Nelson Mandela: 30 anni fa tornò un uomo libero

L'11 febbraio 1990 Nelson Mandela fu rimesso in libertà, dopo 27 anni di carcere: una giornalista, testimone dell'evento, racconta quel giorno.

Nelson Mandela, 1994
Nelson Mandela con i membri del Congressional Black Caucus nell'ottobre 1994. | Wikipedia

L'11 febbraio del 1990 Nelson Mandela usciva di prigione dopo 27 anni: sarebbe diventato il primo presidente nero del Sudafrica. Aveva 44 anni quando era entrato in carcere per il ruolo di primo piano che svolgeva nella lotta (anche armata) contro l'apartheid in Sudafrica. Ne aveva 71 quando, ormai icona planetaria della battaglia contro la segregazione razziale e simbolo di resistenza e determinazione inattaccabili, tornò un uomo libero.

 

Giornata storica. Quel giorno, in mezzo alla folla riunita davanti al carcere di Victor Verster, l'ultimo in cui fu rinchiuso, tra i corrispondenti in arrivo da tutto il mondo c'era anche Sahm Venter, giornalista di Johannesburg, poi ricercatrice alla Nelson Mandela Foundation e curatrice di Lettere dal Carcere, la raccolta di missive scritte da Mandela nei suoi anni di prigionia (pubblicata in Italia da Il Saggiatore).

 

In una di queste si legge: "Il compito principale che abbiamo è il rovesciamento della supremazia bianca in tutte le sue ramificazioni e l'istituzione di un governo democratico in cui tutti i sudafricani, indipendentemente da posizione sociale, colore o convinzioni politiche, vivranno fianco a fianco in perfetta armonia".

 

 

Questo articolo di Francesca Ghirardelli è tratto da Focus Storia n.160. Sfoglia l'anteprima digitale! | Focus Storia n.160

Dal 1964 nessuno, al di fuori di carcerieri e carcerati, lo aveva più visto. Quel giorno di febbraio del '90 gli occhi del mondo tornarono a posarsi su di lui: cosa ricorda di quelle ore?

 

Il giorno precedente l'allora presidente Frederik Willem de Klerk aveva annunciato il rilascio di Mandela. Lavoravo in quel periodo per l'Associated Press, mi dissero che ai media non sarebbe stato permesso di raggiungere la prigione, ma il mattino seguente, quando arrivai, c'erano centinaia di persone. Un amico della Cbs aveva noleggiato un furgone con un cestello elevatore e mi permise di stare sul mezzo, rialzata da terra, con una buona visuale. La giornata era caldissima. Rimanemmo lì a lungo, gli occhi fissi verso la prigione.

 

A un certo punto tra la folla ho visto un uomo alto, con i capelli grigi e un pugno alzato in aria. Ho capito che era lui (sospira e resta in silenzio, ndr). Mi emoziono sempre a raccontarlo: non potevamo crederci. In Sudafrica vigeva uno stato di emergenza, in pratica la legge marziale, c'erano proteste a cui la polizia reagiva con violenza. Prima di quel giorno non saremmo mai stati autorizzati a radunarci in grandi assembramenti, ma lì c'era gente ovunque. Capimmo che saremmo stati liberi.

 

Cosa significava vivere in un regime di apartheid?

Da bambina ho assistito all'arresto di molte persone di colore: i cittadini neri erano costretti a dotarsi di pass speciali che davano loro il permesso di trovarsi nelle aree per bianchi. La polizia li sottoponeva a controlli casuali. Tutto era organizzato lungo linee razziali: scuole, cinema, parchi. Sono stata fortunata perché frequentavo un istituto progressista che dopo il 1976 aprì le porte a tutti gli studenti indistintamente, il che era illegale. Il preside ci disse di prepararci a possibili raid della polizia.

 

Dopo il rilascio di Nelson Mandela, lei ha visitato insieme a lui e ad altri giornalisti la sua cella...

