Storia

Giornata della memoria: la faccia meno nota del nazismo, le "brave ragazze" di Hitler

In occasione della Giornata della memoria scopriamo le tante storie di ordinaria crudeltà che si nascondevano dietro alla facciata del "nazismo in rosa".

La donna ideale della Germania nazista era sposa e madre. Ma spesso si trasformava in aguzzina. Quando il male entra nella quotidianità nell'articolo: "Quelle brave ragazze" di Maria Leonarda Leone, tratto dagli archivi di Focus Storia.

In nome del Führer. "Aiutami, ti prego!". Una bambina in lacrime le tende le braccia: avrà sette anni, non di più. Si è staccata dal gruppo silenzioso che ha appena lasciato il ghetto di Drohoby (Ucraina) e che ora, lì sui binari, aspetta l'ultimo treno della vita. "Aiutami...", piange rivolta a quella signora bionda in tailleur. "Ti aiuterò!", le risponde lei. L'agguanta per i capelli, la prende a pugni e la spinge a terra. Poi le calpesta la testa, finché il corpicino giace immobile. Raccoglie il frustino che le è caduto nella lotta e si allontana.

È il 1943: sono passati dieci anni da quando Josephine Krepp, allora dattilografa viennese poco più che ventenne, si è iscritta al Partito nazista. Diventata poi impiegata della Gestapo, la polizia segreta del Terzo Reich, ha sposato un ufficiale delle SS e si è trasferita con lui nell'Est conquistato da Hitler. Ma accudire i figli non le basta, vuole essere ancora più utile al Führer: per questo, senza alcun ruolo ufficiale, uccide e fa uccidere "zingari" ed ebrei per i motivi più futili.

Meglio di un uomo. Erna Petri, 23 anni appena, lo fa invece per dimostrarsi all'altezza degli uomini. Quella stessa estate, a Grzenda (Ucraina), di ritorno da un giro di shopping a Leopoli si è imbattuta in quattro bambini fuggiti da un treno di deportati: se li è portati a casa, li ha sfamati e poi li ha accompagnati nel bosco. Qui ha sparato loro alla nuca, a bruciapelo, prima di tornare dai suoi due figli piccoli, felice di avere qualcosa di bello da raccontare al marito, ufficiale delle SS.

Casi sporadici? Niente affatto. «Nelle indagini svolte nel Dopoguerra in Germania, Israele e Austria, gli ebrei sopravvissuti identificarono le tedesche non solo come compiaciute spettatrici, ma anche come crudeli aguzzine persecutrici », scrive la statunitense Wendy Lower, storica dell'Olocausto, nel suo saggio Le furie di Hitler (Rizzoli). «Non erano delle sociopatiche marginali: credevano che le loro violenze fossero atti di vendetta giustificati, inflitti ai nemici del Reich; a loro modo di vedere, simili gesti erano una manifestazione di lealtà».

Fanatiche del nazionalsocialismo. Furono migliaia queste leali naziste, che agirono dietro le quinte di una scena occupata dagli uomini: segretarie solerti, divinità della morte o della vita tra le sorveglianti dei campi di concentramento, scienziate pazze della medicina, angeli sadici tra le infermiere dei programmi d'eutanasia o mogli esemplari come la Krepp, che dopo aver lucidato casa aiutavano i mariti a far "pulizia" anche fuori dalle mura domestiche.

Appartenevano quasi tutte alla nuova generazione di ragazze naziste, cresciute a pane e nazionalsocialismo: animate da una fede fanatica nel Partito, si consideravano una classe a sé rispetto alla maggioranza delle altre lavoratrici tedesche che, per paura o convenienza, si limitavano a eseguire ordini fingendo di non vedere quale ingranaggio della macchina dell'orrore stessero oliando.

Quote rosa. E dire che Hitler e i suoi gerarchi le avevano provate tutte per tenere le donne a casa, a fare figli o la maglia: ci avevano ripensato, però, quando le leggi di Norimberga "per la protezione della purezza del sangue tedesco" (1935), l'invasione della Polonia (1939) e la guerra che ne seguì lasciarono vacanti vecchi e nuovi posti di lavoro. Molte giovani abbracciarono con passione le opportunità lavorative che l'amministrazione nazionalsocialista offriva loro.

A Varsavia le segretarie della Gestapo si occupavano delle pratiche riguardanti le rappresaglie contro i prigionieri politici polacchi. "Nell'ingresso c'era un mucchio di incartamenti, più o meno un centinaio, e allora, quando dovevano fucilarne solo cinquanta, la scelta dei fascicoli era a esclusiva discrezione delle donne", raccontò un impiegato dopo la guerra.

Impeccabili. Il potere di queste attivissime funzionarie è evidente nel caso di Erna Reichmann: segretaria del commissario distrettuale di Slonim (Bielorussia), depennò da una lista di 2mila ebrei destinati alla fucilazione solo il nome della donna che non aveva ancora finito di confezionarle un maglione ai ferri.

