Storia

25 aprile 1943: quanto ci costò la Resistenza al nazifascismo

Dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, ci furono 20 mesi di lotta, durante i quali migliaia di donne e uomini della Resistenza morirono per la libertà.

La Resistenza italiana, nel quadro della più ampia lotta europea contro il nazifascismo, ebbe origine dal disastro provocato dalla Seconda guerra mondiale, ma diede all'Italia l'opportunità di liberarsi del peso di un ventennio di dittatura. Gli antifascisti e i giovani che si trasformarono in partigiani imbracciando le armi combatterono per un futuro alternativo. Come ha scritto uno dei protagonisti di allora, Vittorio Foa, dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 prese forma "il proposito di ricostruire l'identità nazionale perduta". Furono venti mesi di lotta e speranza, sofferenza e coraggio.

la guerra di Mussolini. Dopo le invasioni fasciste dell'Etiopia (1935), dell'Albania (1939), della Francia (1940), della Grecia (1940), della Iugoslavia (1941) e dell'Urss (1941), anche gli italiani scoprirono le asprezze della guerra e il vuoto dietro la retorica nazionalista. A causa delle disfatte militari, dei bombardamenti angloamericani e della penuria di cibo, l'insofferenza crebbe velocemente.

La destituzione e l'arresto di Mussolini, il 25 luglio 1943, vennero quindi accolti con sollievo. Molti invocarono la pace, sottovalutando le conseguenze di un conflitto iniziato a fianco dei tedeschi. L'8 settembre 1943 fu diffusa pubblicamente la notizia dell'armistizio di Cassibile e della resa incondizionata agli Alleati, le cui truppe erano sbarcate a luglio in Sicilia.

Tuttavia, senza ulteriori indicazioni, il Paese fu lasciato nell'incertezza. Il giorno seguente il maresciallo Pietro Badoglio (capo del governo provvisorio), i vertici dell'esercito, il re Vittorio Emanuele III e la famiglia reale abbandonarono Roma alla volta di Brindisi. La fuga destò sconcerto. Tanto più perché nelle stesse ore i tedeschi occuparono l'Italia ed entrarono nella capitale. A Porta San Paolo gruppi di militari e civili provarono a difendere la città; ma invano. Alla paura, poi, si sommò lo smarrimento.

L'Italia si divide. Imprigionato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, Mussolini venne liberato il 12 settembre e annunciò la nascita della Repubblica sociale italiana (Rsi), rilanciando l'alleanza con Hitler e promettendo vendetta ai "traditori". Il Paese si spaccò: nel Meridione, Badoglio e Vittorio Emanuele III, all'ombra degli Alleati, tentarono di salvare la monarchia e dichiararono guerra alla Germania; nel Centro-nord i nazisti permisero al fascismo di riorganizzarsi e imposero leggi durissime.

Più di 800mila militari italiani furono disarmati e catturati dai tedeschi; chi non consegnò le armi, come sull'isola greca di Cefalonia, venne eliminato. Circa 650mila decisero di non collaborare e furono deportati nei lager come Imi (Internati militari italiani).

La riscossa nazionale. Di fronte al baratro, alcuni scelsero di non aspettare e in tutto il Paese si tentò una prima, spontanea rivolta contro i nazifascisti. Un passo decisivo fu, già il 9 settembre, la costituzione del Comitato di liberazione nazionale (Cln), una struttura composta da antifascisti di lunga data: comunisti, azionisti, socialisti, democristiani, liberali e demolaburisti. Il coordinamento clandestino della lotta armata, attivo a Milano, Torino e Roma, si intrecciò con il lento ripristino del pluralismo. Obiettivo: guidare "la riscossa nazionale".

Le difficoltà furono enormi e inizialmente giovani e militari privi di ordini si avvicinarono al movimento clandestino per sottrarsi ai bandi di reclutamento della Rsi, sulla spinta di un'opposizione morale ancor prima che politica. Civili e militari divennero partigiani – sulle montagne, nei boschi, nelle valli e nelle città – e si organizzarono in brigate. Le più numerose furono le Brigate Garibaldi (comuniste) quelle di Giustizia e libertà (del Partito d'azione), le Matteotti (socialiste), le Mazzini (repubblicane), le Autonome (con militari fedeli a Badoglio), le Fiamme Verdi (cattoliche). Per operazioni di guerriglia urbana, inoltre, nacquero le Sap (Squadre di azione patriottica) e i Gap (Gruppi di azione patriottica). Rilevante fu la presenza femminile nei Gruppi di difesa della donna (Gdd), una rete di sostegno che poseesplicitamente il tema dell'emancipazione.

Un passaggio importante, il 22 aprile 1944, avvenne a Salerno, con il varo di un governo di unità nazionale presieduto da Badoglio. Si trattò di un compromesso e i membri del Cln entrarono in un nuovo esecutivo sostenuto sia dagli Stati Uniti sia dall'Urss. Per rendere più efficaci azioni armate venne quindi istituito il Cvl (Corpo volontari della libertà), guidato da uomini come Luigi Longo, Ferruccio Parri e il futuro presidente dell'Eni, Enrico Mattei.

