Storia

Pompei, l'antica città delle meravigliose sorprese

A Pompei è riemersa intatta una stanza riservata agli schiavi. È solo l'ultima delle tante scoperte archeologiche che ci raccontano la storia della città vesuviana.

Pompei non finisce mai di stupire. L'antica città che ci rivela la vita quotidiana degli antichi Romani di quasi 20 secoli fa, continua a offrire nuove scoperte. Un esempio recente? Nella villa di Civita Giuliana, alle porte di Pompei, dove era già emerso il carro cerimoniale con i resti di tre magnifici cavalli bardati, è stata scoperta una stanza probabilmente destinata agli schiavi che lavoravano nella villa, in ottimo stato di conservazione. Nell'angusto spazio di 16 mq, con una sola piccola finestra, tra i vari reperti sono stati rilevati tre letti di legno e corde  (di cui uno più piccolo, destinato a un ragazzo o a un bambino), un vaso da notte ancora accanto a un giaciglio, e un baule di legno con oggetti metallici e di tessuto. 

Le rivelazioni della città sepolta. Del resto, le ricerche archeologiche degli ultimi 20 anni hanno riservato più di una sorpresa. La città, anzitutto, fu romana solo dall'80 a.C., quando diventò colonia, al 24 ottobre del 79 d.C., giorno della sua distruzione. In sei secoli di storia, a Pompei si parlò e si scrisse in latino per 160 anni in tutto: ve lo immaginavate? Fino alla romanizzazione, il fertile pianoro ai piedi del Vesuvio era stato un fiorente centro dei Sanniti, dovesi parlava la lingua di questo popolo dell'interno degli Appennini e si scriveva in osco, la scrittura dei primi abitatori della Valle del Sarno.

«L'80% della Pompei su cui camminiamo oggi risale al II secolo a.C., la tarda epoca sannitica. Lo abbiamo scoperto grazie agli scavi stratigrafici effettuati dal 2000 al 2015 da università di tutto il mondo», spiega Fabrizio Pesando, docente di Archeologia e Storia dell'arte romana all'Università L'Orientale di Napoli. «Quando i Romani vinsero l'assedio a Pompei, che si era schierata contro Silla durante la Guerra sociale, colsero il frutto finale di un lungo periodo di urbanizzazione e costruirono solo gli edifici in cui si riconoscevano, come l'Anfiteatro, il Tempio di Venere e il Capitolium».

Pompei fu fondata intorno al VII secolo a.C. dagli Oschi, una popolazione arcaica della Valle del Sarno, che si insediò alle pendici meridionali del Vesuvio, non molto distante dal fiume, allora navigabile. Di loro conosciamo pochissimo, sono rimaste soltanto grandi necropoli con tombe a fossa nella vallata di provenienza e cocci dell'Età del ferro. Più tardi, l'insediamento, divenuto un importante snodo commerciale, fece gola alle mire espansionistiche degli Etruschi.

L'alleanza con Roma. Infine, a dominarla arrivarono i Sanniti, popolo di guerrieri che diede del filo da torcere ai Romani fino al 308 a.C., anno in cui furono definitivamente sconfitti a Nocera. A quel punto Pompei divenne una città foederata. In pratica, il centro vesuviano continuò a governarsi autonomamente dal punto di vista amministrativo e culturale, ma fu costretto a stipulare un'alleanza perpetua con Roma, e a cederle la gestione della politica estera.

In compenso i pompeiani riuscirono a entrare nel circuito commerciale dell'Urbe: dopo le vittorie contro Cartagine, il Mediterraneo era sempre più sotto il controllo romano, le merci vi circolavano liberamente e la città foederata arrivò a esportare il vino e l'olio che produceva fino in Provenza e in Spagna. Inoltre avviò un importante traffico con l'emporio sull'isola greca di Delo, nell'Egeo, crocevia dello scambio internazionale di merci e di schiavi.

Il Tempio di Giove e la Palestra Sannitica. Risultato? Dal III al II secolo a.C. a Pompei, con la crescita della ricchezza, si sviluppò un forte impulso architettonico di ispirazione ellenistica. La cinta muraria fu ingrandita e sorsero importanti edifici come il Tempio di Giove, quello di Iside (testimonianza dei legami con l'Oriente), il Foro Triangolare, la Palestra Sannitica e un teatro in muratura. Persino la Casa del Fauno, una delle più vaste e celebri dell'odierno sito archeologico, risale al120-110 a.C. «Apparteneva a un ricco e colto sannita che si sentiva già romano, tanto che ha scritto Ave all'entrata. Sicuramente parlava il latino come lingua internazionale, e conosceva la cultura ellenistica e l'Oriente», spiega Pesando.