Senza dubbio Erna possedeva la stessa "abilità organizzativa" che il commissario regionale Wilhelm Westerheide ammirava tanto nella sua segretaria personale, la ventiduenne Johanna Altvater. La "signorina Hanna", che spesso lo accompagnava nelle visite di routine al ghetto di Volodymyr-Volynskyy (Ucraina), se ne andava in giro orgogliosa nella sua uniforme, i capelli castani cortissimi, uccidendo in base all'ispirazione del momento.

Genocidio. I bambini erano i suoi preferiti: li attirava con una caramella e, quando aprivano la bocca, ci infilava la sua piccola pistola color argento e tirava il grilletto. Durante i rastrellamenti del 1942, poi, ci mise pochi minuti a sgomberare il reparto di pediatria dell'ospedale del ghetto, gettando dal balcone del secondo piano i piccoli degenti.

«Nei territori orientali le donne naziste commisero atrocità in un sistema più aperto, come parte di ciò che consideravano un'opportunità professionale e un'esperienza liberatoria. Si erano infatti lasciate alle spalle leggi regressive, costumi borghesi e tradizioni sociali che rendevano la vita in Germania irreggimentata e oppressiva», precisa la storica Wendy Lower.

Oltre alle segretarie, di queste naziste in trasferta facevano parte anche le circa 3.500 tedesche e austriache impiegate come guardie dei lager.

Donne di scorta. Prima di essere trasferite nei territori conquistati, si erano sottoposte all'Harteausbildung, il rigoroso programma di addestramento delle Ss. Ma, per quanto se ne considerassero membri, non appartenevano all'élite guidata da Heinrich Himmler, che non accettava donne tra le proprie file. Relegate al corpo delle assistenti o della scorta, erano pronte a sfruttare il potere della divisa e a rifarsi del disprezzo dei colleghi sfogando la frustrazione sui prigionieri.

Le peggiori atrocità. Alcune ricorrevano persino a trucchetti "da casalinga": Alice Orlowski, come forse faceva con la biancheria nei suoi armadi, nel campo di sterminio di Majdanek (Polonia) lanciava i bambini nelle camere a gas sopra le teste degli adulti, in quella che chiamava "operazione salvaspazio". La "strega di Buchenwald", alias Ilse Koch, sorvegliante nel campo di lavoro tedesco, andava pazza per i guanti e i paralumi. Soprattutto quelli che si faceva realizzare con la pelle conciata dei prigionieri tatuati.

Il ruolo dei medici. Ma nei lager, persino i più votati per professione alla pietà, cioè i medici, non lesinavano atrocità. A Ravensbrück (Germania), fu la dottoressa Herta Oberheuser a incarnare il lato oscuro del giuramento di Ippocrate: in nome della scienza malata del Reich iniettò ai prigionieri barbiturici e benzina e strofinò legno, vetro o chiodi sulle loro ferite, per vedere in quanto tempo morivano.

Armi letali. Non fu da meno Pauline Kneissler, una delle prime venti infermiere scelte per portare avanti i "programmi di eutanasia" inaugurati in Germania nel 1939. Cominciò prelevando dagli istituti chi soffriva di deficit mentali o fisici, per trasferirlo nel castello di Grafeneck (a 60 km da Stoccarda): ufficialmente ospizio per disabili, era il luogo dove i nazisti mettevano più o meno segretamente in atto l'eliminazione fisica di chi, anche se tedesco, non corrispondeva ai canoni della perfezione ariana.

Pauline diventò bravissima a uccidere quei pazienti, spesso pieni di salute, iniettando loro mix letali di farmaci. Per non destare sospetti, i corpi venivano cremati: le ceneri raccolte con la pala erano suddivise a casaccio in singole urne e recapitate alle famiglie ignare insieme a una fittizia causa di morte.

La Kneissler venne processata per aver ucciso in questo modo 250 bambini e centinaia di adulti, anche se, come quasi tutte le naziste, non si considerò mai una criminale: i suoi, sostenne, erano stati atti di compassione nei confronti di persone la cui vita, per il Reich, era inutile o dannosa.

Loro però, che dannose lo erano state davvero, non ebbero quasi mai la punizione che meritavano: nel complesso le condannate nei processi post bellici furono pochissime.

Impunite. La scamparono del tutto le donne che occuparono ruoli più tradizionali, come insegnanti, assistenti sociali e ispettrici della razza, che non erano state addestrate a essere crudeli, ma avevano servito con diligenza o zelo le politiche criminali naziste; furono scagionate le semplici segretarie, che sostenevano di aver compilato liste di morte senza sapere quel che il regime stesse facendo; ne uscirono pulite molte di quelle che scoppiarono in lacrime, intenerendo giudici già propensi a crederle vittime della cattiva influenza dei loro mariti.

Persino la maggior parte delle più crudeli se la cavò con qualche anno di carcere, prima di tornare alla normale vita quotidiana. I pregiudizi maschili, in questo caso, le salvarono: era difficile allora, e lo è tuttora, credere che, proprio come l'amore, anche l'odio non ha sesso.

27 gennaio 2024 Focus.it
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