Storia

Fryderyk Chopin: la vita breve e tormentata del "poeta del pianoforte"

Il compositore polacco Fryderyk Chopin fu tormentato nella sua breve vita dalla tisi, dagli amori infelici e dalla tendenza al perfezionismo.

"A cosa assomiglia Chopin? Alla sua musica". Attraverso questa definizione, in apparenza semplice e scarna, il compositore e pianista Ignaz Moscheles, uno dei re dei salotti dell'Ottocento, fece un ritratto perfetto di Fryderyk Chopin, uomo a tratti inafferrabile, dal carattere complesso, poeta prima ancora che musicista. Ne traccia un ritratto Mario Chiodetti nell'articolo "Il poeta della musica", tratto dagli archivi di Focus Storia.

Male di vivere. Mai, probabilmente, un artista è stato cosi connaturato alle sue note: Chopin fondeva nella sua musica il sentimento e la nostalgia per la sua terra, la Polonia – abbandonata ventenne, nel 1830, e mai più rivista – con quell'alternarsi di malinconia ed entusiasmo caratteristico delle persone gravate da un'oscura minaccia.

Proprio questo "male di vivere" per anni ha danneggiato l'immagine pubblica di Chopin, rappresentato a volte, e a torto, come l'autore di una musica salottiera e zuccherosa, per languide signorine da marito, oppure come un uomo senza nerbo, pieno di manie tipicamente femminili.

La malattia. L'aspetto non lo aiutava: Fryderyk era gracile, anche per la tisi, che lo tormentava da quando era fanciullo, contratta forse sul letto di morte della sorellina Emilia. Pallido e biondo, aveva "occhi di un azzurro che si avvicina al grigio, che potevano essere resi ridenti da innocenti monellerie" come ha scritto il pianista Alfred Cortot (1877-1962), uno dei piu grandi interpreti del compositore polacco, nella sua biografia dal titolo Alcuni aspetti di Chopin (1949): "La bocca e il mento sono da adolescente ma le labbra sono esangui e la linea dell'ovale porta le tracce di una preoccupante fragilità. Soltanto il fremente naso borbonico oppone a questi segni minacciosi di consunzione interna lo strano ardore della sua vitalità".

Un essere quasi immateriale, un "silfo del pianoforte" come amava definirlo un suo estimatore, il marchese Astolphe De Custine, omosessuale ed esteta, mentre era "Chip-Chip" per la compagna, la scrittrice Aurore Dupin, in arte George Sand, e "Chopinetto" per l'amico-rivale Hector Berlioz.

Eterno adolescente. Era capace di incendiarsi per una fanciulla appena conosciuta e soffrire per mesi, come accadde per la cantante Konstancja Gladkowska, sua compagna di studi al conservatorio di Varsavia, che lo ignorava sistematicamente, della quale scrisse all'amico Jan Matuszynski "Finché il mio cuore batterà non cesserò di amarla" e per la quale compose l'adagio del Concerto per pianoforte in fa. Ma bastava un'occhiata o una parola sussurrata da un'altra allieva a farlo innamorare perdutamente di nuovo.

Prime esperienze. Fryderyk Chopin, secondo figlio di Nicolas, francese di Marainville (Nancy), arrivato in Polonia nel 1787, e della polacca Justyna Krzyżanowska, nacque nel 1810 a Żelazowa Wola, a 50 chilometri da Varsavia. Venne alla luce il 1° marzo, cosi ha sempre dichiarato la famiglia, ma i documenti parrocchiali riportano il 22 febbraio. Gia nel settembre dello stesso anno la famiglia si trasferì nella capitale, dove il padre era stato nominato professore di lingua e letteratura francese in un liceo.

La formazione. Gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza in terra polacca rimasero per sempre nell'animo di Chopin come l'unico periodo davvero felice della sua esistenza, trascorsa giocando con le tre sorelle Ludwika, Izabella ed Emilia, mettendo in scena bizzarre rappresentazioni teatrali di cui era autore e attore, e perfino inventando un giornalino Corriere di Szafarnia, in cui faceva resoconti umoristici della villeggiatura. Un Fryderyk allegro e solare: era un capace imitatore e scherzava con contessine e baronessine, tra una lezione e l'altra di pianoforte con Wojciech Zywny, il maestro con cui studiò dall'età di 7 fino ai 12 anni, per poi passare sotto la guida dello slesiano Jozef Elsner, insegnante di violino e direttore del teatro dell'Opera di Varsavia.

Autodidatta. In realtà, Chopin imparò tutto da solo. Nessuno avrebbe potuto insegnargli nulla, la sua tecnica pianistica cresceva e si sviluppava con lui, come fosse una parte del suo corpo. Ma la musica che inseguiva era un'altra: per tutta la sua vita raminga cercò di ricostruire quel mondo perduto, gli affetti familiari, i primi "filarini", il suono delle canzoni popolari che ascoltava in campagna, la natura delle sue passeggiate solitarie.

