15 cose che (forse) non sai sulla civiltà Maya

Dai sacrifici alla concezione del tempo, dalle abitudini a tavola a quelle... private: la guida essenziale alla civiltà Maya.

Esperti astronomi (e astrologi), cruenti esecutori di sacrifici umani, costruttori di piramidi. Di Maya si parla spesso per alcuni aspetti "di spicco", ma che cosa sappiamo, realmente, sulla loro cultura? Come si svolgevano le loro vite domestiche e religiose? Come concepivano il tempo? Davvero sono spariti? E perché? Ecco alcuni aspetti meno conosciuti della più affascinante tra le civiltà del passato.

Erano davvero Assetati di sangue. Cominciamo col chiarire uno degli aspetti più noti: che i Maya avessero una certa "dimestichezza" con i sacrifici è risaputo, meno conosciuti sono alcuni cruenti particolari. Per esempio, il rito dello strappare il cuore della vittima - sempre di alto rango, mai un contadino, che serviva per i lavori di fatica - fu tipico del periodo Postclassico (dopo il 900 d.C.) e dell'area messicana. Quattro sacerdoti disponevano la vittima, supina, sopra una pietra. Poi la reggevano per le mani e i piedi: a quel punto il principale officiante piantava un coltello di selce sotto la mammella sinistra del poveretto ed estraeva il cuore grondante di sangue, con cui si cospargevano gli idoli che rappresentavano le divinità. Spesso il corpo veniva anche scuoiato, e se ne mangiavano mani e piedi. I sacerdoti praticavano anche l'autosacrificio, trafiggendosi i genitali in un rito collettivo, con un filo e una lunga spina di agave.

Mangiavano... una divinità. Il mais costituiva una parte talmente importante della loro dieta, che i Maya presero ad adorarlo sotto forma di un dio, il giovane Yum Kaax, rappresentato come ornato di pannocchie. Di mais bianco e giallo era stato creato anche l'uomo, secondo il testo sacro Maya Popol Vuh: gli dei vi ricorsero dopo aver provato a plasmarci, senza successo, con fango e legno. Dal mais ammorbidito nell'acqua, il kuum, si otteneva lo zacán, la base delle tortillas. Questo composto serviva anche da "schiscetta" per i contadini, che lo portavano nei campi e lo scioglievano in acqua, ricavandone una bevanda scaccia fame. Chi poteva, integrava con selvaggina, pesce, rettili, tacchini, miele, zucche e fagioli, cacao, pomodori, frutta, tuberi. E naturalmente, con vermi e insetti catturati nella foresta.

Adoravano divinità a quattro zampe. I Maya deificarono gli animali del loro habitat: il giaguaro (qui riprodotto), il serpente, il quetzal (un uccello), l'avvoltoio, il gufo e il coccodrillo. Se in epoca classica (dal 250 al 900 d.C.) le divinità principali erano Iztamná (il dragone) e Yum Kaax (il mais), nel Postclassico (900-1450 d.C.) emersero come più importanti Kukulcán (il Serpente piumato) e Chac (dio della pioggia). Erano deificate anche le unità base del tempo, come Sole, la Luna, il giorno, il mese, le stelle e i pianeti; c'erano divinità - i bacab - a sorreggere il mondo (concepito come una piattaforma rettangolare); ma anche a governo di ciascuno dei 13 cieli che si ergevano sopra il mondo, e dei 9 strati del mondo inferiore. Mondi superiori e inferiori erano rappresentati dai gradoni delle piramidi.

Avevano una concezione ciclica del tempo. Non c'era una progressione continua di date, come nella nostra visione attuale, ma a un certo punto... si ricominciava a contare da capo. Ecco perché la presunta "Profezia Maya" del 21 dicembre 2012, oltre a non essersi avverata, non avrebbe avuto alcun valore negativo. In quella data terminava il cosiddetto "Computo lungo", un ciclo di 1.872.000 giorni (5.125 anni) iniziato l'11 agosto 3114 a.C. Il calendario si sarebbe azzerato, ritornando alla data dell'origine della creazione: un momento di rinascita, che secondo i Maya era già avvenuto altre 4 volte. Per scandire i periodi più brevi c'erano altri due calendari, uno sacro di 260 giorni (detto Tzolk'in) e uno solare di 365 giorni basato sul ciclo delle stagioni, simile al nostro.

