Francesco si spegneva il 3 ottobre 1226 nella piccola chiesa della Porziuncola, vicino ad Assisi. Il suo Cantico delle Creature, scritto due anni prima di morire, è il testo poetico più antico della letteratura italiana. Il frate che è diventato patrono d'Italia non era tanto diverso dai predicatori "eretici" del suo tempo, ma riuscì a scampare roghi e stragi di massa grazie alle sue doti diplomatiche.

Il mito del Poverello. Indovinello: in una cittadina del Medioevo uno spensierato e danaroso mercante di stoffe si converte all'ideale evangelico e comincia a vivere in semplicità e fratellanza, cambia vita e dona ai poveri tutto quello che ha, tanto da essere costretto - narrano le cronache - a "mendicare in pubblico, come gli altri poveri, nella città dove aveva brillato per gloria e onore, sotto gli occhi atterriti dei suoi concittadini"; e presto quell'uomo raduna un gruppo di seguaci. Chi è? Se avete pensato a san Francesco, ricredetevi: il Poverello d'Assisi nascerà una decina di anni più tardi.

Questi fatti, descritti dal manoscritto del 1170 circa Liber visionum et miraculorum, si svolsero in Francia, a Lione. Protagonista è Valdo di Lione, al cui movimento (ispiratore dei valdesi attuali) la Chiesa di Roma chiuderà le porte nel 1184 col suggello dell'eresia. Destino per altro comune a molti movimenti pauperistici, che predicavano cioè il ritorno alla povertà. Per loro ci saranno roghi e stragi di massa (nel 1208, quando Francesco aveva 27 anni, fu bandita la crociata contro gli albigesi). A dispetto delle notevoli somiglianze con gli eretici del tempo e con le loro idee, a partire dalla pretesa di usurpare le prerogative dei preti predicando da laici (quali erano Francesco, diventato diacono solo più tardi, e i suoi compagni), il Poverello sfuggì però a questo destino. Che cosa trasformò una potenziale vittima della neonata Inquisizione in un simbolo del cattolicesimo?

San Francesco  nella Chiesa di San Damiano, Assisi
"Pregando il beato Francesco dinanzi all'immagine del Crocifisso, dalla croce venne una voce che disse tre volte: 'Francesco, va', ripara la mia chiesa che tutta si distrugge'". (Legenda maior). Nell'immagine, "Preghiera di san Damiano", affresco delle Storie di san Francesco di Giotto, nella Basilica superiore di Assisi. © Wikipedia

Obbediente alla chiesa. Alfonso Marini, docente di Storia medievale alla Sapienza di Roma ed esperto francescanista, non ha dubbi: «Come atteggiamento Francesco era molto vicino ai movimenti ereticali del XII e XIII secolo, però sin dagli inizi la sua vicenda spirituale si muove nel solco di un'assoluta obbedienza alla Chiesa». Anche prima della rottura con suo padre, Pietro Bernardone, si ritiene che fosse in contatto con il vescovo di Assisi, Guido, e che nella sua ombra avesse già fatto con discrezione una prima scelta ecclesiale, quella di "penitente".

«Lo confermerebbe anche una fonte di Assisi, la cosiddetta Leggenda dei tre compagni», prosegue l'esperto. «In questa biografia, non ufficiale ma credibile, si legge come i consoli della città (l'autorità civile nei comuni medioevali, ndr), cui un esasperato Pietro Bernardone si era rivolto per denunciare le stranezze del figlio, si professassero incompetenti demandando la questione al vescovo. Francesco era già in qualche modo "proprietà" ecclesiastica». La classica immagine di Francesco "giullare di Dio", guardato dai coetanei benpensanti come un hippy ante litteram, convive dunque con il gene della fedeltà al papa scritto nel suo "Dna spirituale". In questa prospettiva si inserisce, al di là dell'agiografia, il viaggio a Roma del 1209-10.