Nell'ultimo secolo di autonomia, in effetti, i pompeiani si ispirarono sempre più a Roma. Indossavano anche loro la toga, come facevano pure i Lucani delle tombe dipinte a Paestum. Ma dopo l'assedio dell'80 a.C., la situazione per i nativi della città vesuviana divenne più difficile. Con la fondazione della colonia romana arrivarono infatti 2.000 veterani di Silla, soldati di lungo corso e fedeli al nuovo dittatore di Roma, con le relative famiglie. Per far loro posto, partirono espropriazioni di case, confische di terreni, condanne all'esilio: a poco a poco la comunità sannita, benché più numerosa, fu emarginata e vennero imposti profondi cambiamenti nella cultura e nel costume.

Le case dei Sanniti e quelle dei Romani. Il latino divenne la lingua comune anche peri documenti e la vita delle istituzioni, nell'arte arrivarono il ritratto individuale e soprattutto i monumenti sepolcrali destinati al titolare e alla sua ristrettissima cerchia familiare. Anche le case cambiarono: i ricchi Sanniti le preferivano con esposizione sulla via, mentre i Romani "d'importazione" costruivano dimore con patii interni e decorate con stili pittorici che venivano dall'Urbe, sconosciuti a Pompei.

La Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum – come si chiamava Pompei in latino – con le vicine Stabia e Oplonti divenne una meta di villeggiatura tra le preferite dal patriziato romano. In età imperiale molte famiglie della cerchia di Augusto si trasferirono qui e sorsero eleganti luoghi di culto, come l'Edificio di Eumachia, fondato dalla sacerdotessa omonima.

Otium e luxuria. Il rinomato buen retiro alle pendici del Vesuvio era sempre più simile a Roma, in versione più piccola e lussuosa: in questo periodo venne istituito il culto dei Cesari nel Foro e sorsero anche le magnifiche ville in cui i grandi aristocratici di Roma (ne ebbe una persino Cicerone) venivano a praticare l'otium e la luxuria, il piacere del lusso sfrenato, come racconta anche Petronio nella Cena di Trimalcione. Ma fu davvero quella la città che nel 79 d.C. la terribile furia del Vesuvio seppellì sotto cenere, lapilli e pomici? Anche qui ci aspetta una sorpresa.

Si sa ormai molto dell'eruzione e delle ultime ore dei pompeiani. Pochi invece ricordano che 17 anni prima, nel 62 d.C., un devastante terremoto distrusse gran parte della città. Eppure fu una tragedia tale, che Seneca aggiunse ai suoi trattati un libro sui terremoti ispirato proprio da quel sisma. La città entrò in una lunga fase di ricostruzione che durò fino al fatale 24 ottobre del 79 d.C. Andavano ripristinate le strade principali, ricostruite le facciate, gli edifici religiosi e quelli civili. Il Tempio di Venere, protettrice della città, non si fece nemmeno in tempo a rimetterlo in piedi prima dell'eruzione.

In questa fascia di tempo molti si trasferirono nella vicina Ercolano e altri lasciarono per sempre le ville per luoghi più sicuri», continua Fabrizio Pesando. «La mole di lavoro era tale, per una città di media grandezza,che servì manodopera da fuori. Ecco perché abbiamo l'idea di Pompei come una città brulicante di persone che mangiano a ogni ora, entrano ed escono dalle case e si divertono in uno dei tanti bordelli. La città dell'amore, del piacere e del cibo era in realtà come tutti i luoghi in ricostruzione, anche quelli di oggi, dove le uniche attività aperte sono i bed and breakfast, i ristoranti, i negozi di prima necessità per chi viene da lontano».

Fu quel grande cantiere la Pompei sepolta dall'esplosione del Vesuvio e consegnata all'ammirazione delle generazioni future: una città popolata di artigiani, manovali, ristoratori, con ben 25 bordelli attivi. Roma, invece, l'anno dopo inaugurò con sfarzo imperiale l'Anfiteatro Flavio, il futuro Colosseo, e si avviò a trasformarsi in una grande capitale destinata a non morire mai.

Tratto da Pompei, tutta un'altra storia, pubblicato su Focus Storia 175 (maggio 2021). Leggi anche il nuovo Focus Storia in edicola!

19 novembre 2021 Irene Merli
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