Una guerra totale. Presto Ivanoe Bonomi sostituì Badoglio e la Resistenza prese forza e consistenza: a metà del 1944 arrivò a contare 70-80mila partigiani che agevolarono l'avanzata angloamericana da sud. I nazifascisti subirono brucianti sconfitte, perdendo Roma (a giugno) e Firenze (ad agosto). «La Seconda guerra mondiale», spiega Mimmo Franzinelli, autore con Marcello Flores del saggio Storia della Resistenza (Laterza) e di una Storia della Repubblica sociale italiana (Laterza), «fu una "guerra totale" e coinvolse non soltanto i soldati al fronte ma anche i civili nelle retrovie, travolgendo la società del tempo. All'interno di questa cornice il contributo militare della Resistenza italiana è stato significativo, tant'è che l'apparato bellico della Rsi dovette impegnarsi esclusivamente contro il partigianato.

A sua volta, poi, anche l'apparato bellico tedesco fu costretto a presidiare costantemente il territorio con un forte dispiegamento di uomini, proprio nel timore di agguati partigiani. Considerevole, inoltre, fu il contributo fornito dai partigiani agli Alleati. Vennero raccolte informazioni preziosissime sui nazisti (dai flussi di merci verso la Germania ai movimenti delle truppe in Italia) che poi, una volta passate ai servizi segreti angloamericani, furono utilizzate nell'ambito del conflitto» .

le torture dei nazifascisti.  I partigiani si confrontarono con problemi complessi e situazioni estreme. La Resistenza fu una guerra di liberazione (contro gli occupanti nazisti), ma anche un conflitto civile (contro i collaborazionisti italiani che aderivano alla RSI) e uno scontro sociale (molti si battevano per un avvenire socialista). Sullo sfondo i tanti che preferirono non schierarsi, ma rimanere indifferenti divenne presto impossibile. Deportazioni, rastrellamenti e torture da parte dei nazifascisti erano all'ordine del giorno. Nella banca dati Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia sono censiti circa 5.500 episodi di violenza e oltre 23mila morti.

Le rappresaglie provocarono una enorme impressione: attuate per seminare il terrore tra la popolazione e recidere il legame con i partigiani, alla lunga ottennero l'effetto contrario. «Dopo essersi concentrati principalmente sulle azioni armate, i sabotaggi e le imboscate dei partigiani, gli storici hanno ormai capito che il supporto della società civile fu altrettanto importante perché consentì ai partigiani di sfuggire ai nazifascisti.

Cover Focus Storia 175, maggio 2021

Una versione di questo articolo, firmato da Simone Cosimelli, è apparso su Focus Storia 175 (maggio 2021).

© focus

I civili, in sostanza, aiutarono in due modi. Il primo fu quello di esporsi direttamente accogliendo i partigiani in casa e dando loro cibo, informazioni e armi (e questo era molto rischioso, si poteva finire fucilati). Il secondo, indiretto ma più diffuso, fu quello di non rivelare ciò che si veniva a sapere sugli spostamenti, i depositi di armi e le intenzioni dei partigiani. Ci furono naturalmente anche delatori e spie, ma se i partigiani non avessero avuto il sostegno, diretto e indiretto, di gran parte della popolazione, la Resistenza sarebbe stata senza dubbio debellata dalla macchina repressiva nazifascista» prosegue Franzinelli.

arrendersi o perire! Nell'inverno del 1944-45 proprio una feroce controffensiva nazifascista mise a dura prova la Resistenza. Nonostante il freddo e la fame, le brigate sopravvissero. All'inizio del 1945 il Cln Alta Italia, con sede a Milano, preparò l'attacco finale. Gli Alleati assicurarono ai "patrioti" ("ribelli" o "banditi per i fascisti) il massimo appoggio e così, mentre si consumava la crisi della Rsi, i nazisti cominciarono ad arretrare. Ad aprile – negli stessi giorni in cui l'Armata Rossa circondava Berlino – il Cln Alta Italia ordinò l'insurrezione generale. Nel proclama rivolto ai civili, Sandro Pertini (futuro presidente della Repubblica) intimò agli avversari: "Arrendersi o perire!". In quel momento, la Resistenza contava circa 200mila unità. Dal 25 aprile furono liberate Milano, Torino, Genova, Venezia e altre zone del Nord.

Arrestato mentre tentava la fuga, Mussolini venne fucilato il 28 aprile sul lago di Como e il 1° maggio, entrati gli angloamericani a Milano, fu annunciata la vittoria. Ci furono ancora violenze e regolamenti di conti, ma le migliaia di donne e uomini della Resistenza morti per dimostrare che un'altra Italia poteva esistere oltre il fascismo, risparmiarono al Paese una pace punitiva (subita invece dalla Germania) e lo avviarono verso un nuovo orizzonte: la democrazia.

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25 aprile 2021
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