Studiavano le stelle, ma non avevano astronauti. Il celebre "astronauta di Palenque", il protagonista di un bassorilievo presente sul sarcofago di una tomba maya a Palenque (nel Chiapas, Messico), più volte paragonato a un antico astronauta seduto all'interno di una navicella spaziale, altro non era che un personaggio storico realmente esistito. Non un cosmonauta, ma un re, K’inich Janaab’ Pakal (603-683 d.C.), i cui resti sono contenuti nella tomba. Il sovrano è rappresentato probabilmente al momento del trapasso, sospeso tra il mondo dei vivi e l'aldilà (simboleggiato da un mostro infernale a guardia dell'oltretomba, al di sotto del defunto, scambiato in alcune interpretazioni fantascientifiche per la parte inferiore di un astronave). Il mondo dei vivi è invece rappresentato dalla pianta del mais e dall'uccello che vi è posato sopra, il quetzal.

Combinavano i matrimoni. I Maya consideravano disdicevole cercare moglie (o marito) in prima persona. Per trovare l'anima gemella, si affidavano a una serie di regole ben precise. Era considerato incestuoso sposare qualcuno con lo stesso cognome, le sorelle delle mogli o le vedove dei fratelli; ma ci si poteva sposare tra cugini. I matrimoni erano combinati da un mediatore, che stabiliva anche la dote e fissava la data più propizia per le nozze. Gli invitati arrivavano a casa della sposa, dove un sacerdote ribadiva i termini dell'accordo e benediceva gli astanti. A quel punto, lo sposo si trasferiva a lavorare a casa della sposa. Divorziare era facile: bastava andarsene dalla dimora coniugale e ripudiare il partner (potevano farlo anche le donne). Da codici Maya tradotti sappiamo che il tradimento era diffuso: se un uomo sorprendeva la moglie in compagnia di un altro era legittimato a uccidere il rivale.

Amavano gli sport estremi. l gioco della palla o ulama era una delle manifestazioni religiose più importanti e diffuse in Mesoamerica. Poteva essere praticato in grandi spazi aperti o in strutture con bassi muretti e anelli di pietra alle pareti in cui far passare una palla di caucciù. Nella variante Maya del periodo Postclassico (dopo il 900 d.C.) si doveva colpire la palla soltanto con le anche o con le cosce; se una squadra riusciva a farla passare in uno degli anelli sospesi, si metteva in tasca automaticamente la vittoria, e il capitano dei perdenti veniva decapitato (anche se alcuni sostengono che fosse la squadra vincitrice a offrire la vittima sacrificale). Con il tempo l'aspetto del sacrificio si perse, e il gioco della palla divenne sempre più un evento "da stadio" e un'occasione per fare scommesse.

Dirty dancing Maya: amavano le danze erotiche. Diego de Landa (1524-1579), vescovo cattolico e studioso dei Maya, racconta che a Chichén Itzá (nello Yucatán) questi popoli tenevano rappresentazioni teatrali con danze e rappresentazioni simboliche di caccia e di guerra, in cui maschi e femmine ballavano separatamente. Talvolta, però, capitava che si unissero e in modo non proprio "sobrio": il religioso parla infatti di un ballo "non troppo decente" in cui uomini e donne si muovevano insieme in atteggiamenti erotici, una specie di sensuale e ritmato rito di accoppiamento. Per accompagnare le danze rituali, i Maya componevano anche poesie ritmate di vario tema, simili a preghiere o racconti.

Incoraggiavano i rapporti omosessuali (tra maschi). I primi conquistadores entrati in contatto coi Maya nello Yucatan raccontarono che questa popolazione incoraggiava i rapporti omosessuali tra maschi adolescenti, per evitare che i ragazzi si sfogassero sulle vergini, compromettendole prima del matrimonio. A differenza degli Aztechi della Valle del Messico e degli Inca del Perù, i Maya ammettevano anche l'omosessualità tra adulti (nella foto, il tempio dei guerrieri a Chichén Itzá).

Le donne erano importanti. Le donne ricoprivano comunque ruoli chiave nella società: se questo non è emerso a sufficienza, la colpa è in parte di un'interpretazione storiografica a senso unico operata dagli europei. Le donne maya cucivano i tessuti fondamentali per il sostentamento economico delle comunità; cucinavano i cibi usati in rituali e sacrifici; le spille ritrovate in alcuni siti archeologiche - non adatte a una tenuta "casalinga" provano che in alcune occasioni potevano anche presenziare a riti pubblici. Alcune iscrizioni testimoniano anche il ruolo di donne maya come leader politiche e guerriere.