Un uomo prudente. Contro le sue stesse aspettative, Francesco catalizzò attorno a sé un primo gruppo di seguaci: con lui erano 12 in tutto, un numero forse simbolico. Questo poteva destare sospetti. Così sentì l'esigenza di ottenere dal papa il benestare al "proposito di vita" della sua fraternitas (il gruppo di discepoli). Il suo interlocutore era Innocenzo III, persecutore inflessibile, ma anche uno stratega che puntava a recuperare a ogni costo gli eretici alla causa della Chiesa. In quegli "uomini penitenziali di Assisi", i futuri francescani, che gli si accostavano con assoluta deferenza, il pontefice intuì qualcosa, forse l'occasione - che si rinnoverà di lì a pochi anni con i domenicani - di mostrare ai fedeli un'alternativa ortodossa al modello di vita e di fede dei movimenti ereticali.

Concesse molto a Francesco, sebbene con prudenza: un'approvazione (verbale) e l'autorizzazione a predicare da laici, limitata però con un abile escamotage giuridico a edificanti sermoni "penitenziali", che non si sovrapponessero cioè alle prerogative del clero in materia di dottrina. Regista di questa manovra politica fu in parte il vescovo Guido, che - con atteggiamento ben più aperto di quello tenuto dai presuli di Lione di fronte a Valdo - pare abbia preparato al suo protetto la strada verso l'udienza con il pontefice. Ma decisivo fu soprattutto l'atteggiamento obbediente di Francesco, che anche nel suo testamento ribadirà di volere i suoi frati idiotae e subditi, "ignoranti e sottomessi" a tutti: persino ai sacerdoti "poverelli di questo mondo", cioè il clero meno sapiente.

Un caso politico. Quella di Francesco fu dunque una mossa diplomatica? «Può darsi, perché certamente era un semplice ma non un sempliciotto», risponde Marini. «La decisione di andare a Roma potrebbe anche nascondere la necessità di coprirsi le spalle e di non essere confuso con gli eretici, garantendosi così la possibilità di predicare e assicurando un futuro al suo movimento. Nel 1217 chiese persino che un cardinale della curia vigilasse sull'ordine in qualità di protettore».

Nonostante il futuro santo fosse destinato a diventare un baluardo contro le eresie, trovare nella vita e nei testi di Francesco un avallo alle violenze della repressione è impresa ardua. «La sua fu sempre e comunque una predicazione di pace. Non usò mai la parola "eretico" nei suoi scritti, solo nel testamento troviamo un passaggio duro nei confronti dei suoi confratelli qui non sint catholici, che avevano cioè "deviato". Al dualismo dei càtari - che erano sì poveri, ma per disprezzo verso la materia, considerata ricettacolo di ogni male - Francesco rispose non con invettive ma con un inno "programmatico" alla vita, il Cantico delle creature».

San Francesco - Basilica Assisi
Gli interni della Basilica di san Francesco ad Assisi. © Angelo Chiariello / Shutterstock

Pericoli in vista. Una volta accettato, l'ordine rischiava però di diventare troppo "istituzionale". E Francesco era umile, ma uomo di carattere. Voleva "vivere secondo la forma del santo Vangelo": una forma tutta sua, non omologata a tradizioni preesistenti come quella monastica, che al mondo sostituiva il chiostro. Ribadì di aver ricevuto da Dio la chiamata a essere "unus novellus pazzus in mundo", un "nuovo pazzo" con un'identità refrattaria a confondersi con altre esperienze. È proprio questa, forse, la chiave per capire le sue mosse di fronte alle mutazioni cui andavano incontro i francescani.

In pochi anni, infatti, l'Ordine dei frati minori crebbe, espandendosi anche fuori dall'Italia. A indossare il saio francescano arrivavano nuovi confratelli di ceto e cultura superiore, che non avevano neanche mai visto il fondatore della loro fraternitas, più sensibili all'influenza della curia romana. Una curia che, preoccupata dall'atteggiamento dei confratelli più rigoristi verso proprietà privata e stile di vita degli ecclesiastici, premeva per avere francescani più organizzati e "in riga".

