Anche il medico di bordo sui velieri dei romani

Sulle navi di 2 mila anni fa c'era anche un dottore a disposizione dei marinai. Lo rivelano alcuni "strumenti del mestiere" (medicinali compresi) ritrovati su un relitto non lontano da Piombino.

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Un'immagine microscopica mostra la composizione delle compresse medicinali rinvenute a bordo del relitto del Pozzino.

Fra il 140 e il 120 a.C., mentre Roma si godeva le ricchezze accumulate dopo la terza Guerra Punica, che aveva decretato la disfatta di Cartagine, un veliero di ritorno da un viaggio nel Mediterraneo fu sorpreso da una tempesta e naufragò nel Golfo di Baratti, vicino a Piombino. Le sorti dell'equipaggio rimangono oscure, ma quel che è certo è che fino al tragico epilogo, a prendersi cura dei marinai dovette esserci un medico di bordo. Lo dimostra uno studio dello Smithsonian Conservation Biology Institute di Washington (Stati Uniti), in collaborazione con il Laboratorio di Analisi della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana.

L'imbarcazione, un veliero di 15 metri per 3 in legno d pino, rovere e noce, rinvenuto nel 1974 a 18 metri di profondità, trasportava vasellame di ceramica e vetro lungo le rotte del Mediterraneo. Oltre alla merce, a bordo del relitto del Pozzino (così come è stato ribattezzato, in onore delle località dove si trovava) sono stati rinvenuti anche alcuni strumenti del mestiere tipicamente da medico, come un'asticella sottile per esaminare le ferite (detta "specillo"), una ventosa di bronzo per praticare i salassi e un mortaio. Ma il reperto che più ha incuriosito gli archeologi è stato un cofanetto contenente 136 piccoli cilindri di legno perfettamente sigillati e impermeabili all'acqua, gli involucri per una serie di misteriosi dischetti di circa un centimetro di diametro.

Una veduta del Golfo di Baratti (Piombino), dove è stato rinvenuto il relitto. Foto credit: alessandraelle, Flickr

Sofisticate analisi di biologia molecolare hanno individuato nei dischetti la sequenza genetica di alcune piante officinali molto utilizzate nell'antichità, come ibisco, biancospino, achillea, ma anche vegetali che oggi mettiamo sulla tavola, cipolla, carota, noce, cavolo, sedano e prezzemolo. Probabilmente, quindi, i dischetti non erano altro che compresse curative, antesignane delle moderne pastiglie, da sciogliere in acqua o vino o applicare direttamente sul corpo, usate per curare infiammazioni, tosse e altri piccoli disturbi che potevano sopraggiungere durante la navigazione. Il medico le confezionava forse pestando e miscelando gli ingredienti con il mortaio.

Tutte queste analisi non sarebbero state possibili senza le moderne tecniche di analisi genetica. Ecco perché alcune importanti scoperte archeologiche come questa avvengono a distanza anche di decine di anni dal ritrovamento dei reperti. Ora gli esperti si propongono di capire quali fossero le malattie più diffuse dell'epoca e quali i rimedi utilizzati per combatterle. Più studi analoghi potrebbero portare a capire come le patologie si sono evolute nel corso dei secoli e, perché no, farci scoprire qualche vecchio rimedio efficace ancora oggi.

15 Giugno 2011 | Elisabetta Intini