Storia

Cronaca di una morte annunciata: Marco Biagi l’ultima vittima del terrorismo in Italia

Il giuslavorista Marco Biagi, senza scorta, venne ucciso sotto casa dalle Nuove Brigate rosse. Era nel mirino dei brigatisti per le sue idee sul lavoro.

Il 19 marzo 2002 l'ultimo omicidio della lunga stagione di sangue in nome del comunismo: come e perché Marco Biagi è stato assassinato nell'articolo "Sprofondo rosso" di Pino Casamassima, tratto dagli archivi di Focus Storia.

L'ultima vittima. Bologna, 19 marzo 2002, sera. Marco Biagi, giuslavorista di 52 anni, ha finito la sua giornata all'Università di Modena, dove insegna, e sta rientrando a casa. Scende dal treno, recupera la bicicletta e pedala di buona lena per correre dai suoi figli. Lo stanno aspettando, è la festa del papà. Sotto casa invece Biagi trova i suoi assassini, che gli sparano. Dopo il primo colpo invoca pietà. Non si fermano. "Deve" morire. Perché?

Mercato del lavoro. Marco Biagi, come consulente del ministero del Lavoro, era entrato nel mirino del redivivo partito armato Nuove Brigate rosse per il suo Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, che proponeva, tra le altre cose, una maggiore flessibilità del lavoro. Una blasfemia per i terroristi che ritenevano quella riforma un passo indietro sul piano dei diritti: secondo loro i lavoratori sarebbero tornati a essere solo "braccia da fatica", come se le conquiste degli anni Settanta non fossero mai esistite.

VECCHIO E NUOVO. La formazione brigatista che rivendicò l'omicidio era nata pochi anni prima, quando la stagione delle Brigate rosse, iniziata nel 1970 e finita a fine anni Ottanta, volgeva al termine. L'ultima vittima delle prime Br era stato il senatore Roberto Ruffilli (consulente del presidente del Consiglio Ciriaco De Mita per le riforme istituzionali), assassinato nel 1988 con tre colpi alla nuca nella sua abitazione. Se con quell'omicidio si era conclusa la stagione di sangue delle Brigate rosse, una nuova stava per iniziare. Di lì a pochi anni nacquero infatti le Nuove Brigate rosse.

Fulmine a ciel sereno. La prima vittima nella rinata organizzazione terroristica era stato un altro giuslavorista consulente del ministero del Lavoro. Si chiamava Massimo D'Antona, aveva 51 anni e fu freddato a Roma il 20 maggio 1999. Erano circa le otto di mattina quando fu ucciso, nei pressi della sua abitazione. Lì lo aspettavano due brigatisti: un uomo e una donna. I testimoni raccontarono che prima di sparare i killer si avvicinarono a D'Antona rivolgendogli qualche parola. Subito dopo, l'uomo tirò fuori una pistola e sparò nove colpi, andati tutti a segno. Trasportato in ospedale, D'Antona venne dichiarato morto alle 9:30. La rivendicazione dell'agguato arrivò poche ore dopo: 14 pagine firmate da una sigla ancora sconosciuta al grande pubblico, Nuove Brigate rosse.

"L'esecuzione" arrivò come un fulmine a ciel sereno. Nessuna avvisaglia aveva fatto presagire l'uccisione di D'Antona.

GIURISTI NEL MIRINO. Per Biagi, invece, i segnali c'erano stati eccome: aveva ricevuto precise minacce. Ma chi avrebbe dovuto proteggerlo non fece nulla. L'innalzamento del livello di attenzione nei confronti del terrorismo islamista dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001 aveva fatto concentrare tutte le risorse su quel fronte, sottraendole a possibili obiettivi interni.

Senza scorta. Marco Biagi aveva insistito per avere il rinnovo della scorta, ma le sue richieste erano state liquidate dall'allora ministro dell'Interno Claudio Scajola, che – riferendosi a lui durante un'intervista – lo qualificò come "un rompicoglioni in cerca del rinnovo del contratto di consulenza". Queste dichiarazioni, all'indomani dell'omicidio, provocarono un terremoto politico che portò alle dimissioni di Scajola. Gli stessi brigatisti – durante il processo – confermarono che, se Biagi avesse avuto la scorta, non sarebbero riusciti a portare a termine l'agguato.

FINE CORSA. Le Nuove Brigate rosse vennero sgominate all'indomani del 2 marzo 2003, in seguito a una drammatica sparatoria avvenuta sul treno regionale Roma-Firenze. Era domenica mattina e alla stazione di Arezzo salirono tre agenti della PolFer (la polizia ferroviaria) per un controllo di routine. Fra i viaggiatori c'era una coppia, normale solo all'apparenza: si trattava dei leader delle Nuove Br, Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce. L'agente chiese loro i documenti, ma l'uomo al posto della carta d'identità estrasse una pistola e sparò. Il sovrintendente di polizia Emanuele Petri fu colpito a morte, ma riuscì a rispondere al fuoco uccidendo il brigatista. Nadia Desdemona Lioce invece fu arrestata e sta scontando vari ergastoli in regime di 41 bis, il più duro.

Pentita. Fondamentali per l'azzeramento della formazione armata furono le confessioni della brigatista Cinzia Banelli. La terrorista ripeté quello che, anni prima, aveva fatto Patrizio Peci, il primo pentito delle Br, che collaborò con lo Stato. Peci fornì preziose informazioni al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e nel 1983 testimoniò contro i suoi ex compagni, causando la fine dell'organizzazione. Stesso schema per Cinzia Banelli: condannata per gli omicidi D'Antona e Biagi, decise di collaborare e, con le sue dichiarazioni, contribuì a demolire l'impalcatura delle Nuove Br, costituite in realtà da pochi militanti, tutti identificati e arrestati. Nel 2007, un ulteriore tentativo di riaggregazione dell'organizzazione terroristica – il Partito comunista politico militare – venne stroncato sul nascere dopo un'azione coordinata fra le procure di Padova, Milano e Torino.

487 FORMAZIONI. Ancora oggi la lotta armata in Italia è relegata nell'immaginario collettivo unicamente alle Brigate rosse (vecchie e nuove). Ma la storia degli ultimi quarant'anni dice altro. Secondo i dati del ministero dell'Interno, durante gli Anni di piombo presero vita ben 487 formazioni comuniste combattenti. Fra tutte, quella strutturata e capace di colpire come e più delle Br, fu Prima linea, che in sette anni (1976-1983) si rese responsabile di oltre 100 azioni con 16 morti, a fronte degli 86 omicidi rivendicati dalle Br in un arco di tempo cinque volte superiore. Per banda armata sono state complessivamente inquisite oltre 20mila persone, di cui 911 appartenenti alle Br e 923 a Prima linea: 4.200 terroristi sono stati condannati con sentenze passate in giudicato. In tutto, le formazioni comuniste combattenti in trent'anni hanno ucciso 131 persone.

19 marzo 2024 Focus.it
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