Cuore ardente. Tra le sue prime esperienze negative ci fu l'infelice amore per la contessina Maria Wodzinska. Voleva sposarla, ma il matrimonio fu osteggiato dai genitori di lei, preoccupati per la salute del futuro genero e per la differenza di ceto. Fryderyk mise questo amore nel cassetto dei ricordi, insieme con le lettere dell'amata e la rosellina appassita ricevuta in dono da lei. Ma prima le regalò un piccolo capolavoro, il Valzer dell'addio, scrivendo sulla busta "Moja bleda" ("la mia disperazione"). Il ragazzo polacco doveva ancora crescere e maturare i tanti aspetti della sua personalità. Come lo Chopin riservato e spesso scontroso, che detestava suonare in pubblico, ma che sapeva anche regalare momenti indimenticabili ai pochi eletti del suo cenacolo privato.

Intransigente. Chopin capriccioso come una ragazzina, ma intransigente con i suoi editori musicali tanto da inviare da Probst e Pleyel l'amico pianista Julian Fontana, polacco come lui, con richieste economiche precise e inderogabili.

O capace di impuntarsi tenacemente contro la decisione della compagna George Sand di cacciare di casa la figlia di lei Solange e il suo fidanzato, lo scultore Auguste Clésinger – che sarà autore della musa di marmo bianco collocata sulla tomba del compositore al Père-Lachaise di Parigi – che litigava di continuo con Maurice, l'altro figlio di George.

Rivoluzionario. Troppo innovativo per i suoi tempi, non ebbe subito un grande seguito. Dopo aver lasciato Varsavia (con una coppa d'argento contenente un po' di terra del suo Paese), Chopin si diresse a Breslavia, poi a Praga e Dresda, prima di arrivare a Vienna, dove la sua arte non fu compresa. E non è strano: erano gli anni del pianista "tutto muscoli", del bellimbusto in marsina. La tastiera era dominata da gente come Franz Liszt e Sigismund Thalberg, Stefan Heller e i fratelli Herz, musicisti dal suono potente e tonante, agli antipodi dalla ricerca timbrica di Fryderyk, capace di quegli effetti delicati e sfumati in grado di dare forma ai suoi pensieri più segreti. "Non vi è vera musica senza un pensiero nascosto", amava ripetere.

Ironico. E all'ottusità degli ascoltatori verso la sua arte (una dama lo definì "buon pianista ma assai poco decorativo") controbatteva con l'arma dell'ironia: "Thalberg suona ottimamente, ma non è il tipo che preferisco. È più giovane di me, piace alle signore, esegue pot-pourri della Muta di Portici, prende il piano col pedale e non con la mano, prende le decime come io prendo le ottave, e porta bottoni di brillante alla camicia", scrisse al solito Matuszynski il 26 dicembre 1830. Chopin si rinfrancava seduto al pianoforte a comporre valzer, mazurche, ballate, polacche.

Vive la France. Ma poi finalmente arrivò a Parigi, che cominciò ad adorarlo fin da subito, da quando, nel 1831 appena trasferitosi, prese casa in rue Tronchet. Nella capitale francese dava lezioni alle belle ereditiere dell'aristocrazia, a 25 franchi l'ora, e suonava per pochi selezionati amici, scriveva rare lettere alla famiglia e ai "suoi polacchi" Titus Woyciechowsky e Jan Matuszynski. E qui provò pianoforti Pleyel, così diversi da quei pantaleoni quadrati (antesignani del piano) su cui era abituato a esibirsi. Il dio della tastiera, Friedrich Kalkbrenner, lo avrebbe voluto come suo allievo, ma lui, previo consulto con il suo maestro Elsner, rifiutò, pur dedicandogli il suo primo Concerto per pianoforte e orchestra.

È nata una stella. L'editore Schlesinger si offrì di pubblicargli tutti i lavori e, data storica, il 26 febbraio 1832 finalmente esordì nella Salle Pleyel, il tempio del virtuosismo pianistico, accompagnato da un quartetto d'archi: suonò come sapeva il Concerto n. 1 op. 11 e le Variazioni op. 2 sul tema del Don Giovanni mozartiano, opere che fecero scrivere a Robert Schumann "Giù il cappello, signori: un genio!".

Ottimo artista, pessimo maestro. Ma Chopin non si curò mai dei pareri altrui, tantomeno delle lusinghe di "quel certo tedesco". Si preoccupava molto di più della moda e di ciò discuteva a lungo con l'amico dandy Eugène Delacroix – e di come stare in società. Si preoccupava anche di non perdere troppo la calma durante le lezioni, con il rischio di sfasciare qualche sedia sulla testa di un allievo che infilava note false. Cercava di limitarsi, magari strappandosi i capelli o facendo a pezzetti le matite sulla scrivania. "Chopin in collera era spaventoso", disse la compagna George Sand. Erano forse gli eccessi di un malato, afflitto da una sensibilità morbosa, esacerbata dalla stanchezza per il lavoro incessante del comporre e delle lezioni con cui si procurava da vivere.