Avevano un alfabeto paragonabile a quello egizio. I glifi, ritenuti a lungo soltanto rappresentazioni di divinità e date, erano invece una scrittura logo-sillabica vera e propria, fatta di segni che potevano rappresentare sia parole con un senso compiuto, sia sillabe. Fu lo scienziato russo Jurij Knorosov il primo ad attribuire a questo codice di circa 800 simboli un valore fonetico, a capire, cioè, che i glifi rappresentano suoni specifici. Si pensa che i simboli, che tappezzano ogni monumento Maya, costituissero una sorta di "lingua franca" nel Mesoamerica, paragonabile al latino del Medioevo per l'Europa. La maggior parte dei testi Maya decifrati è in Ch’olti classico, una lingua diffusa tra il 300 e il 900 d.C. 9 antiche scritture non ancora decifrate

Seguivano dolorosi rituali di bellezza. Era piuttosto diffusa la pratica di deformare il cranio di neonati e neonate con uno stretto bendaggio, fino ad ottenere una forma allungata, simbolo di forse di un alto status sociale. Un'altra pratica ricorrente era forare i denti anteriori e inserirvi "piercing" di giada, ematite, pirite e turchese. Nella foto, gioielli di giada Maya trovati in Guatemala. Non disdegnavano la sauna (chiamata temascal nella penisola dello Yucatan), che aveva però soprattutto proprietà benefiche per la salute e una funzione di depurazione spirituale.

Non abbiamo ancora finito di scoprire le loro città. Per quanto possa sembrare incredibile che un edificio imponente come una piramide possa rimanere celato agli "occhi" di radar e satelliti, stiamo tuttora continuando a scoprire le vestigia dell'antica civiltà Maya. Alcune di queste costruzioni sono nascoste da una fitta e impenetrabile coltre di giungla, come le rovine di due antiche città Maya scoperte nel 2014 a Campeche, nel cuore dello Yucatan (nella foto). Altre si sono "mimetizzate" in altro modo: tra queste è degna di nota la piramide Maya di Toniná, nel Chiapas (Messico), scoperta nel 2015 e scambiata fino ad allora per una collina naturale. E pensare che è alta 75 metri e sorpassa persino la Piramide del Sole di Teotihuacan.
Vedi anche: la presunta città Maya scoperta da un 15enne

Perirono per "autodistruzione". Alle radici della fine dei Maya vi furono le guerre per le risorse. Il declino era iniziato nell'VIII secolo d.C., a causa di siccità, carestie crolli demografici e migrazioni indotti da cambiamenti climatici e ipersfruttamento della foresta pluviale (forse anche da eruzioni vulcaniche). I Maya non allevavano animali da tiro e da latte; non avevano grandi erbivori a disposizione, la loro economia si basava soprattutto sul mais. Quello costruito era dunque un equilibrio fragile, segnato da numerose e sanguinosissime guerre per le risorse (raffigurate anche nelle pitture murali classiche del sito Maya di Bonampak, nel Chiapas, qui in una riproduzione). Quando giunsero gli Europei, nel '500, dello splendore della civiltà Maya rimanevano solo rovine.

Non sono del tutto spariti. Parte delle tradizioni e del corredo genetico Maya rivive nelle popolazioni dell'America Latina, in particolare in Guatemala: si stima che 5 o 6 milioni di guatemaltechi siano in qualche modo eredi della popolazione precolombiana. In Guatemala sopravvivono inoltre le lingue Quiché, Cakchiquel, Mam, Kekchí e altre lingue native dei diversi gruppi etnici riconducibili alla cultura Maya.

Esperti astronomi (e astrologi), cruenti esecutori di sacrifici umani, costruttori di piramidi. Di Maya si parla spesso per alcuni aspetti "di spicco", ma che cosa sappiamo, realmente, sulla loro cultura? Come si svolgevano le loro vite domestiche e religiose? Come concepivano il tempo? Davvero sono spariti? E perché? Ecco alcuni aspetti meno conosciuti della più affascinante tra le civiltà del passato.