Il grande compromesso. Il movimento iniziò a burocratizzarsi: arrivarono i conventi, un ministro generale, i ministri provinciali. Già nel 1219 Francesco era stato raggiunto in Terrasanta, dove si trovava per cercare di convertire il sultano, dalla notizia che alcuni suoi vicari stavano introducendo norme lontane dallo spirito originario. Nel 1221 respinse gli inviti di qualche confratello a surrogare da altri ordini religiosi una Regola già pronta e approvata. Dovette comunque redigerne una, rifiutata però da Roma. Lo spettro dell'eresia si stava riavvicinando. A una nuova versione misero allora mano confratelli più colti di Francesco, e forse lo stesso cardinale di Ostia, Ugolino di Anagni, futuro papa Gregorio IX. E nel 1223 arrivò l'agognata approvazione di Onorio III.

Fu un compromesso al ribasso: slancio missionario ridimensionato, clericalizzazione del movimento, predicazione subordinata al placet del ministro generale e del vescovo. I caratteri "eretici" erano ormai stemperati. Francesco reagì con l'isolamento. Già nel 1220, quando la "gabbia" della gerarchia era in costruzione, se ne chiamò fuori affidando il governo dell'ordine ad altri: l'amico Pietro Cattani, quindi frate Elia. Era malato e quasi cieco per una congiuntivite tracomatosa, contratta in Oriente e maldestramente "curata" con un ferro arroventato. Uno dei racconti sulla sua vita, la Compilazione di Assisi, riporta l'amara confidenza fatta a un confratello: "Se i frati camminassero ed avessero camminato secondo la mia volontà, non vorrei, per la loro consolazione, che avessero altro ministro che me".

Fallimento e delusione. Dalla stessa autorevole fonte apprendiamo che Francesco soffrì per oltre due anni di "una gravissima tentazione dello spirito". «Non certo la lusinga di un tardivo ritorno al mondo», spiega Marini. «Piuttosto, l'insidia psicologica di considerarsi in qualche modo un fallito». Un'amarezza che rischiava di sconfinare nella depressione. Come riporta ancora la Compilazione, "molte volte si sottraeva alla compagnia dei fratelli, poiché non era in grado di mostrarsi loro lieto come era solito".

Uscì dalla crisi, stando alle fonti, soltanto con la fiducia nell'approvazione divina simboleggiata dalle stimmate. «Di certo c'è che l'ultima parte della vita di Francesco - dalla sacra rappresentazione di Greccio nel 1223 fino al Cantico delle creature redatto in volgare, caso unico tra i suoi scritti - fu segnata da un aprirsi e un agire sempre più al di fuori del suo ordine, sublimandone in qualche modo i comportamenti deludenti con il proprio carisma e la propria spiritualità». Tornando, quindi, a quella "eresia" originaria.

San Francesco - Statua
La statua di san Francesco a Scanno, in Abruzzo. © Paoloesse / Shutterstock

Vittime e carnefici. Nel 1226 Francesco morì. L'eretico mancato si era trasformato in eroe della Chiesa e i suoi "eccessi" sembrarono disinnescati. Eppure il fantasma dell'irrequietezza continuerà ancora a infestare per secoli la famiglia francescana, subito divisa tra gli "zelanti" (detti più tardi spirituali, cioè i più fedeli alla povertà delle origini) e i conventuali, appoggiati da Roma. Era l'inizio di una disputa che toccò punte al calor bianco tra Duecento e Trecento, quando buona parte dei francescani fedeli alla Chiesa fu arruolata tra gli inquisitori.

L'Inquisizione, da parte sua, farà salire sul banco degli accusati francescani del calibro (teologico) di Guglielmo da Ockham e dello stesso ministro generale Michele da Cesena. Nel 1318 la tomba di Pietro di Giovanni Olivi, il fondatore degli spirituali, fu distrutta per ordine del pontefice e il suo allievo Ubertino da Casale fu costretto alla clandestinità. Solo a fine Ottocento papa Leone XIII riorganizzerà il movimento in tre ordini: frati minori, conventuali e cappuccini. Ciascuno interprete di uno dei volti di san Francesco: che fu l'unico, però, capace di far convivere in una sola persona i tratti del conformista e quelli del rivoluzionario. 

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Questo articolo è tratto da Eretico Mancato, di Adriano Monti Buzzetti Colella, pubblicato su Focus Storia Collection - Medioevo e Rinascimento (autunno 2015), disponibile solo in formato digitale. Leggi anche l'ultimo numero di Focus Storia.

3 ottobre 2021
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