Eravamo un gruppo di quattro persone perché la cella era troppo piccola. Eravamo in piedi con lui mentre ci spiegava come la porta venisse chiusa dal pomeriggio fino al mattino seguente. All'interno c'erano solo un secchio per la toilette e un tavolino di fortuna. Ci raccontò che quando si distendeva per dormire, la testa toccava un'estremità della stanza e i piedi l'altra. Gli chiesi cosa facesse, per tanto tempo, ogni giorno. Leggevo e scrivevo lettere, mi rispose. In seguito, lavorare alla raccolta delle sue lettere mi ha aiutato a capire fino a che punto la parola scritta rappresentasse, per lui, la libertà.

 

 

 

Nei 27 anni di prigionia Mandela lottò perché fosse rispettata la dignità sua e degli altri prigionieri. E coltivò la convinzione che ci fosse un "barlume di umanità" anche nei suoi nemici. Come riuscì a non odiarli?

In carcere prese la decisione di non permettere a nessuno di sottrargli la dignità. E d'altra parte trattava ugualmente con dignità i suoi nemici, convinto che ogni uomo sia potenzialmente buono. Conservo un ritaglio di giornale che racconta un aneddoto: il presidente Bill Clinton chiese a Mandela se uscendo di prigione non avesse provato rabbia. Mandela rispose che, certo, era stato arrabbiato, ma che se lo fosse rimasto sarebbe stato come restare dietro le sbarre.

 

Si giunse al rilascio perché un canale di dialogo con il governo era stato aperto già in precedenza. Quanto quei contatti erano noti pubblicamente?

Nel 1985 Mandela finì in ospedale per un'operazione alla prostata. Winnie Mandela, allora sua moglie, prese un aereo per raggiungerlo. Accadde che nella business class del velivolo stesse viaggiando anche il ministro della Giustizia Kobie Coetsee. La donna gli si sedette accanto e lo invitò a fare una visita al marito. Coetsee lo fece, ma di questo e di altri incontri abbiamo saputo solo in seguito. Così vennero piantati i semi dei successivi negoziati. Poi arrivò l'incontro con il presidente Pieter Willem Botha, uomo duro, temuto dai suoi stessi ministri. Mandela lo incontrò in segreto. Quando Botha ebbe un colpo apoplettico nel 1989, fu il successore Frederik Willem de Klerk a incontrare Mandela. Tutto questo accadeva dietro le quinte.

 

Una volta libero, Mandela vinse le elezioni presidenziali. Il suo governo incluse i suoi ex oppressori. Come giudica gli anni di presidenza e la creazione, nel 1995, della Commissione per la verità e la riconciliazione?

L'attenzione di Mandela presidente si concentrò proprio sulla questione della riconciliazione: il Paese emergeva da un sistema basato su una profonda disuguaglianza, in cui la popolazione nera non aveva goduto delle stesse condizioni materiali né delle stesse opportunità dei bianchi. Credo che la Commissione abbia rappresentato un primo importante passo: alle persone venne data la possibilità di parlare di cosa fosse loro accaduto e di che cosa avessero commesso, di dare e cercare perdono. Si parlò di risarcimenti, che poi però non si verificarono. E parecchi colpevoli non si fecero avanti. Ma si mise in moto un processo rilevante.

 

L'apartheid non è più legge dello Stato, ma i suoi effetti restano radicati nella società. Malgrado sia l'economia più industrializzata del continente, questo è anche il Paese con il più alto grado di disuguaglianza del Pianeta. Che fine ha fatto il Sudafrica di Mandela?

Occorre ricordare che lui e i suoi compagni hanno combattuto per la libertà politica. È questa la conquista che sono riusciti a ottenere. La tappa successiva avrebbe dovuto riguardare la giustizia economica. Quando per secoli si priva parte della popolazione di opportunità e si impedisce un'equa competizione, serve tempo per compensare le mancanze. Mandela sapeva che sarebbe stato necessario un periodo lungo e che la lotta sarebbe continuata. Era consapevole di avere condotto il Sudafrica fino a un punto determinato del cammino. Quello era stato il suo compito. Proseguire toccava a chi sarebbe venuto dopo.

 

11 febbraio 2020