Unico e inimitabile. Chopin era un pianista inarrivabile, le sue mani "serpentine" sembravano danzare sulla tastiera con il leggendario "rubato" (termine musicale che indica un'alterazione di tempo, leggermente accelerato o diminuito, rispetto allo spartito) che lui interpretava a modo suo: con la sinistra eseguiva il segnato sullo spartito e con la destra il "rubato", cosa che dava alla musica un incessante dinamismo, una sorta di declamazione in versi delle note. "Chopin non è forse il più grande dei pianisti: egli è di più, è il solo" disse di lui Cristina Trivulzio, principessa di Belgiojoso.

Ansia da palcoscenico. Eppure Fryderyk confidò all'amico-rivale, il pianista ungherese Franz Liszt, "io non sono adatto a dar concerti, il pubblico mi intimidisce, mi sento asfissiato da quei fiati, paralizzato da quegli sguardi curiosi, muto davanti a quei visi estranei". «Il suo stile è unico, sempre riconoscibile, come avviene nei grandissimi compositori», dice la pianista Irene Veneziano, «È stato uno dei più puri melodisti, ha rinnovato il pianoforte attraverso un diverso uso del pedale, degli armonici. In lui tutto è interiorizzato, meditato, ma la sua è una malinconia nobile, mai sdolcinata o soltanto sentimentale».

Amori burrascosi. Nel 1836, il 5 novembre (mese fatale per Chopin) il destino stava per preparargli uno dei suoi tiri mancini. Nell'appartamento di Liszt e Marie d'Agoult, all'Hotel de France, conobbe George Sand, scrittrice di idee vagamente libertarie, che vestiva come un uomo e fumava il sigaro. Separata con due figli, conduceva una vita scandalosa. Aurore, il suo vero nome, lo avvolse nelle sue spire, Chopin se ne innamorò e la raggiunse a Perpignan due anni dopo, quando ormai il loro rapporto era consolidato.

Sempre a novembre, i due partirono per Barcellona e quindi per Maiorca, dove Fryderyk trascorse momenti felici accanto a giorni disperati. Ciò non gli impedì però di ultimare uno dei suoi capolavori assoluti, i 24 Preludi, composti su un piano Pleyel inviatogli per l'occasione dallo stesso Camille Pleyel, proprietario della fabbrica e amico del compositore.

Fine di una relazione tumultuosa. Chopin stava male, la tisi lo consumava a poco a poco, al suo ritorno dalla Spagna era esausto. Eppure trovò la forza per suonare ancora alla Salle Pleyel e passare le estati a Nohant, con George e i figli di lei e, nel 1844, anche con la sorella Ludwika e il marito, arrivati da Varsavia con la triste notizia della morte del padre. Tra il 1846 e il 1847 gli eventi precipitarono: uscì il romanzo Lucrezia Floriani in cui la Sand metteva in piazza la sua storia con Chopin, assumendo la parte di eroina tradita e maltrattata dall'amante nevrotico.

E nel 1847 la loro relazione finì, dopo che Fryderyk aveva difeso Solange e il fidanzato nella contesa con Aurore. I due si incontrarono casualmente per l'ultima volta il 4 marzo 1848, sulla soglia dell'abitazione di un'amica comune, la contessa Marliani, dicendosi solo poche parole di circostanza.

Umiliazione. L'ultimo concerto di Chopin a Parigi si tenne il 16 febbraio 1848, partner l'amico confidente segretario Auguste Franchomme, ottimo violoncellista. In aprile partì per l'Inghilterra invitato dall'allieva scozzese Jane Stirling, ricchissima e pia. Ma l'atmosfera opprimente dei salotti borghesi britannici non gli si confaceva, così come i commenti di chi lo ascoltava suonare, fra loro la regina Vittoria e il principe Alberto. "Non c'è dama che non appioppi alla mia musica un 'like water' (scivola via come l'acqua, ndr)" annotava sardonico. Jane l'avrebbe voluto addirittura sposare e lo umiliò regalandogli un pacco di sterline, Chopin inorridì e il 16 novembre, dopo aver suonato in pubblico per l'ultima volta nella sua vita, per la Società polacca di Londra, tornò stremato a Parigi.

Il crollo. Nel 1849, dopo un illusorio miglioramento che gli fece comporre le ultime due mazurche in sol minore e in fa minore, testamento musicale pubblicato postumo, la malattia che ormai non gli dava più tregua peggiorò definitivamente.

A fine settembre traslocò nell'appartamento al 12 di place Vendôme, dove abitò per soli 15 giorni. Al suo capezzale, la sorella Ludwika, la contessa Delfina Potocka, l'allievo tedesco Adolph Gutmann, gli amici Franchomme e Thomas Albrecht.

Chopin spirò alle 2 del mattino del 17 ottobre, a 39 anni, dopo aver ricevuto i sacramenti. Aveva scritto su un biglietto: "Quando questa tosse mi soffocherà vi prego di far aprire il mio corpo perché io non sia sepolto vivo". La salma riposa al cimitero del Père-Lachaise a Parigi, mentre il cuore, per suo stesso volere, fu trasportato a Varsavia dalla sorella Ludwika.

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

1 marzo 2023 Focus.it
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